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In gita a New York al tempo di Trump

Le strade, le case, il cibo, i prezzi, gli umori della gente... In un campionario di fisionomie da manuale di etnografia

A 12 anni dal viaggio sulla costa Usa occidentale, stavolta tocca alla East Coast. In programma tre settimane “fai da te”: una a New York, una per parenti attorno ai grandi laghi, l’ultima a Miami, tanto per esserci stati.

Otto ore di volo ed ecco il trafficatissimo aeroporto di New York. Misure di sicurezza ovunque e di ogni genere: perquisizione, impronte digitali, video registrazione, tripla verifica incrociata dei passaporti, ispezione del bagaglio a mano. Dappertutto poliziotti mani sui fianchi o braccia incrociate sul petto, pistolona ben in vista, sguardi sospettosi dietro occhialoni scuri. In metro fino a Lexington e poi finalmente fuori, assediati da grattacieli infilati in un cielo tersissimo. Viene subito da contarne i piani alla ricerca del più alto, ma arrivati al 50° gli occhi si confondono e il mal di collo è garantito. Impossibile invece perdersi nel reticolo ortogonale numerato delle vie di New York: quelle verso nord sono Avenue, quelle verso est Street. Pochi minuti e siamo nell’appartamentino affittato sulla 62ª Street, seconda Avenue, senza perdere il minimo passo e senza fare uno scalino: l’ascensore ci scarica dentro l’appartamento.

Spostarsi in città è abbastanza economico, macchina esclusa: parcheggi a non meno di 40 dollari, parchimetri succhiasangue, multe very easy, rischio rimozione alla minima distrazione. Meglio i bus o la metro, open 24h su 24, a tre e perfino quattro livelli sovrapposti con 4-6 binari appaiati e ticket a 2,75 dollari. Arriva dappertutto, ma nella fretta basta confondere piano o binario e ci si ritrova a Jersey City volendo andare dalla parte opposta, a Queens.

Nelle carrozze solitamente ingolfate in modo impenetrabile, i passeggeri salgono già con smartphone acceso e cuffiette, assorti, nessuno guarda nessuno. Chi telefona o chatta, chi ascolta musica ad occhi chiusi o guarda film o la Tv, chi segue corsi d’inglese... A domanda rispondono cortesemente con la faccia di chi ti chiede: ma non c’era qualcun altro?

Mangiare non è un problema, pizzerie al taglio, fast food, ristoranti comuni, di lusso o etnici sono onnipresenti e affollati. Menu standard da 8 a 12 dollari: burger, cheesburger anche double, chicken freed skinless & boneless, pizza, tacos, patatine fritte a badilate, dressing (salse) dagli ingredienti indicibili. Le calorie? Il Grand Big Mac da solo ne fa 753, le patatine 340, dressing e coca 400: in totale 1.500! Cibo spazzatura? Certo, ma basta addentarlo per mandare in tilt le papille gustative e auto-assolversi con propositi di pentimento e penitenza al rientro in Italia.

Per contenere i costi, il nostro Mac abituale sulla quarta avenue ha eliminato i camerieri e sostituito la cassiera con un Macmenu a touch: si tocca il prodotto scelto, si paga con carta di credito e si porta l’ordinazione al banco cucina. Qualche minuto e sei servito in piedi che par d’essere al bar dei Cavai in San Martino! Naturalmente c’è posto anche per i gastrofighetti: attovagliarsi all’italiana però drena 18 dollari per una pizza margherita, 30 per un piattino di pesce affumicato e, per un pranzo classico, mai meno di 60. Una buona bottiglia (dai 20 ai 40 dollari) esclusa.

L’inevitabile spending review

Capitan America, Hulk e Batman a spasso

A pensarci bene, noi avremmo la cucina in casa: perché non arrangiarci al supermercato? Prezzi da cari a carissimi: da Morton Williams, sulla quarta, un grappolo d’uva acerbina 13 dollari, una bottiglia da litro d’olio d’oliva 25, una di vino da 18-20 in su, una libbra di spaghetti deCecco 5 dollari ecc...

