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QT n. 11, 30 maggio 1998

Betlemme, diario di viaggio

Tristezze, paure, sorprese ed emozioni di un soggiorno non turistico in Palestina.

Angeli Maura

L'estate scorsa ero a Betlemme. Credo sia giusto dirlo così, come un fatto, piuttosto che parlare del mio viaggio o della mia visita a quei luoghi. Perché noi non abbiamo avuto la certezza che saremmo arrivati se non nel momento preciso in cui questo succedeva: non la mattina, in Italia, all'aeroporto; non il pomeriggio a Tel Aviv, dove, mentre un'impiegata ci interrogava sui motivi che ci avevano condotto fin lì, alcuni addetti alla sicurezza sequestravano discretamente la ragazza in fila accanto a noi; non più tardi, nello stesso aeroporto, davanti alla poliziotta che ci interrogava a intermittenza, scomparendo e riapparendo per ripetere le stesse domande, una, due, dieci volte; non in macchina, sulla strada da Tel Aviv a Betlemme, quando lo sconosciuto che era venuto a prelevarci su incarico di mio cognato - nessuno poteva uscire da Betlemme - rivelava il suo temperamento avventuroso elencando uno dopo l'altro tutti gli stratagemmi che avremmo potuto mettere in atto qualora i soldati israeliani ci avessero ricacciati indietro. Ma alla fine bastò insistere. E ci lasciarono passare. Era successo. Eravamo a Betlemme.

Mancavamo da cinque anni. Non so se esista un'altra parte del mondo dove cinque anni lascino una traccia così visibile. Le case - nuove - tantissime. I nuovi insediamenti ebraici. E soprattutto, l'autonomia. Eccola lì l'autonomia, scandalosamente concreta ed evidente: gli enormi macigni che ostruivano le strade di accesso, tutte. I militari israeliani e quelli palestinesi che si fronteggiavano da un lato e dall'altro dei blocchi. L'inaridimento del territorio, privo di acqua, che dev'essere acquistata da Israele. La superstrada israeliana che taglia come una lama le colline e poi si fa inghiottire da un tunnel - un tunnel, che novità! - costruito da una impresa italiana. Fu quest'autonomia che ci diede il primo benvenuto a Betlemme. Dico Betlemme per semplificare. In realtà noi eravamo a Beit Jala, una cittadina limitrofa. Il bantustan di Betlemme comprende altre due località: Beit Jala, appunto, e Beit Sahur. È una specie di elle, di cui Betlemme rappresenta lo snodo. Ben presto ci furono chiari i limiti del nostro universo: si poteva andare da Beit Jala a Betlemme e da Betlemme a Beit Sahur. E di nuovo: da Beit Sahur a Betlemme e da Betlemme a Beit Jala. E poi daccapo. Le nostre giornate trascorrevano così. Si avvertiva che si stava per tornare prima ancora di essere arrivati.

Avevamo un appartamento tutto per noi nella grande casa di famiglia. Non che questo ci garantisse l'isolamento: non sarebbe stato possibile, tra suocera, cognati, cognate e quindici bambini. Il nostro arrivo anzi aveva reso più comunitaria che mai la vita della casa. Stare lì era in effetti il modo di condividere la loro prigionia. Soprattutto per le donne e per i bambini, la casa era la prima prigione.

Ricevevamo molte visite, naturalmente. Venivano a trovarci e a raccontare. Dopo un po' il discorso andava a parare inevitabilmente su quanto era cambiato il paese: le case nuove, i nuovi insediamenti, la strada, il tunnel. Qualche giorno dopo il nostro arrivo, mio marito si rifiutò di accompagnarmi a fare due passi in paese: "Non voglio incontrare nessuno - mi rispose - Non voglio sentire i loro discorsi". "Ma di che cosa parlano?" - gli chiesi. "Del tunnel, sempre. Sembrano indignati, ma sotto sotto si capisce che sono orgogliosi di una cosa così moderna ".

