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Trenta minuti per non capire

Luigi Francesco Traverso

Il 30 luglio ho deciso, convinto da mia moglie, di andare a Fies per assistere a uno degli spettacoli in programma. Ero affascinato dalla location e devo dire che il sito non mi ha deluso. Una bella testimonianza di archeologia industriale con spazi, anche se in abbandono, ben recuperati per la bisogna. Nell’attesa di entrare per assistere allo spettacolo delle 21, ho intravisto attraverso le pareti vetrate, una turbina verticale che mi ha ricordato mio padre che negli anni ‘60 conduceva una centrale idroelettrica di quel tipo.

Finalmente ci fanno entrare. Dei rumori cupi ci hanno accompagnato fino alla sala della turbina 1, dove abbiamo preso posto. Sulla scena, un gruppo di judoka con kimono bianchi e azzurri che a coppie improvvisavano finti combattimenti. Da ex judoka ho notato stranamente un atleta con gli occhiali. Ai lati un gruppo di persone con drappi bianchi ed azzurri ad incitare gli pseudo sportivi con urla e sventolii di bandiere. Tra il pubblico quattro o cinque comparse con bandiere rosse che per una ventina di minuti hanno sventolato quei vessilli battendo i piedi. Io, intanto, attendevo che lo spettacolo iniziasse. Neanche il tempo di aspettare che una signorina, molto gentile, ha iniziato a percorrere in lungo e in largo la gradinata per dire agli spettatori che dovevano uscire perché lo spettacolo era finito. Mi sono sentito preso in giro e non mi sembrava di essere il solo.

Sicuramente sarà colpa mia, ma di quella performance non sono riuscito a comprendere il lato artistico, e mi dispiace. Ho anche pensato che forse lo spettacolo avremmo potuto essere noi spettatori, con le nostre facce strane. Sarei però disposto a raddoppiare il prezzo di ingresso perché qualcuno, a spettacolo concluso, mi spiegasse l’arcano e per me impenetrabile senso dell’opera.

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