Ci lamentiamo dei prezzi con Tom, cugino per moglie, e lui ci ricorda che “tutto più costoso” è nel brand di Manhattan! Ci consiglia di andare a Brooklyn: cinque dollari e mezzo di metropolitana e se ne risparmiano 50 di spesa! È una piacevole compagnia quella di Tom. Ex bibliotecario dalle mille letture, liberal, ci fa da guida nei luoghi più celebrati della città ed al museo di scienze naturali, davanti alla rappresentazione dell’evoluzione umana, ci fa notare come manchi il genotipo di Trump. Senza tanti giri di parole ci assicura di sentirsi perfino umiliato come americano di averlo per presidente. Chi l’ha votato? Superconservatori, farmers arretrati, ex classe media, riciclati del KKK, reazionari wasp in cerca di rivincite post Obama…

Intanto, nonostante i risparmi, il budget sbanda pericolosamente: 36 dollari per il 68º piano del Rockfeller Center, 30 per il museo di scienze naturali, 25 per il vicino Guggenheim e 25 “suggeriti ma non richiesti” per il Metropolitan, 35 per il battello attorno a Manhattan…

Spending review inevitabile: via il giro in bus panoramico da 20 fin oltre 100, via la statua della libertà da 50 in su, via le fettuccine alla bolognese nel Queens e, al top, via i 250 per un giro in elicottero sull’Hudson. Un salace Tom chiosa: “In tutta New York solo tre cose gratis, il battello per Staten Island, comprensivo di vista - for free - sulla statua della libertà, gli assaggi promozionali per strada e le panchine di Central Park”.

Quest’ultimo, a un quarto d’ora da casa, da solo merita una giornata: oltre tre km quadrati di alberi, prati, laghi, scoiattoli, merli, conigli e relativi predatori, un teatro all’aperto, carretti dell’hot dog, carrozze a cavallo, risciò a pedali, ristoranti, caffè, statue, famiglie al picnic, free climbers, joggers e panchine residenziali per i non pochi newyorkers dalla vita border line... All’entrata tanto di invito a spegner la cicca prima di metterci un sol piede e dentro salutari cartelli “Smell flower, not smoke” certamente più disinteressati dello “Smoke less, play more” visto a Las Vegas.

I grattacieli

Times Square

I grattacieli, l’essenza di New York, impressionano per densità, forma e altezza. Ne sono in costruzione ovunque, sempre più alti e slanciati. Il piano urbanistico li regola fin dal 1916 in altezza e vicinanza per non lasciare troppo in ombra le strade, una specie di “ius solis”.

Ogni centimetro di area edificabile è sfruttata al massimo, anche a costo di tirar su building di 40-50 piani per due vani più terrazzo in larghezza. Prezzo degli appartamenti? Vale in generale il principio che se chiedi il prezzo significa che non puoi permettertelo, perlomeno non negli skycraper dall’aspetto plutocratico, sold out dalle fondamenta, alta concentrazione di vip dalle relazioni globali generatrici di altri soldi, schiere di portinai in divisa, sicurezza privata, piscina, palestra, sauna, fitness, spese condominiali e mance di Natale appropriate.

Caso smaccato, il magasuperattico del luccicante 432 di Park Avenue: ha passato per primo i 100 milioni, ma già si vocifera di uno prossimo a 120! Chiedo a Tom se a New York ce ne siano così tanti di tanto ricchi. “No, acquirenti perlopiù stranieri, russi, arabi, indiani, brasiliani, cinesi e… italiani in cerca di un porto sicuro per i propri soldi e anche per sé… non si sa mai!”.

Notiamo come, pur essendo qui per la prima volta, la città ci appaia familiare, riconosciamo luoghi e grattacieli spesso nelle nostre case con la Tv, le cronache, i telefilm: trovarsi sul ponte di Brooklyn, sotto l’Empire, al Palazzo dell’Onu o a Times Square ci rimanda una sensazione di sorpresa, quasi di déjà vu, come l’aver incontrato improvvisamente un amico dopo anni.

È così anche per Ground Zero, forse il posto più malinconico della città: due vasche con acqua a cascata ricordano il punto di collocazione delle due ex torri. Sul bordo i nomi dei 2.600 morti, molti italiani. Attorno un accenno di giardino, il grattacielo della Freedom Tower che con i suoi 1776 piedi (526 metri) mette fuori scala tutti gli altri, e in un angolo il solito McDonald’s: ormai Big Mac dipendenti, ne ordiniamo quattro e ci accomodiamo nel giardino di fronte: senza averlo cercato siamo nello Zuccotti park, il secondo tempo di “Occupy Wall Street” e avvisaglia già 3 anni fa di un’America sempre più inquieta e smarrita. Poi via a smaltire tutte quelle calorie: Wall Street, il ponte di Brooklyn, la vivacissima Chinatown, l’Admiral Promenade sull’Hudson, la Trinity Church che, nemmeno 90 metri, spalanca sopra di sé un ampio squarcio nel cielo.

