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La colpa del sogno

Incontro con Sergio Mattivi, esodato

Marzia Todero

Incontro Sergio e Carla in un piccolo bar di Gardolo. Stretti nei nostri giacconi ci riconosciamo immediatamente. Sergio ha piccoli occhi blu che a tratti, nel corso del colloquio, brillano di lacrime trattenute. Trattiene la rabbia fattasi disperazione. Ha chiesto a Carla, la moglie, pensionata, di accompagnarlo per condividere anche questa esperienza. Mi siedo. Mi chiedono se gradisco un caffè. Ringrazio ma declino. Uscire al mattino, mi dicono, e prendere il caffè è una cosa che ogni tanto si permettono, nonostante il senso di colpa successivo. Il registratore è piccolo e, seppur posizionato in mezzo al tavolo, non li disturba. Ne dimenticano subito la presenza.

Sergio, vuole presentarsi?

“Sono Sergio Mattivi, ho 57 anni, ex operaio Wirpool e adesso, forse, un esodato”.

Questo “forse” è drammatico...

“Certo! L’incertezza è quella che mette in crisi. Ti logora giorno dopo giorno. Il primo gennaio è scaduta la mia mobilità. Con la nuova legge mi mancano però tre anni per la pensione ma nessuno, né al patronato né all’INPS, mi sa dire che cosa sono e cosa devo fare. E intanto i soldi per tirare avanti non li ho”.

Con tutte queste incertezze probabilmente cambiano i rapporti con le persone. Anche all’interno della famiglia...

“Sì, con gli amici ci si vede pochissimo. Per loro che non hanno problemi diventa difficile capire che oltre ad avere una crisi economica, c’è anche la depressione che ti porta via la voglia. Loro vengono e parlano dei viaggetti che hanno fatto e tu che cosa rispondi? Vai ancora più in crisi, perché vedi che non riesci neanche ad andare due giorni a Iesolo”.

Con gli altri non ne parlate e tra di voi?

“No, perché io mio figlio non lo voglio coinvolgere. Lo voglio proteggere dalla nostra sofferenza. E anche tra noi come coppia viviamo ciascuno col proprio dolore. Non so chi dei due sta peggio. Vuoi sapere come mi sento? Mi sento come un pupazzo senza fili. Perché mi manca la motivazione per andare avanti”.

A volte il tentativo di salvare l’altro dal proprio dolore lo allontana. Sono situazioni che annichiliscono l’individuo ma anche la famiglia.

“La colpa la senti molto di più quando hai la famiglia. Finché sei da solo, la paghi tu, ma quando hai la famiglia è peggio”.

Hai parlato di colpa. Ma qual è la tua colpa?

La baita di Sergio.

“Continuo a pensare che la colpa è mia perché ho scelto la mobilità. E poi perché, avvicinandomi alla pensione, mi ero creato un’idea del mio futuro e mi sono preso una piccola baita. È solo una piccola porzione di baita, 18 metri quadri, ma era il mio sogno e ci ho speso soldi e lavoro per renderla abitabile nel momento in cui fossi andato in pensione”.

Ti senti in colpa per avere avuto un sogno?

“Ho sbagliato a sognare: il mio sogno ha messo in crisi la famiglia. Siccome non puoi dare la colpa a nessuno, te la prendi con te stesso. Probabilmente se non avessi avuto questo sogno avrei qualche euro in più adesso per arrivare alla fine di questi maledetti tre anni. È cambiato tutto. Divento matto. La baita è quasi finita. Qualche volta ci vado, ma senza entusiasmo e solo per finire i lavori ed evitare che le carte mi scadano. Non perché ne ho voglia. Non è più la stessa cosa. Mi vergogno. Noi due andiamo d’accordo, ma queste cose portano a delle tensioni. A lei non interessava niente della baita. Il sogno era mio e per questo ho forzato la mano per realizzarlo”. “Da parte mia - interviene Carla - è stato un atto d’amore perché era il suo sogno e allora andava bene. Però poi ti scontri con queste cose”.

“Quella baita - riprende Sergio - adesso la odio. Anche perché non posso più vendere. Non compra nessuno. Prima della crisi forse avrei potuto venderla, ma adesso... È lì...”.

