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Acque amare

La realizzazione di un bacino per l’irrigazione tra Sfruz e Coredo ha sollevato non poche polemiche.

La vicenda, all’apparenza, non è molto complessa. Si tratta di un progetto iniziato nel 2006 con una delibera provinciale su proposta del “Consorzio per il miglioramento fondiario di 2° grado Rio-Verdes-Soreti”. L’idea era quella di realizzare un bacino per l’irrigazione dei terreni agricoli circostanti nella zona di Sfruz, Smarano e Coredo.

La zona che usufruirà dell’irrigazione (stimata sui 160.000 mq) non è coltivata in maniera così intensiva come nei terreni dei comuni di Taio, Tres e Vervò, ma vi sono comunque diverse colture come la patata, le ciliegie e, ovviamente, le mele. Viene così progettato questo bacino, capace di contenere oltre 305.000 metri cubi di acqua con una superficie di circa 6 ettari (12 campi di calcio, per intenderci).

Il disegno viene approvato nel 2006 dalla Commissione provinciale per la tutela del paesaggio e dell’ambiente, che ne accerta la compatibilità ambientale. Nel progetto viene inserito anche un secondo bacino di balneazione-ricreativo e una zona umida finalizzata a deviare il flusso degli anfibi. Il lavoro viene commissionato dalla Provincia, che si assumere l’onere di finanziare l’opera (della spesa prevista di 12 milioni di euro) per il 95% a fondo perduto. Il cantiere viene concesso alla ditta Tassullo, che doveva provvedere al trasporto del materiale di scavo in località Bòuzen per poi utilizzarlo nel proprio stabilimento.

Fin qui, tralasciando il fatto che il bacino di irrigazione appare un po’ grande per il territorio in questione, sembra tutto normale.

Iniziano i lavori, ma già dopo pochi anni sorgono grossi problemi. Nella delibera n. 37 del maggio 2014 si legge: “Nel corso dei lavori si è verificato come l’avanzamento degli scavi da parte dell’impresa procedesse con ritmi nettamente inferiori a quanto programmato; addirittura nel 2012 non venne eseguito alcun lavoro anche a causa della crisi del mercato dei materiali da costruzione oltre che - a detta della Tassullo - per il rinvenimento di roccia non idonea alla commercializzazione e per la necessità di utilizzo di mine anziché di escavatore”. Sotto un primo strato, la roccia infatti risulta essere di natura argillosa e quindi non più utilizzabile dall’azienda. Ciò porta la Tassullo prima a rallentare i lavori e poi a fermarsi definitivamente.

I ritardi nell’opera hanno poi causato anche problemi dovuti alla presenza in contemporanea, nel cantiere, della ditta incaricata della costruzione dell’invaso e della Tassullo. Ne nasce un tira e molla che finisce verso la fine del 2013 con la rescissione consensuale del contratto con la Tassullo. Da notare che in nessun documento valutato si fa menzione di una penale pagata dalla Tassullo per non aver portato a compimento il lavoro preso in carico. Strano.

Il progetto cambia

Il cantiere viene quindi affidato alla ditta P.A.C. S.p.A. per i lavori di sbancamento. Per contenere l’inevitabile aumento dei costi dovuto al mancato beneficio del materiale di risulta all’impresa, viene elaborata una variante al progetto, che lascia inalterate le caratteristiche del vaso principale, ma apporta modifiche importanti nelle zone attorno: viene soppresso il bacino ricreativo e, soprattutto, viene “rimodellato” il versante ovest del bacino.

In merito alla cancellazione del bacino per la balneazione, Benito Cavini, ex segretario comunale a Sfruz, sosteneva che “si potrebbe anche giustificare, considerate le traversie e i ritardi dovuti alla lunga vertenza con la Tassullo, ma resta il dubbio che anche inizialmente si trattasse di uno specchietto per le allodole”.

Altro discorso merita invece la modifica del crinale a ovest del bacino. I materiali di scavo in esubero (circa 130.000 mc) sono stati infatti scaricati poco sopra al bacino, andando così a creare un terrazzo pianeggiante a sacrificio di più di 25.000 mq di bosco. La soluzione, presa e attuata in gran fretta, è stata oggetto di aspre critiche. Ma se da un punto di vista della sicurezza la soluzione adottata non sembra presentare criticità, allontanando così il paragone decisamente molto forte che si era fatto con il caso di Stava, non risolve il problema ambientale.

Dalla seduta preliminare per la verifica ambientale tenutasi a marzo 2014 sono sorti pareri decisamente contrastanti.