Intanto la settimana newyorkese se n’è volata via e dovremmo proseguire per i laghi, ma Hertz autonoleggi ci chiede 3.470 dollari per due settimane, assicurazione integrale e drop off. Ci sembrano tantini e poi Tom ce lo sconsiglia: “Niagara e parenti a parte, solo campagne, boschi e città anonime. Provate a conoscere meglio New York e fatevi un bagno a Coney Island. E poi il 4 luglio è la nostra festa, non potete perderla. Accontentatevi di Miami!”.

Povero Colombo!

Il traghetto per Staten Island

Intanto su giornali e Tv si alza il tono della grana riguardante Cristoforo Colombo, gen. Robert Lee & associati, sottoposti a rilettura storica con la foga revisionista degli storiografi cristiani del quarto secolo. Una revisione favorita dalla tonalità ecumenica imposta all’America di Obama. Infatti, per non far sentire alieni i tantissimi ultimi arrivati rispetto al melting pot “in progress” di ogni vecchio e nuovo americano, si pensa di eliminare statue, riconoscimenti pubblici, piazze e sfilate in memoria di persone divenute oggi “politically incorrect”.

La furia iconoclasta ha già fatto vittime: la statua di Colombo, “genocida seriale, razziatore, untore, e suprematista ante litteram”, s’è già trovato un tomahawk in mezzo agli occhi e al generale hanno portato via teste, gambe e spade. A rischio anche centinaia di statue di benemeriti del Paese, conquistatori, generali, filantropi, speculatori e perfino un cane, tal Balto, che stanno, per dirla all’Ungaretti, “come d’autunno sugli alberi le foglie”.

In tema Tom ci porta al Columbus Circle, da lui definito “orgoglio degli Italiani”. Si tratta di una piazza-rotatoria a 4 corsie con statua del genovese impavido e cicciotto in cima ad una colonna di una ventina di metri. Lì, per ora, è al sicuro da azzoppamenti, tinteggiature o comunque canzonature, ma il sindaco Bill De Blasio, poveraccista ideologico in odore di rielezione, ha in materia un orientamento giacobino e per il navigatore l’archiviazione in cantina è quasi sicura.

In queste vicende non manca mai il ridicolo che sarà comodamente toccato il 20 agosto: un cronista sportivo, certo Robert Lee, omonimo del generale ma di origini asiatiche, verrà sostituito in una telecronaca da Charlotteville poiché il suo cognome avrebbe potuto suscitare suggestioni sgradevoli!

Troppo per certi bianchi suprematisti che si sono mobilitati al canto dell’inno nazista “Blut und Boden” doppiato in “Blood and Soil”, come a ricordare che l’America è loro, che l’hanno costruita loro, gli yankee, e che tutti gli altri, le Pochaontas, gli zii Tom, i chicanos, i musi gialli, i papisti (cattolici), i dreamers ecc... sono solo ospiti. È la vecchia America wasp, bianca, protestante, ipercapitalista, un po’ egoista e anche razzista cui hanno dato fiato certi slogan elettorali di Trump. Dopo le elezioni infatti sono subito corsi da the Donald a batter cassa ma lui, dopo silenzio redentivo, ha corretto la rotta: la colpa è “both sides”.

Non riesco ad immaginare cosa sarebbe successo in caso di vittoria di Sanders, underdog post-keynesiano, socialista e non liberal, sostenitore di omosessuali, lgbt, minoranze etniche e disoccupati, anti Wall Street, tassatore di patrimoni, contrario alla pena di morte, pro aborto e sanità pubblica per tutti, università gratuita, salario minimo a 15 dollari, ambientalista, pacifista e pro cannabis. Lo chiedo a Tom: “In effetti una somma di disgrazie costosissime e insopportabili per l’americano self made”, ammette. Poi perplesso: “La spaccatura tra bianchi old style e liberal e immigrati da all over the world sarebbe diventata drammatica!”.

