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Il potere vero

L’allegato a QT: la storia dell’area ex-Michelin, destinata al pubblico e finita in una speculazione immobiliare; forse fallita, comunque rifinanziata dal pubblico denaro. 18 anni di documenti, che spiegano chi a Trento comanda per davvero.

L'area Ex-Michelin
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Il termine “affare” nel titolo del libretto allegato a questo numero del giornale (“L’affare ex-Michelin”) rimanda, come spiega l’autore Gianfranco de Bertolini, al concetto di “operazione economica”. Di grande portata per Trento e per il Trentino, diverse centinaia di milioni di euro. Ma rimanda anche al termine francese “affaire” definito dai dizionari come “fatto o caso (spesso giudiziario) di una certa importanza, con risvolti politici e sociali”. Qui i risvolti giudiziari sono a tutt’oggi assenti; ma invece, indubbiamente il caso Michelin è risultato nel panorama trentino di primaria importanza, dal punto di vista politico, economico, sociale: sia per l’entità dei capitali in gioco, ma anche per lo strettissimo, simbiotico rapporto con la politica, per il viluppo di poteri che attorno ad esso si sono intrecciati, per le conseguenze sullo sviluppo della città di Trento. Tutte cose che si sono in varia maniera, talora distorta, talaltra umorale, riflesse sulla pubblica opinione, che in buona sostanza alla fine l’operazione la ha bocciata, relegando il grande elegante quartiere di Renzo Piano alla penosa categoria dell’invenduto.

La raccolta di documenti, operata, selezionata e presentata da Gianfranco de Bertolini ha il grande pregio, ordinando e dando un senso a una montagna di atti peraltro pubblici, di fornirci gli strumenti per capire cosa è avvenuto su quella vasta pregiata area tra il centro storico e il fiume; ma anche di accendere un faro sui potenti della città e sul loro operare. Intendiamoci, il libro non parte da tesi preconfezionate, e quasi sempre si astiene dal fornire risposte, preferendo invece – in maniera se vogliamo poco giornalistica e poco accattivante, ma indubbiamente rigorosa – dare la parola ai documenti. Ma se le risposte non vengono date, le domande invece vengono poste, e anche molto esplicitamente nell’introduzione: e sono domande capitali sulla democrazia, sul potere, sull’economia del Trentino.

Sta poi al lettore che abbia voglia e pazienza di approfondire, addentrarsi nella compulsazione (non necessariamente integrale, e peraltro facilitata dall’autore) dei documenti, per trovare le proprie risposte.

Qui noi, che in tutti questi anni abbiamo seguito la vicenda, forniamo una delle chiavi di lettura.

Se il momento topico da cui parte de Bertolini è il consiglio comunale del 31 luglio 1998, in cui il Comune di Trento ufficialmente rinunciava all’area offertagli dalla Michelin, per consegnarla alla società privata Iniziative Urbane, noi invece partiamo da alcuni anni addietro. Anni in cui il dibattito urbanistico – e le stesse previsioni del Prg – avevano individuato in quell’area industriale contigua al centro storico e prossima ad essere dismessa, lo strumento, l’opportunità, per ricucire il rapporto della città con il suo fiume. Obiettivo realizzabile destinandola a grande parco urbano\fluviale, in cui posizionare – poche – strutture, dedicate a università, cultura, ricreazione, ricerca. Un grande progetto, in grado di ulteriormente qualificare il rapporto tra centro città, università, verde; un progetto fortemente sostenuto dall’opinione pubblica, ambizioso eppur realistico, anche perché l’unico eventuale ostacolo, il costo di acquisizione dell’area, era in realtà molto modesto, in quanto effettuabile (come si sarebbe saputo solo molto ma molto dopo) a un prezzo decisamente ragionevole, 49 miliardi di lire (poco più di 25 milioni di euro) per 11 ettari.

Invece in quella seduta del 31 luglio, in piena estate, tutto cambia. Anche se il promotore pubblico dell’affare, il sindaco Lorenzo Dellai, si sbraccia nell’assicurare che a cambiare è solo lo strumento, non l’obiettivo, di fatto questo non sarà più la ricucitura urbanistica, ma il profitto della società privata Iniziative Urbane.

Lasciamo perdere, o meglio, accenniamoli qui una volta per tutte, gli aspetti politici e, ancor più importanti, quelli istituzionali, che in tutta la vicenda, per 18 anni si ripeteranno sempre uguali: l’irrilevanza del Pds-Ds-Pd, completamente subalterno; il nulla dell’opposizione di centro-destra, che non contesta l’operazione, semmai pronostica che non se ne farà niente; e soprattutto l’aggiramento delle istituzioni, tutto viene deciso in riunioni ristrette e private, le assemblee elettive e le stesse commissioni consiliari vengono bypassate (chi ha mai deciso qualcosa in merito allo spostamento della biblioteca universitaria?) e quando sono coinvolte (quel famoso 31 luglio) vengono loro fornite notizie gravemente incomplete.