Fra i più assidui nelle sue visite c'era il cugino Nicola, ira un conversatore appassionato, che di tratto in tratto alternava ai suoi racconti dei commenti filosofici in spagnolo, di cui ero la beneficiaria. Aveva un negozio in centro, per cui era sempre informatissimo sui fatti del giorno; spesso ci intratteneva con storie bellissime, forse non vere al cento per cento, che però io accoglievo con fede totale. Quella dell'asino, ad esempio. Era successo in quei giorni che un contadino si era presentato al posto di blocco col suo asino. "Tu passi - gli aveva detto il soldato israeliano - ma questa bestia no. Le persone sì, i veicoli no." "Perché? - aveva replicato l'altro - Da quando in qua abbiamo più diritti delle bestie?" Clamorosamente bella era anche la storia del matrimonio. Era successo proprio quel giorno, raccontava Nicola. Si erano sposati due di Beit lala, ma lui abitava in paese, al di qua del blocco stradale, lei abitava fuori, al di là del blocco. Così avevano deciso di sposarsi proprio lì, in mezzo ai macigni. E tutto il giorno una folla di parenti, amici e sfaccendati aveva mangiato, bevuto, ballato sotto gli occhi e i mitra dei soldati impotenti.

Betlemme, Beit Jala e Beit Sahur sono zona "A", autonome sia sul piano amministrativo che su quello della sicurezza. Tutt'intorno è zona "C", territorio israeliano. In Palestina tutt'intorno ai paesi ci sono gli orti. A Betlemme gli orti sono zona "C". Così succede che dopo l'autonomia non si può andare nell'orto, per lo meno non quando le strade sono bloccate e i permessi sospesi. Quest'estate i fichi e l'uva di Beit Jala se li sono mangiati gli uccelli. A Beit Jala, autonomia vuoi dire farsi il passaporto per poter andare nell'orto.

Betlemme è bellissima. Come riesca a mantenersi viva e vitale è un mistero. Non sono i luoghi santi che le danno la forza: stroncata da un'overdose di simboli, la religione si è trasformata in gadget, in decalcomania per le magliette. Un'empietà talmente sfacciata che riusciva a far sussultare persino me.

Il baricentro del sacro si è spostato altrove: è nel mercato, nel museo delle donne palestinesi, nell'università, nelle strade piene di donne velate. "Betlemme è diventata musulmana!" - comunicavo alle cognate la mia meraviglia davanti a questa novità. Toccavo un tasto dolente: "Se Cristo tarda ancora a tornare - mi dicevano - finisce che di cristiani qui non ne trova più".

È forse proprio in questa discontinuità il segreto: capace di essere infedele a se stessa, la città sopravvive.

Un giorno dissi a mia cognata Loris che non avevo mai fumato il narghilè. La sera stessa Romeo installò il suo nel giardino davanti alla casa e preparò con cura il fuoco nello scaldino. I più se ne andarono indignati: puzzava troppo! Così rimanemmo io e lui, a fumare e a parlare. Quando parla in italiano, Romeo è tanto lento da sembrare solenne. Anch'io gli parlo molto lentamente, per essere sicura che capisca. Quella sera alla nostra solennità il gorgoglio del narghilè aggiungeva qualcosa di profetico. "Siete venuti in un brutto momento " - esordì lui. "Andrà sempre peggio, Romeo " - replicavo io. "Ah, deve succedere qualcosa! - si mise a gridare - Questa non è vita. Non ce n 'è uno qui, che non sogni di andarsene! "

"Ci credi? - aggiunse dopo un po' - Quando ci nasce un bambino, il nostro primo pensiero è di fargli il passaporto."

Beit Jala è una cittadina di 4.000 abitanti. "Se ci fossero tutti - mi disse una sera mio cognato Samir - saremmo almeno 40.000." Su 4.000 abitanti, ci sono 35 medici, un rapporto di quasi uno a cento, più alto del Lussemburgo. E circa altrettanti ingegneri. Per tutti il problema è come passare il tempo. Si sono laureati all'estero, medici e ingegneri, ma alla fine hanno dovuto tornare: non è tanto facile adesso trovare lavoro neanche in Europa. Un giorno mio marito ricevette la visita di un vecchio compagno di scuola. Chiacchierarono a lungo, con evidente piacere. Esaurita l'ondata dei ricordi, cominciarono a passare in rassegna i vecchi amici; l'altro sapeva tutto di tutti: dei 40 ragazzi della loro classe a Beit Jala erano rimasti solo in tre, lui ed altri due, gli altri erano sparsi per il mondo. L'appello degli assenti si trasformò in una specie di interrogazione di geografia. Stupiva la completezza delle informazioni: di ognuno lui sapeva dov'era, cosa faceva, se gli era andata bene o no, se progettava di tornare. Si illuminava o si incupiva parlando, a seconda delle vicende più o meno fortunate che gli toccava riferire. Di colpo compresi che tutto quello che diceva era il modo di presentare il conto, di reclamare il compenso dovuto per il tacito patto di scambio che chi parte fa con chi resta. Mi chiesi quanto sarebbe stato deluso quando avesse constatato che dare e avere erano assolutamente in pari.