Tutti i colori di New York

I gitanti

A New York, primi di luglio, di questo bad feeling non c’è traccia e l’idea di rifare l’America first (o più white per qualcuno) mostra la corda. Per strada, in metropolitana, nei Mac Donald’s si sgomita con un campionario di fisionomie da manuale di etnografia: bianchi biondi, rossi, pallidi o bruni; neri e mulatti in ogni sfumatura; orientali bianchissimi, quasi bianchi o brunastri; latinos, mori, bassi o bassissimi, indiani olivastri in tutte le combinazioni umane possibili.

Li vediamo tutti il 4 luglio, in mano una bandiera, sfilare, applaudire e cantare per la festa dell’indipendenza e poi festeggiare nei parchi con picnic a base di hot dog, bisteccone, pollo fritto e coca cola. Alla sera, mezza New York è in cammino verso l’East River per i fuochi d’artificio delle 22,30, quasi un’ora di coloratissimi lampi di luce e botti, aperti e chiusi ovviamente da un’intensa salva blu, bianca e rossa.

Il 6 luglio al tramonto traversiamo a piedi l’East River sul Manhattan bridge, uno show di grattacieli, navi, rimorchiatori, aerei e gente in movimento.

Per il mio compleanno siamo diretti a Litte Italy in cerca di un piatto di qualsiasi cosa esali fragranze nostrane: fettuccine, lasagne o una fritturina, anche a costo di bancarotta. Little Italy è un quartierino a case basse (per ora) di mattoni assediata dai cinesi di Soho e Chinatown. Insegne tricolori e menù rigorosamente in italiano, ma basta dare un’occhiata per scorger solo orientali, indiani, vietnamiti, messicani e chissà chi altri. I tavolini, molti anche in strada e rigorosamente con tovaglie a quadretti bianchi e rossi, sono tutti occupati pur essendo le 11 di sera. Azzardiamo la richiesta in un ristorantino ma il proprietario, un simil-indiano, spiaccica in italiano soltanto “Buon giorno” anche all’ora di chiusura e di nostrano ha soltanto i prezzi. In ogni caso di posti non ce ne sono: allungare il passo, please, lì dietro c’è un Mac!

Questa brown tide, marea marrone di immigrati a milioni, rimanda alla nostra marea da 150 mila all’anno, così appena incontro in una rosticceria all’aperto Riccardo, un amico di Milano negli Stati Uniti da 39 anni, gli chiedo di Trump.

Davanti ad un facsimile di Big Mac imbottito di calorie oltre ogni pentimento possibile, non dà apertamente ragione alla sua volontà di buttarli fuori, ma non obietta alcunché quando gli riferisco di un cugino che pensa la stessa cosa. Però l’Obamacare, i sussidi per la casa, il salario minimo ecc.. mi paiono cosa buona e giusta, lo incalzo. “Perché devo lavorare io mezza giornata in più per te? Non te la cavi? Non ti dai da fare abbastanza!”. è la replica in piena etica wasp.

A mezzanotte dell’8 luglio ancora un ultimo giro a Time Square, la piazza dove il 31 dicembre una sfera scandisce l’arrivo dell’anno nuovo. Qui qualsiasi ora del giorno potrebbe essere qualsiasi altra: grattacieli luccicanti di insegne pubblicitarie e luci fino al 60° piano, negozi e gioiellerie da ricchissimi, teatri e music hall, MacDonald’s e viavai di folla: chi si fa un selfie, alcuni orientali in videochiamata con chissà dove, ragazzi con chitarra in mano, donne arabe in niqab, uno che dà per certo il ritorno di Cristo, 3-4 Superman in pose da cartone animato, un paio di cowboy, l’Uomo Ragno, Batman con cellulare e hot dog.

Un Superman mingherlino ci invita al suo fianco per una foto gratis ma poi ci scruta quasi asfissiante come a dire che ora tocca a noi metter in posa qualcosa! Tom gli allunga mezzo dollaro e lui per rinfacciarci la pidocchieria, mima un morso alla moneta come un sospettoso cambiasoldi d’oro di trecento anni fa. Però, le tre di mattina! Ce la facciamo una brioche? Macché, pretesa irragionevole: solo Mac Donald’s e affini, con la stessa coda fuori di mezzogiorno e menù “burger first of all”, naturalmente!

Beh, con New York abbiamo finito e domani, tassativamente entro le 11, all’aeroporto di Newark: si vola a Miami!

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