È giocandosi queste carte (oltre che contando sulla miracolistica fiducia dell’epoca nel “rapporto pubblico-privato”) che nel luglio del ‘98 Dellai, a proposito dell’acquisizione dell’area Michelin lancia una partnership con una società privata (che “andrà a costituirsi” dice Dellai, in realtà è già costituita da otto giorni) per realizzare una “concertazione fra istituzioni pubbliche ed istituti finanziari locali o nazionali” attraverso il metodo del “project financing”. Passato ora di moda visti gli scarsi o pessimi risultati, il project financing, disciplinato per legge, consiste nella realizzazione di opere pubbliche attraverso il finanziamento, totale o parziale, da parte di privati, che poi trovano la loro remunerazione nella gestione delle opere stesse. Sembrava l’uovo di Colombo: i privati (invece del pubblico) ci mettono i soldi, e poi rientrano grazie alla gestione (più efficiente di quella pubblica) dell’opera. Solo che poi la gestione privatistica, inevitabilmente tesa al rientro finanziario, dava servizi pessimi (pensate agli ospedali) e il project financing è stato abbandonato. Ma nel caso della Michelin, in quanto a prevalenza dell’interesse privato, si era già, fin dall’inizio, ben oltre il project financing, del quale anzi non c’era nessuno dei presupposti: nessuna gara tra diversi proponenti per realizzare opere pubbliche, bensì la rinuncia del pubblico a un’area in favore di una mastodontica, privatissima operazione immobiliare. La documentazione e le considerazioni legali presentate da de Bertolini non ci sembrano lasciare adito a dubbi.

Lorenzo Dellai, sindaco nel 1998.

Una chicca è la lettera con cui nel settembre del ‘98 Dellai spiega – o meglio, elogia – l’iniziativa: il Comune non aveva ritenuto di acquistare direttamente l’area, non tanto per una questione di soldi “ma per sperimentare una formula innovativa che consentisse il coinvolgimento del risparmio locale in un’ottica di partecipazione e quindi di controllo dei cittadini che si stima possa garantire un’efficienza operativa ben maggiore di quella del tradizionale dirigismo pubblico”. Vale a dire: lasciando il pallino ai privati, ci sarà non solo più efficienza, ma anche più partecipazione, più controllo dei cittadini. A quali cittadini partecipanti e controllanti il nostro si riferisca non è chiaro: a noi viene il sospetto che non siano quelli bene o male rappresentati nell’esautorato Consiglio Comunale, ma la molto più ristretta ed elitaria cerchia a capo delle società finanziarie di cui l’opuscolo poi si occupa.

Dellai poi, nel suo entusiasmo va oltre, ed auspica che Iniziative Urbane “soggetto esponenziale di interessi

diffusi se non propriamente pubblici” si ponga “obbiettivi ancora più ambiziosi della singola operazione per cui è nata, programmando a tempo indeterminato, come soggetto proponente studi e piani di fattibilità nonché promotore e coordinatore di iniziative urbanistiche concertate con l’Amministrazione Comunale”.

Massimo Tononi, presidente ISA

Insomma, l’operazione Michelin come apripista di un’urbanistica cittadina globalmente delegata a una società gestita dai maggiorenti. I quali peraltro, da queste operazioni “devono” guadagnarci, come viene ripetutamente da loro ribadito; e come diventa, nei fatti, ben presto molto evidente. La sbandierata “regia” dell’ente pubblico (“modalità concordate col Comune allo scopo di conferire a quest’ultimo dei poteri di governo per la riconversione dell’area più penetranti e più efficaci di quelli che istituzionalmente gli competono, consentendogli di influire non solo nella fase urbanistica ma anche in quella di definizione dettagliata dei contenuti funzionali e dei temi realizzativi” vagheggia Dellai) va a finire nel nulla. Anzi, si tramuta nel suo opposto: sarà l’Ente pubblico, che per puntellare un’operazione immobiliare fallimentare, continuerà ad investire in proprio nell’area e soprattutto a stravolgere la pianificazione e la razionalità urbana. La regia sull’area, con buona pace di Dellai, rimarrà saldissimamente nelle mani dei privati, che anzi, imporranno stravolgimenti nelle aree – pubbliche - adiacenti.