Camminando per Betlemme, ci imbattemmo in un conoscente, un vecchio gentiluomo, membro dell'Assemblea Legislativa, che non ci permise di andarcene senza prima bere qualcosa con lui al bar della piazza. Ordinai una birra e rimasi stupita non poco quando vidi il cameriere depositarmi davanti una bottiglia con etichetta israeliana. Equivocando in parte la mia perplessità, il nostro ospite chiese che mi fosse portata una birra di marca diversa, ma l'altro alzò le spalle: non poteva farci niente, era l'unica che tenevano. Nei giorni successivi, smisi di meravigliarmi che a Betlemme si vendessero prodotti israeliani: i negozi ne erano pieni. Mi spiegarono che era stabilito negli accordi di Oslo: i ter-ritori controllati dall'Autorità palestinese dovevano importare merci da Israele per un determinato ammontare fissato in dollari. Quel che non capivo però era perché i palestinesi li acquistassero. Affrontai il discorso con mia cognata Mona: come mai lei comprava sempre lo yogurt israeliano anziché quello locale? Pazienza la birra, ma lo yogurt? Lo yogurt era palestinese! Avevo sentito mille volte Daud raccontare le sue colazioni da studente a base di tazze di yogurt - cremoso, bianchissimo -comprato lungo la strada dagli ambulanti. Mi rispose che era costretta a comprarlo, se voleva che i bambini ne mangiassero. "A loro non piace il nostro yogurt - mi spiegò - Dicono che è acido. Vogliono solo quello israeliano". Così scoprii che per i bambini - e non solo per loro - Israele vuoi dire qualità.

Arafat non è molto amato dalla gente. Di lui ridono, J. Joiel modo più brutale, sconcio, crudele. Su Arafat circolano innumerevoli barzellette, tutte irripetibili. Quando viene a Betlemme, vanno ad accoglierlo solo i bambini, che non vogliono perdersi l'atterraggio dell'elicottero.

Un pomeriggio capitò in visita da noi un vero fedayin. Era in compagnia della moglie, una silenziosa libanese, e del figlio sedicenne. Con nostra grande sorpresa cominciò a parlarci in italiano, dapprima faticosamente, poi sempre più spedito e preciso. Aveva studiato in Italia, medicina, per sei anni, poi alla vigilia della laurea era partito per il Libano ed era stato lì vent'anni, a combattere per la rivoluzione. Ci fece molte domande sulla situazione politica italiana; era ; piuttosto informato, in realtà: sapeva che non c'erano più Pci, Dc, Psi... ma confessò che non capiva. "E la Cgil? - chiese ad un certo punto, preoccupato - C'è ancora la Cgil?" Toccò poi a noi non capire, quando prese a parlare degli schieramenti politici in Palestina. "Non esiste nessuna Autorità palestinese. Noi non la riconosciamo." "Va be', ma come siete presenti? Qual è il vostro progetto?" "Noi siamo qua. Ci conoscono tutti. Il nostro programma è chiaro ". Quanto a lui, era lì da due anni.