La gamma di emozioni che provi è vasta

“Ci sono delle fasi. All’inizio c’è la rabbia. È chiaro che la politica, Sacconi - che non lo nomina nessuno ma tutto è partito da lui - e la Fornero sono l’oggetto della mia rabbia. Però la rabbia non è che la puoi sfogare. Poi all’inizio ti arrabbi anche con gli enti: vai al patronato, fai file di tre ore perché c’è’è di tutto e il risultato è zero. Non sanno assolutamente niente. Il Patronato aspetta l’INPS. L’INPS aspetta il Governo. E la rabbia che hai dentro ti logora. Logora la famiglia. Logora la salute, perché per la mia malattia auto-immune il morale è importante. Poi arrivi alla rassegnazione. All’impotenza. Aspetti gli eventi. C’è anche dell’angoscia, perché all’inizio ti dicono che c’è tempo, poi quando mancano due mesi ti accorgi che non è stato risolto niente e allora giri a vuoto. L’altro giorno un impiegato dell’INPS mi ha sbuffato in faccia e io cosa ho fatto? Niente. Non riesco neanche più a reagire”.

Mi state descrivendo uno stato di isolamento e un senso di forte disperazione.

“Stai tanto male che non riesci neanche a parlarne. Se ti chiedono come va, non stai tanto lì a dire che ti senti di merda. Ad esempio, dovrei chiamare un amico che ha dei problemi. Ma quando sono lì col telefono in mano mi chiedo: e adesso cosa gli dico? A mia sorella non ho neanche detto che la mia richiesta è stata respinta, non ho voglia di giustificarmi. Mi risponderebbe che non è possibile e si metterebbea parlare da esperta. Esperta più di me che ci sono dentro! E come tutti vorrebbe spiegarmi le cose, pretendendo di aver ragione. È quasi ridicolo. Allora cerco di far finta di niente. E questo vuol dire solitudine. Poi questo senso di colpa è devastante. Sto sul divano a guardare la televisione come un vecchio di novant’anni. Mi sento finito. Guardo la televisione per non pensare”.

“Io - sostiene Carla - sono una persona che ha sempre guardato programmi di approfondimento. Santoro non me lo sono mai perso. Adesso non riesco più a vederlo. Perché quelle trasmissioni mi angosciano. Vedi te stesso. Ieri ho visto quanti si rivolgono alla Caritas e mi dicevo che prima di arrivare lì io mi sparerò”.

Non trovate utili queste trasmissioni?

“Te la prendi anche con quelli della TV. Te la prendi anche con Santoro. Tutti chiacchierano, chiacchierano. Sono là che parlano di noi e dicono di essere con noi ma loro sono là. Siamo diventati qualunquisti. Tutti uguali. È una cosa che fino a pochi anni fa non avremmo mai detto! Lo disprezzavamo il qualunquismo. Ma ora non ho più lo stimolo neanche di arrabbiarmi. Non mi sento più parte di niente. Una volta io ero delegato sindacale ed ero abituato a fare miei i problemi degli altri. Però arrivi che non hai più voglia di niente”.

Avete un’idea alla luce di questa consapevolezza?

Rispondono contemporaneamente “no” e ci viene da sorridere. Il primo e ultimo sorriso che illumina il nostro incontro.

“No, non ci sono idee. Il problema è proprio quello. Non ne abbiamo più. Non ci viene neanche più l’idea di stare un paio di giorni per conto nostro da qualche parte. Anche perché se ci venisse, non ne avremmo la possibilità economica perché se hai 200 euro li devi lasciare lì per domani. Io non posso più scegliere, capisci? Oramai sono in balia degli eventi. Attendo, buttato sul divano”.

E la voglia di essere ascoltati?

È Carla che risponde “Sì, forse quello. Però da chi? Dovremmo incontrare persone come noi che allora capiscono, perché forse neanche io riuscirei a capire, ad entrare veramente dentro il problema, se non lo avessi vissuto come sto facendo. Le situazioni le devi vivere, altrimenti non capisci neanche il senso di vergogna e la stanchezza”.

Sì, se non ci passi dentro è difficile trovare le parole per raccontare questo esodo; qualcosa che fino ad oggi non è mai esistito se non nella Bibbia. La figura dell’esodato è talmente nuova che non c’è letteratura, non c’è filmografia né punti di riferimento storici e sociali. Che fare? Che fare quando viviamo in una società in cui a 57 anni si è tagliati fuori da ogni futuro? Che fare quando si vive in una società in cui avere avuto un sogno per il quale si è lavorato per quarant’anni diventa una colpa.

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