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“Un’eterna bellezza”

Il canone classico nell’arte italiana del primo ‘900. Rovereto, Mart, fino al 5 novembre.

Vladimiro Sternini
Antonio Donghi, “Giocoliere”, 1936

Realizzata in collaborazione con la Fundación MAPFRE di Madrid, che ha ospitato la mostra da febbraio a giugno, “Un’eterna bellezza” è un excursus negli anni del primo dopoguerra europeo, caratterizzato in ambito estetico da un generale “ritorno all’ordine” d’impianto classico, espresso da tendenze e movimenti artistici come Novecento italiano, la Metafisica, Valori Plastici e Realismo magico. Una risposta per molti versi naturale agli orrori e all’irrazionalità della guerra, che coincide con uno sguardo a un passato idealizzato, eterno ed armonico, come quello dell’arte rinascimentale: non a caso viene recuperata l’importanza della tecnica pittorica, così come la suggestione di temi classici come il ritratto, l’allegoria, il paesaggio e la natura morta.

Il percorso, in stretto dialogo con le collezioni del Museo tramite delle infografiche, attraversa la produzione di quei protagonisti dell’arte italiana del primo Novecento che maggiormente si sono confrontati con l’eterno ideale della classicità della tradizione mediterranea, aggiornando in chiave contemporanea la lezione di Giotto, Masaccio, Piero della Francesca e degli altri artisti rinascimentali.

Alcuni protagonisti di questo rinnovamento, come Carlo Carrà, abbracciarono l’arcaismo e la tradizione dopo le tumultuose esperienze estetiche in seno alle avanguardie storiche; ma in questo non c’è un rinnegamento, quanto un superamento di un’esperienza profondamente mutata dalla storia.

Le oltre cento opere presenti in mostra sono scandite da sette sezioni tematiche. La prima è dedicata alla Metafisica, corrente affermatasi negli anni della Prima Guerra Mondiale a Ferrara, grazie al fortuito incontro tra Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Alberto Savinio e Filippo de Pisis, al tempo tutti soldati. Il carattere atemporale ed estraniante della Metafisica è ben avvertibile soprattutto in alcuni lavori di de Chirico, come “La matinée angoissante” (1912), “Enigma della partenza” (1914) o “Alcesti” (1918).

La seconda sezione tocca un tema-cardine dell’intera mostra: l’evocazione dell’antico e della sua purezza anche formale, centrale ad esempio nell’esperienza del gruppo di Novecento (Bucci, Dudreville, Funi, Malerba, Marussig, Oppi e Sironi), sorto a Milano nel 1922 e fin da subito patrocinato da Margherita Sarfatti. L’antico ricorre nelle opere di questi artisti - così come in quelle di Borra e Severini - non solo tramite dirette citazioni iconografiche, ma anche per mezzo dello stile, al contempo solenne ed essenziale, come nella “Partenza degli Argonauti” (1933) di Savinio, o ne “L’Architetto” (1922-1923) di Mario Sironi.

Negli anni tra le due guerre mondiali il tema del paesaggio è al centro di un inaspettato revival. Un paesaggio soprattutto urbano, sebbene scevro di quel carattere dinamico, frenetico e mutevole che aveva caratterizzato la città futurista.

Esemplari in tal senso sono i paesaggi periferici di Sironi (“Paesaggio urbano”, 1920), così come le vedute prospettiche di Milano e di Roma al centro delle opere di Donghi (“Via del lavatore”, 1924) e Usellini (“La Nonna delle case”, 1926).

Anche la natura morta diviene in questi anni un luogo privilegiato di ricerca per una pittura meditata, capace di indagare la poesia e l’armonia anche nelle piccole cose quotidiane, come nelle opere di Dudreville, Oppi, Donghi e soprattutto Cagnaccio di San Pietro, i cui lavori rimandano per indagine lenticolare alla tradizione fiamminga.

È però la figura umana, riguadagnata una spiccata plasticità nel corso degli anni Venti, dopo le scomposizioni intraprese dalle avanguardie storiche, ad essere presa maggiormente in considerazione all’interno del percorso, attraverso tre distinte sezioni. La prima è dedicata al ritratto, il tema che forse più di altri rilegge, aggiornandole, soluzioni formali della pittura quattro-cinquecentesca, come nel “Ritratto di Delia Accetti” di Alberto Salietti (1923) o nel “Ritratto di fanciulla” (1925) di Gian Emilio Malerba.

Anche il tema del nudo è spesso intriso di rimandi alle opere degli antichi maestri, come Masaccio e Piero della Francesca a cui pare guardare Casorati, mentre alle Veneri giorgionesche sono apertamente ispirate alcune opere di Piero Marussig e Ugo Celada da Virgilio. Altri artisti, come Ubaldo Oppi, traevano ispirazione direttamente dalla statuaria greco-romana, rinfrescandola in chiave moderna, anche ricorrendo in fase preparatoria alla fotografia.

Il percorso si chiude con una serie di opere che, sempre seguendo il fil rouge di quella “moderna classicità” propugnata da Margherita Sarfatti, uniscono passato e presente, rimandando al tema delle stagioni della vita, tramite ritratti di fanciulli - da “Filo d’oro” (1927) di Wildt al “Ritratto di Renato Gualino” (1923-1924) di Casorati -, maternità (si veda “Madre che si leva”, 1921, di Virgilio Guidi) e opere che ritraggono persone anziane, come ne “La partenza” (1936) di Cagnaccio di San Pietro.

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