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Guido Vettorazzo, 97 anni, reduce

Marco Galvagni
Guido Vettorazzo mostra gli stivali di feltro che a partire da un certo momento furono indossati dalle truppe alpine in Russia, in sostituzione di quelli con la suola chiodata, che Vettorazzo definisce “macchine da congelamento”.

“Bisogna stare attenti: della guerra bisogna aver paura. Non è una cosa che devi fare come c’hanno insegnato col plagio nel fascismo; perché a noi avevano insegnato la guerra come un comandamento, e a credere che il duce avesse ragione. Di questi comandamenti, scritti anche sulle case, l’Italia s’era infettata, e noi siamo stati quelli che han pagato questi errori dopo, con le guerre. Bisognava capirlo subito, già in Grecia, che non s’era capaci di reggere una guerra. Ma quel matto di Mussolini ha voluto offrire a Hitler il suo aiuto. E Hitler ci ha messi sul Don, invece che mandarci, come aveva promesso, sul Caucaso”.

Sopravvissuto alla battaglia di Nikolajewka, Guido Vettorazzo è l’alpino scelto come ultimo tedoforo per accendere il braciere dell’adunata nella cerimonia d’inaugurazione svoltasi a Rovereto alla Campana dei Caduti in presenza delle autorità dell’Associazione Nazionale Alpini, delle istituzioni locali, e di altre 1.500 persone, in prevalenza alpini.

Il giorno dopo è sabato, la vigilia del cosiddetto ammassamento, e il reduce ci accoglie nella sua casa, a Rovereto. Portiamo il quotidiano che lo ritrae in prima pagina; Vettorazzo ci offre un bicchiere di vino. È per lui una giornata fitta di incontri, telefonate, interviste. Sono tanti i visitatori attorno allo stesso tavolo: parenti, amici, commilitoni, alcuni arrivati in giornata dal vicentino e da Pordenone.

Forse per abitudine, o forse per l’emozione, non occorre fare domande, Vettorazzo inizia a raccontare l’esperienza in guerra e le successive spedizioni nei “paesaggi contaminati” (come dal titolo del libro di Martin Pollack sulle tante vittime senza nome delle guerre del XX secolo) dalla tragedia, dieci viaggi dal 1984, nel 1992 per costruire a Rossoš’ un asilo e per recuperare, nel cinquantenario di Nikolajewka, le salme di altri alpini.

Sono memorie necessariamente condizionate dalla guerra: ricordi della chiamata alle armi arrivata a Mezzomonte, della campagne in Grecia e in Russia. Della resistenza per un mese della divisione Julia sul fronte, in una posizione critica. Del Natale passato in trincea e delle lettere scritte sottoterra per raccontarlo ai fratelli, diventate cinquant’anni dopo il libro “Cento lettere dalla Russia – 1942-1943”. Del ripiegamento a piedi per 400 chilometri dell’esercito, “due generazioni educate per credere, obbedire e combattere”, nel quale “gli alpini morivano a strati”. Del rimpatrio, dopo il crollo del fronte e il disperato “assalto al contrario”: non più per avanzare ma per tornare indietro, a casa, raccolto in un memoriale in cui si distaccherà dalle retoriche fasciste. Del conseguimento della maturità artistica e della vita d’insegnante una volta tornato in Trentino. Dei mesi successivi all’8 settembre, quando, in licenza, lavorò per i tedeschi alla costruzione delle difese militari anticarro a Marano d’Isera, passando di nascosto informazioni alla Brigata Benacense.

Il professore roveretano è un novantasettenne straordinario per intelligenza e lucidità, e tutti lo ascoltano raccontare. È contrario all’essere chiamato eroe di guerra (così è rappresentato sul giornale).

Domani sarà impegnato anche lei nell’ammassamento?

“Alle 9 partiamo in macchina con mio nipote. Non voglio nessun mezzo particolare. Ho cominciato nel ‘49 a far le adunate. Ma era un altro spirito”.

Com’è andata l’inaugurazione di ieri?

Bene. Ma ho fatto fatica, tanta. Ad un certo punto ho visto il presidente della Provincia e Favero (presidente nazionale dell’A.N.A., n.d.r.) che m’hanno accompagnato per braccio”.

È stato emozionato nel portare la fiaccola?

“Ah... è stata un’emozione da tremare, e da commuoversi. Mi venivano le lacrime agli occhi, no? Quando io ho fatto il saluto... piangevo”.

Cosa ci dice della cerimonia?

“Ah ottima, soprattutto le preghiere finali”.

È contento che l’adunata sia stata fatta a Trento?

Forse è stato un azzardo, nel senso che qualcuno lo prende come una sfida, o come una rivalsa. O come una vittoria. Però non si può parlare di vittoria dopo la guerra mondiale. Hanno cercato in tutti i modi di parlare di pace e di operare nella pace. Perché gli alpini questo l’hanno capito da un pezzo: da quando è finita l’ultima, che è la nostra, chi pensa alla guerra?

La guerra è diventata atroce, una roba da evitare, in tutti i modi. Non c’è niente da fare. E il vescovo l’ha parlà bén ieri. E lo sottoscrivono tutti: no ghé n’è, eroi. Non si può parlare di vittoria dopo la guerra mondiale”.

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