L’ing. Laura Pretto, dell’Agenzia Provinciale per la Protezione Ambientale (APPA), sosteneva che la variante risultava “decisamente migliorativa, considerando che la ricollocazione del materiale nell’area adiacente al cantiere permette di evitare il trasporto di grandi quantitativi di materiale e quindi tutti gli impatti legati al traffico pesante”. Di contro, il dott. Luca Malesani, dei Servizi Foreste e Fauna, espresse delle perplessità sostenendo che la variante “non può essere ritenuta ambientalmente migliorativa rispetto alla precedente, in quanto va a discapito di superficie boscata con un intervento che non ha in sé una finalità ambientale” e sosteneva la necessità di capire se questa “sia l’unica soluzione possibile o la migliore (non solo sotto il profilo economico, quale evidentemente è per il Consorzio).”

Tra le soluzioni presentate per il riutilizzo del materiale erano infatti state proposte la creazione di una pista ciclabile, la risistemazione di strade forestali e lo spostamento del materiale di risulta all’interno della ex cava Bòuzen di Vervò. Di quest’ultima soluzione si legge che “era certamente la soluzione ideale dal punto di vista paesaggistico, anche se comportava comunque degli impatti temporanei sull’ambiente dovuti al trasporto del materiale dal sito del bacino a quello di stoccaggio (circa 6 km di distanza)”.

Appare strana questa premura ambientale, se si considerano due aspetti: - primo, che negli anni precedenti il materiale era stato trasportato seguendo lo stesso percorso;

- secondo, che si decida di scegliere una soluzione “permanentemente” impattante rispetto ad una temporanea.

Tuttavia, come si legge nella delibera definitiva n. 37 del 20 maggio 2014 “le soluzioni alternative presentate in sede di screening sono state scartate perché ritenute tecnicamente non percorribili, ambientalmente più impattanti o economicamente non sostenibili”.

Ciò che emerge è che la soluzione per cui si è optato è sicuramente la migliore per mantenere il più possibile inalterati i costi di costruzione della struttura (che si aggirano intorno ai 15 milioni di euro) e i tempi di realizzazione (fine del 2015, a scanso di perdita del contributo provinciale) a discapito, purtroppo, dell’ambiente circostante.

Le conseguenze

Vi sono poi una serie di piccoli corollari che rendono la storia ancor più amara.

Benito Cavini fa notare come “salendo da Coredo verso Smarano, ad un certo punto si vede tutta una serie di impianti nuovi, fatti in maniera molto veloce nel giro di uno, due o tre anni al massimo, che hanno seminato tutta la piana”. Ciò fa pensare, anche in relazione a quanto si legge nella prima delibera del 2006, dove “si evidenzia che lo sfruttamento della risorsa idrica accumulabile nel bacino di Pozzalunga dovrà essere indirizzato a sostenere le attività agricole già presenti sul territorio e non ad incentivare nuove iniziative produttive”.

La paura è che la creazione di un bacino di tali dimensioni possa indurre a piantare nuove coltivazioni attraendo agricoltori della zona e della bassa Val di Non, in cerca di nuovi spazi per la coltivazione dei meleti.

Vi è poi la delibera del consiglio comunale di Smarano, che ha sancito il divieto di coltivazione intensiva nei prati a monte del paese. Questi prati fanno parte dei 160.000 mq di terreno agricolo destinatari dell’irrigazione proveniente dal bacino. Questo limita la superficie a disposizione per l’irrigazione, facendo così apparire il bacino ancora più grande rispetto ai terreni per i quali è stato costruito. “Secondo me era già sovradimensionato prima - ammette Cavini - e a maggior ragione adesso, dopo questa delibera”.

Infine vi è il ripristino della strada forestale Sores-Bouzen, sentiero forestale prima dei lavori e trasformato in una strada per consentire il transito dei mezzi pesanti per il trasporto del materiali di sbancamento dal bacino alla cava di Bouzen e all’impianto di Mollaro. La delibera sancisce in maniera esplicita l’obbligo di ripristinare la strada, facendola ritornare forestale. Bisognerà quindi capire a chi sarà addebitato il costo di tale ripristino, considerando il fatto che la strada era stata costruita anche in funzione delle esigenze della Tassullo.

In ultima analisi, la faccenda non risulta così chiara come poteva sembrare all’inizio. Ma se il bacino appare quasi concluso, con gli ultimi collaudi previsti per l’inizio del 2016, non sembrano affatto finite le critiche e le perplessità per un lavoro concluso entro i termini previsti, ma con un costo aggiuntivo in termini ambientali difficilmente quantificabile.

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