Era rientrato dal Libano proprio alla vigilia dell'autonomia di Betlemme ed era riuscito a fermarsi. Solo che non aveva documenti, quindi non aveva più potuto uscire dal territorio: lui che aveva girato il mondo (era stato tra l'altro in Russia e in Tunisia) da due anni si muoveva solo nel triangolo Beit Jala-Betlemme-Beit Sahur. Per vivere faceva il consulente finanziario: "Ho studiato tanto nella mia vita - disse con orgoglio - lingue, medicina, arte militare, economia... a tempo perso, naturalmente. Così ho aperto questo studio e mi va piuttosto bene ". Più tardi, dopo che se n'era andato, mia figlia mi disse che era stata molto colpita dal suo linguaggio, così tecnico e complesso; le spiegai che era il modo di parlare dei quadri studenteschi dei primi anni '70: era capitato anche a lui quel che succede agli emigranti, che nella loro solitudine conservano gelosamente la lingua che parlavano al momento della partenza; non era strano che dopo vent'anni l'avesse ritrovata intatta conversando con noi. Quello che aveva sconcertato me, invece, era stato il sentirlo definire 'azione militare' l'attentato terroristico al mercato ebraico di Gerusalemme avvenuto pochi giorni prima; era anche quello, probabilmente, l'effetto di una solitudine: l'orgogliosa allucinata solitudine di chi ha visto cadere, uno dopo l'altro, tutti i ponti che lo legavano alla speranza.

La televisione trasmetteva quotidianamente le notizie sul blocco dei territori palestinesi; noi le seguivamo con attenzione. Venimmo così a sapere che era stata "riaperta" Hebron, poi fu il turno di Gaza, quindi di Gerico; ormai era bloccata solo la zona di Betlemme, non poteva mancar molto alla sua normalizzazione. Era un gran proliferare di progetti, in famiglia: " Vi porteremo qua, là... - ci ripetevano - Abbiate pazienza." Ma i giorni passavano e non succedeva niente. Così un po' alla volta capimmo che per qualche imperscrutabile motivo il governo israeliano aveva deciso di riservare a Betlemme un trattamento particolare. Fu allora che nella mente di Romeo nacque il progetto dell'evasione.

Una sera lui rincasò ed ebbe subito una concitata discussione con mio marito; date le mie limitate conoscenze di arabo, capivo ben poco. Li sentivo parlare di maccheroni, di problemi, affermati dall'uno e negati dall'altro... Al termine, Romeo si rivolse a me: "Domenica - annunciò solennemente - andiamo al mare." Era successo che qualcuno in paese si era accorto che, nei pressi di una fabbrica di maccheroni, erano stati fatti dei lavori di sterramento, spianando un'area lunga una cinquantina di metri e larga altrettanto; da lì, se si riusciva a non impantanarsi nell'argilla, a non cadere nelle buche, profonde anche un paio di metri, a non rompere i semiassi delle macchine sui sassi disseminati ovunque, sarebbe stato possibile scavalcare a monte il blocco dell'esercito israeliano e raggiungere la strada principale della Palestina, quella che ci avrebbe portato al mar Morto. In casa la notizia fu accolta con emozionata compostezza da ognuno, di qualsiasi età fosse. Nessuno parlò, e tuttavia fu possibile percepire subito che il progetto aveva preso forma, consistenza, che tutti erano già intimamente mobilitati per i preparativi. Ma i problemi erano molti: il numero delle persone, anzitutto: ventisette, tra grandi e piccoli (perché era ben chiaro anche senza dirlo, che dovevamo andarci tutti) e solo tre macchine; neppure il più comprensivo dei poliziotti palestinesi (i quali non brillano certo per apertura mentale) avrebbe potuto credere che 27 persone sane di mente girassero stipate in tre automobili, sfidando il blocco israeliano, solo per andare al mare; nella più ottimistica delle ipotesi si rischiava il sequestro dei mezzi. E poi a un certo punto la strada palestinese finiva, si doveva proseguire sull'arteria israeliana, dove avremmo trovato probabilmente dei posti di blocco; con documenti che indicavano che provenivamo da Betlemme, senza autorizzazione ad uscire dal territorio - le autorizzazioni erano tutte sospese - si andava diritti incontro all'arresto. Tutte queste obiezioni le ripetemmo, più volte, con tutta l'energia di cui eravamo capaci. Le ribadimmo anche la sera prima della partenza: "È una follia! " "Non pensi ai bambini? - replicò mia suocera, quieta - Chi glielo dice più ai bambini? Sono a letto e stanno sognando il mare."

