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Risparmi a rischio?

Recentemente, nella sede dell’l’istituto Martini di Mezzolombardo, in una sala stracolma, la Cassa Ruraledi Mezzolombardo e San Michele all’Adige, ha organizzato una serata su “Le nuove regole europee sulla gestione delle crisi bancarie”.

Questo ed altri analoghi incontri, organizzati da altre Rurali, hanno toccato un tema di attualità e che, nonostante tante rassicurazioni, preoccupa i risparmiatori. Le recenti vicende che hanno visto il fallimento di alcuni istituti di credito di piccola o media entità hanno fatto drizzare le orecchie a molti, che sono quindi accorsi per cogliere da una fonte informativa vicina notizie fresche.

Ed hanno fatto bene, così tanti cittadini, a uscire di casa. Infatti, il principale relatore della serata di Mezzolombardo, Flavio Bazzana, docente di Economia e Management nell’Università di Trento, ha saputo illustrare con semplicità ed efficacia i comportamenti a rischio che possono portare al fallimento di un’impresa e anche di una banca, comportamenti che lasciano sul terreno molte vittime.

Alcuni temi illustrati dal professore dovrebbero essere patrimonio della conoscenza, della prudenza e del buon senso di ognuno, ma purtroppo non è così. La regola di differenziare gli investimenti (non investendo tutti i risparmi in un solo prodotto finanziario) o di interrogarsi sul perché di certi accattivanti interessi speculativi dovrebbero essere l’abc dell’ homo oeconomicus.

È seguita una sintetica illustrazione dei vari tipi di investimento bancario o di cui le banche sono intermediarie: le azioni, le obbligazioni (quelle subordinate e quelle normali), i titoli di stato, i depositi sul conto corrente, liberi o vincolati. Ed è stato ricordato che, di regola, il massimo della resa (potenziale) di un titolo è strettamente collegato al rischio dell’investimento: insomma, ad interessi elevati il rischio di rimetterci (se va bene di guadagnarci) è altrettanto alto. Dopo la necessaria premessa si è andati dritti all’attualità, cioè al famigerato, per alcuni, “Bail in”, letteralmente “garanzia interna”, in contrapposizione col “Bail out”, o garanzia esterna. In sostanza, si ha un “bail-out” quando una società, normalmente privata, viene in un certo modo protetta o garantita da un’altra società, o ente, generalmente pubblico. È il caso del salvataggio delle banche private da parte degli Stati nazionali quando si evita il fallimento di un’azienda privata con i soldi di tutti. Proprio come si è fatto per tanti anni quando aziende private decotte venivano inglobate nei gruppi finanziari controllati dallo Stato. E qui il discorso è caduto sulla recente (anno 2013) direttiva europea che ha imposto l’introduzione del meccanismo partecipativo al rischio d’impresa da parte degli azionisti e, a scendere, degli obbligazionisti (prima di tutto i possessori delle cosiddette obbligazioni subordinate) e giù fino ai risparmiatori titolari di un semplice conto corrente o di certificati di deposito. Per questi ultimi due, il rischio però investe solo gli importi superiori ai primi centomila euro. Fino a quella cifra, infatti, i conti sono garantiti dal sistema bancario nazionale, che da anni ha accantonato un apposito fondo di garanzia. Risorse tali che in caso di fallimento di un istituto di credito, il sistema interbancario dichiara sufficienti a dare copertura di garanzia a tutti i conti correnti fino a centomila euro. Con le nuove regole, in caso di fallimento, come per le altre imprese private, i primi a perdere il capitale investito saranno quindi gli azionisti della banca, che incorreranno perciò nel rischio maggiore, ed a seguire gli obbligazionisti. Nel caso delle quattro banche recentemente fallite, gli obbligazionisti ordinari non sono però stati coinvolti. Sono invece rimasti fregati gli azionisti e i possessori di obbligazioni subordinate. I titoli di stato sono fuori discussione, quelli sono per definizione - toccando ferro - gli investimenti più sicuri. A proposito di garanzie, sapevate che in Germania, la garanzia sui conti correnti non ammonta come in Italia a 100.000€, ma solo a 30.000?

Anche a Lavis, qualche settimana dopo, sala strapiena e clima apparentemente disteso, anche perché il relatore, il direttore della Cassa centrale delle casse rurali, Mario Sartori, ha ricordato che in caso di fallimento, per i soci delle Rurali il rischio sarebbe in ogni caso limitato alla singola quota sociale che, normalmente, corrisponde a pochi euro. E poi, è stato ribadito, le Rurali trentine non hanno mai venduto ai loro clienti e soci le famigerate obbligazioni subordinate (nel frattempo, una recente disposizione, ne impedisce la vendita a semplici clienti in qualunque banca). Quindi, diversamente da quanto successo altrove, per i soci e clienti delle Rurali, nessun timore neanche sul fronte delle obbligazioni.

Qualche preoccupata attenzione da parte dei dirigenti della Cassa rurale di Lavis è stata diretta verso il recente decreto legge che ha modificato il sistema delle banche cooperative. Il tutto con particolare riferimento al fatto che, raggiunto un capitale sociale di 200 milioni, qualche Cassa rurale potrebbe essere tentata di abbandonare il sistema del credito cooperativo per trasformarsi in Spa, alla faccia del mutualismo.

Per quanto riguarda il panorama locale, va detto che nessuna Rurale operante in Rotaliana e dintorni ha accumulato un patrimonio tale da poter pensare ad un’ipotesi come quella vagheggiata nel decreto. Eccone i dati patrimoniali desunti dal bilancio 2014 (l’ultimo disponibile, approvato nella primavera scorsa): Lavis e Valle di Cembra, 78 milioni; Mezzolombardo e San Michele, 28 milioni; Mezzocorona, 26,5 milioni; Roverè della Luna, 8 milioni.

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