Giovanni De Benedetto, presidente ITAS

Questa perversa dinamica è molto ben illustrata dai documenti presentati da de Bertolini. Il quale elenca tutte le spese sostenute dal pubblico nell’area; spiega la forzatura di trasferire il Muse, previsto da Renzo Piano come costruzione a ferro di cavallo attorno a Palazzo delle Albere (“il negativo del Louvre e della Piramide di Pei” disse ai tempi della presentazione) e su terreni prevalentemente pubblici, in una più consueta realizzazione a pianta rettangolare sui terreni di Iniziative Urbane; spiega anche, da avvocato civilista, tutte le perplessità (citando specifiche sentenze della Cassazione, ma anche l’esempio della costruzione del Museo di Frank Gary a Bilbao) sulla legittimità di assegnare la costruzione del Museo, naturalmente a Iniziative e al Fondo Clesio poi subentrato, senza alcuna gara o appalto; informa sulle nuove altezze – con un aumento di 4,5 metri – con cui un’apposita Variante urbanistica beneficia i palazzi divenute nuove sedi di Isa e Itas, le società capofila di Iniziative Urbane; illustra i vari passaggi con cui si decise di non costruire più la biblioteca universitaria secondo il progetto dell’arch. Mario Botta in Piazzale Sanseverino all’uopo acquisito dall’Università e adiacente alle facoltà del centro storico, ma – sempre senza gara alcuna - all’estremo sud dell’area ex-Michelin; riporta le convenzioni e i protocolli d’intesa con cui Provincia, Comune, Università, espandono l’area universitaria nel compendio CTE, per creare un minimo di collegamento con l’isolatissima biblioteca (e il sempre deserto complesso delle Albere, aggiungiamo noi) anche a costo di sloggiare e compromettere l’attività di Trento Fiere.

Come si evince da tutta questa serie di passaggi, siamo di fronte a una stretta relazione tra il potere economico coagulatosi in Iniziative Urbane\Fondo Clesio, e i vertici della pubblica amministrazione. Un rapporto egemonico: l’interesse dei privati – di “quei” privati – viene assunto come interesse generale, e ad esso tutto viene subordinato.

Le ricompense sono state copiose e fruttifere. Lorenzo Dellai, al 31 luglio 1998 sindaco di Trento, due mesi dopo, tra il consenso unanime, anzi entusiasta degli organi di stampa, si candida alle elezioni provinciali e per 15 anni governa come presidente della Pat.

Giovanni Pegoretti, inventore della Fondazione Caritro e Presidente Isa

Chi sono dunque questi privati a Trento così potenti ed egemoni? La seconda parte dell’”Affare ex-Michelin” è dedicata a rispondere a tale quesito, attraverso la pubblicazione di quote proprietarie, intrecci societari, cariche, patrimoni e capitali sociali delle entità economiche che hanno dato vita e gestito Iniziative Urbane e Fondo Clesio. Sono anch’essi dati ufficiali, della Camera di Commercio, da cui si possono ricavare molteplici considerazioni, alcune delle quali proposte dallo stesso de Bertolini. La prima è che a capo di tutto ci sono due società, la finanziaria della Curia, ISA, e il gruppo assicurazioni ITAS, tra loro intrecciate per scambi societari e di uomini. La dominanza politica e culturale è della Chiesa trentina, che ha il controllo assoluto di ISA. Alle due è associata la Fondazione Caritro, che in tutte le operazioni finanziarie anche extra Michelin è partner di ISA e ITAS (ricordiamo che il padre della Fondazione è stato Giovanni Pegoretti, già presidente di ISA, però non si capisce questo ruolo finanziario e sociale di un’istituzione che dovrebbe essere dedita a sostenere ricerca e cultura, non la speculazione edilizia, e ci sembra molto arretrata l’idea di fare soldi con il mattone per poi spenderli in ricerca). Le altre società, per quanto importanti, sembrano – almeno nell’iniziativa della Michelin – a rimorchio della triade.

De Bertolini va anche oltre: passa dalle società alle persone, i componenti dei cda e dei vari organi sociali. Argomento che può sembrare di gossip: in realtà si ricava la costante presenza, in posizioni apicali, di alcune persone. Quelli sono i maggiorenti, coloro che a Trento decidono.

L’autore nota come, con il passare degli anni, sia cambiata la tipologia del maggiorente: dall’imprenditore self made man, al professionista con vaste esperienze internazionali, con l’ingresso anche del genere femminile.

Possono questi ultimi dati ispirare una ventata di pur moderato ottimismo? Non crediamo: il Trentino migliorerà non quando avrà maggiorenti che hanno studiato a Londra, ma quando nella pubblica opinione ci sarà la consapevolezza della necessità di non lasciare a loro – e ai loro politici – carta bianca. Perché un’ultima considerazione del libro ci sembra illuminante: nonostante la crisi, nonostante il clamoroso invenduto alle Albere, in questi ultimi anni le società di cui parliamo hanno continuato a macinare utili. Come mai? Perché hanno manager bravissimi, o perché c’è qualcun altro che paga per loro?