Si doveva partire alle sette e mezzo e alle sette e mezzo miracolosamente eravamo tutti lì, composti, silenziosi, emozionati. Magicamente tutti trovammo posto in macchina, in un attimo, come avessimo passato la settimana a far prove. Giunti davanti alla fabbrica dei maccheroni, il nostro furgone passò, avanzando a centimetri, impiegando un tempo lunghissimo. Poi passò la Mercedes di Samir. Poi il camioncino di Rimon. Betlemme era alle nostre spalle e noi andavamo verso il mare, senza pensare più a niente, sentendoci leggeri e ridendo di tutto, delle curve della strada, delle nostre facce, delle pecore che pascolavano, delle canzoni di Farid Al-Attaché, increduli di fronte alla nostra stessa audacia ed ebbri di complicità. E gli ulivi cedettero il posto ai banani e alle palme da dattero; c'erano i beduini con le loro tende, si intravedeva Gerico in lontananza e noi scorgemmo solo all'ultimo momento, giù, in fondo alla discesa, il posto di blocco militare e i soldati israeliani col mitra e la paletta.

Di colpo smettemmo di respirare, di colpo fu ordinato rudemente ai bambini di nascondersi sul fondo della macchina; l'automobile che ci precedeva fu fermata, ma non la nostra, né quella di Samir, né quella di Rimon. Noi ci guardavamo la punta delle scarpe, incapaci di comprendere, persino imbarazzati di fronte a tanta sovrabbondanza della buona sorte.

Raggiungemmo quindi il mar Morto, o meglio le piscine, cui il mare si limitava a fare da sfondo. Lì perdemmo subito i bambini, che recuperammo faticosamente solo a sera, al momento di ripartire. Noi adulti stazionammo sotto le tende, sulle sedie a sdraio appoggiate su un prato straordinariamente verde - un'inverosimile macchia verde nel deserto. Tutt'intorno famiglie e gruppi di ragazzetti schiamazzanti, ebrei e arabi mescolati insieme e tuttavia riconoscibilissimi, e la straordinaria normalità del tutto mi feriva, come una grottesca simulazione che costringeva anche me a simulare: per la prima volta dal giorno del mio arrivo, mi sentii totalmente, irrimediabilmente, straniera. La sera a casa i bambini vennero subito lustrati e messi a letto, mentre gli adulti si aggiravano per le stanze con un'espressione di finta modestia sul volto, come se non avessimo compiuto niente di eccezionale, come se non avessimo rischiato multe astronomiche, il sequestro delle automobili, l'arresto, forse persino di più, solo per trascorrere una giornata in piscina.

Un giorno mio marito mi prese in disparte e mi disse ridendo: "Ti sei accorta che mia zia è sempre qua, assieme a suo figlio maggiore? Non mi stupirei se nei prossimi giorni mandassero qualcuno a chiedere la mano della Samira." "Ma se sono cugini!" - obiettai. "Non importa, qui non è un problema." - rispose. Decisi che mia figlia doveva essere informata. "Samira, forse ti si prepara un matrimonio... " Voleva sapere con chi. Glielo dissi. Lei, che quando arrivavano visite, dopo i due minuti di doverosa presenza, scappava subito a giocare a ping-pong o a chiacchierare con le cugine, non riusciva a capire di chi stessi parlando. "Ma sì! Quel biondino. .. capelli lunghi, un pò mossi... occhi verdi, barba rossiccia. .. " Samira stentava a mettere a fuoco. Poi, d'improvviso, l'illuminazione: "Ho capito! Va bene, lo prendo!" Mi allontanai, disgustata. Tanti propositi di celibato, e poi, bastava un Nazareno qualsiasi...

Sapevo che non avrei trovato Diana a Beit Sahur. Era in Germania col marito e Nevine, la piccola: era andata a trovare Sa'ed, il suo maggiore, che studia ingegneria a Mannheim e ormai sta per laurearsi. L'avremmo vista però al suo ritorno, gli ultimi giorni della nostra permanenza. Diana vive in una villetta, alla periferia del paese, al di là della strada principale; durante la sua assenza, questa era stata bloccata, con tonnellate di macigni. Mia cognata Diana ha più o meno la mia età ed è, come me, un'insegnante. Cercavo, senza riuscirci del tutto, di immaginare il mio ritorno a casa in circostanze analoghe: l'ingresso in una Rovereto isolata, una montagna di sassi che sbarrasse la mia strada... Che scenario improbabile!

