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Famiglia ed Ecumenismo

La Settimana Ecumenica è iniziata al Centro Bernardo Clesio con una mostra e un video, “Tracce di un cammino”, che celebrano nella Diocesi di Trento le tappe di fraternità con l’ebraismo e le chiese ortodosse e riformate. Le luci vanno dall’abrogazione del culto del Simonino agli incontri istituzionali ad alto livello, favoriti in questi cinquant’anni dallo spirito del Concilio Vaticano II.

Riassumo le ombre con le parole del teologo valdese Paolo Ricca: “Mi pare che vi sia una schizofrenia ai vertici della Chiesa cattolica: da una parte si firmano documenti belli, dall’altra li si ignora come se non ci fossero mai stati”. Citandolo, con lui acconsente Luigi Sandri nella sua recente storia dei Concili: “Dal Gerusalemme I al Vaticano III”.

L’ecumenismo ci soccorre e ci interpella su temi e in modi che interessano tutta la società. Incominceremo a sapere fra poco, si spera, come i cattolici, il “popolo di Dio”, il clero e i laici, le donne e gli uomini, stanno rispondendo al questionario di papa Francesco sulla “crisi” della famiglia. Le persone che si sono incontrate a riflettere hanno scoperto, dove la cultura storica e biblica lo consente, che le chiese cristiane vivono in modo diverso le trasformazioni indotte dalla modernità.

La Comunità di San Francesco Saverio, nel suo documento “La fede attraverso l’amore, (e la laicità)” (www.badiasanlorenzo.it), propone “una pastorale di comunione che vada a favore, e non contro, i divorziati risposati”. Questa era la prassi della Chiesa nell’antichità, mantenuta dalla Chiesa Ortodossa anche dopo la divisione del 1054. Quando Alfredo de Riccabona cita le Scritture di riferimento,io intuisco un sospiro di sollievo nei partecipanti alla conversazione. L’augurio è che in molti, nelle parrocchie e nelle associazioni, possano provare la stessa emozione, capace di sottoporre a critica la barriera dei “principi non negoziabili” innalzata per anni in Italia dalla Cei sotto la guida dei cardinali Ruini e Bagnasco..

Alcuni di noi, quest’estate, a Paderno del Grappa, hanno partecipato alla 50° sessione del Sae, l’associazione interconfessionale di laici per l’ecumenismo. Vivendo per una settimana al fianco di preti ortodossi accompagnati da mogli e figli e partecipando all’assemblea della Santa Cena presieduta da una pastora protestante, sorge spontanea la domanda: perché soltanto i preti cattolici devono essere rigorosamente maschi e celibi? Se non ci sono ragioni teologiche, quali sono le resistenze storiche e culturali da superare?

Ma anche il Sae non è privo di ombre. In un gruppo di lavoro, dedicato alla “Trasmissione della fede alle generazioni future”, emerge la proposta di sostituire a scuola l’insegnamento confessionale e facoltativo della religione cattolica con uno laico, per tutti, delle culture religiose presenti in Italia. La proposta fu lanciata in Trentino proprio dalle pagine di QT, trent’anni fa, in occasione della revisione del Concordato. Non se ne fece nulla, mentre la tanto decantata autonomia speciale poteva, e potrebbe, essere luogo di sperimentazione.

Il gruppo a Paderno è coordinato da Flavio Pajer (docente cattolico), Lidia Maggi (pastora battista), George Vasilescu (arciprete ortodosso). Si oppongono però, con vigore, alcuni insegnanti di religione cattolica, che per primi dovrebbero cogliere lo scarto fra l’ordinamento scolastico e la società italiana mutata. La domanda è: se nemmeno il gruppo del Sae ha il coraggio di schierarsi a favore dell’ecumenismo e della laicità, come potranno farlo la Cei o un partito politico? Nell’ultima giornata del dialogo fra cristiani e islamici, a Trento, una studentessa liceale ha raccontato di aver potuto tenere lei, ai compagni di classe, una lezione sulle origini dell’Islam, e concludeva, preoccupata: “Ma dove non ci sono io, che cosa succederà?”

Dei problemi aperti, con franchezza, si dovrebbe parlare nella settimana dell’ecumenismo. All’inaugurazione sono presenti trenta persone, a Trento, che Salvatore Peri, valdese, riconosce diocesi all’avanguardia. Nel suo saluto il vescovo Luigi Bressan suggerisce la lettura dell’omelia del cardinale Walter Brandmueller, che ha commemorato in duomo l’anniversario del Concilio di Trento. Lettura istruttiva, certamente, per scoprire però, come ha documentato QT, quanto è ancora lungo il cammino, se il prelato liquida come “scisma” quella che fu la “riforma” protestante, e non pronuncia mai la parola “ecumenismo”. Nessuno, che io sappia, gli ha fatto notare che Trento fa dell’ecumenismo un punto d’onore.

Nell’intervistarlo, Marco Zeni, direttore di Vita Trentina, accenna a qualche segno profetico atteso: il sacerdozio femminile, il superamento del celibato dei preti, la somministrazione dell’eucaristia ai divorziati.

Il cardinale gli risponde rovesciando la domanda: “Non dovremmo piuttosto chiederci se quelle domande sono in sintonia con il Vangelo, con la fede cattolica? Proprio quella fede la cui fedele custodia fu ed è affidata da Gesù alla Chiesa di Roma e al suo sommo Pastore?” Come non sapesse che è proprio il “primato del papa” il problema cruciale.

Forse, anche al contributo ecumenico ha pensato papa Francesco quando, per la prima volta, ha deciso di ascoltare sulle famiglie, e sulla Chiesa, chi della sessualità e delle famiglie conosce i problemi e le gioie. La risposta alla domanda, acuminata, se questo papato è “rivoluzione” o “marketing”, non è soltanto nelle mani del papa, in alto, ma soprattutto in basso, nel sapere e nell’impegno della chiesa e della società. Nella loro volontà di tenere aperto un conflitto.

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