La notte in cui lei tornò nessuno era andato a letto: aspettavamo una! telefonata, l'assicurazione che avevano trovato la strada di casa, lai testimonianza dell'impatto... Arrivarono verso l'una grazie ad una staffetta di taxi; l'ultimo li aveva! scaricati davanti all'ammasso di pietre. Lì erano scesi, avevano preso le loro valigie, si erano inerpicati sui massi ed avevano percorso a piedi, al buio, quegli ultimi duecento metri che li separavano da casa. Quindi avevano telefonato. La mattina dopo si precipitarono a salutarci. Ero preoccupata, all'idea dell'incontro; cos'avrei potuto dirle? Lei mi baciò e mi abbracciò ripetutamente, ridendo e piangendo, come tutte le volte che ci rivediamo a distanza di anni. La scrutavo, spiandola, lasciandole il primo commento. "Quanta polvere, Maura! - esclamò - Non puoi neanche immaginare quanta polvere si accumula in una casa, in un mese di assenza! Dovrò passare i miei ultimi giorni di vacanza a pulire! " E io annuivo, consapevole che, in quella terra di simboli, il peso simbolico della polvere può superare quello del granito.

Andavamo frequentemente a casa di Diana, in quegli ultimi giorni. Ci sedevamo di solito nel salottino sulla veranda e chiacchieravamo. Dalla vetrata potevamo vedere a destra, in basso, a qualche decina di metri di distanza, un quartiere militare israeliano: si distinguevano bene le caserme, i cortili, l'andirivieni dei militari. Un pomeriggio, mentre eravamo lì in compagnia di Nevine, la figlia diciassettenne, ci arrivò il rumore di una scarica di colpi secchi, rapidi; ammutolimmo, allarmati. "Non è niente - fece Nevine, tranquilla - sono loro che si esercitano." e accenno alle caserme. "Delle volte sparano i razzi e tutta la valle si colora di rosso, di giallo, di blu... E' bellissimo! " - aggiunse, tutta illuminata in viso.

Approfittai del ritorno di Jakub e Diana, entrambi insegnanti, per informarmi sulla situazione della scuola dopo l'autonomia. Era vero quello che avevo letto sui giornali italiani, che alcuni insegnanti erano stati arrestati dalla polizia palestinese perché avevano organizzato uno sciopero? Mi confermarono che era vero. "E i suicidi? - mi chiesero - Hai letto anche di quelli?" Risultò che negli ultimi mesi c'erano stati tra gli insegnanti palestinesi diversi casi di suicidio, ben sei. L'amarezza nel mondo della scuola era indicibile: avevano giocato un ruolo importante durante l'Intifada, erano riusciti a proseguire il lavoro anche nella clandestinità quando le scuole venivano chiuse per ordine di Israele, ci si aspettava un riconoscimento, un netto miglioramento dopo l'autonomia, e invece... "Proprio questa mattina - mi disse Jakub - è arrivata una circolare che ci chiede di aver pazienza, perché per almeno due anni non sarà possibile nessun investimento nel campo dell'istruzione." Raccontarono che qualche tempo prima una delegazione di insegnanti aveva ottenuto un incontro con Yasser Arafat. Erano stati ricevuti, avevano esposto le loro richieste. Arafat aveva ascoltato. "Vedete quest'asino alle mie spalle ? - aveva commentato al termine, indicando la sua guardia del corpo - Rischia la vita tutti i giorni per trecento dinari al mese. Pensate di dover guadagnare più di lui ? " Chissà se era stato dopo questo fatto che erano cominciati i suicidi...

Gerusalemme è la città più triste del mondo. Ci andammo solo per far contenti gli altri, che man mano che si avvicinava la data del nostro ritorno insistevano sempre più pressantemente perché ci recassimo a Gerusalemme a fare acquisti. "Lì potrete trovare tutto quello che cercate - mi ripeteva Madiha - Dovete andarci prima dipartire." Quanto a lei, erano anni che non riusciva a raggiungerla. Così ci facemmo accompagnare al posto di blocco, scendemmo dalla macchina, presentammo i nostri passaporti italiani ad un soldato che neanche li aprì e camminammo finché non trovammo un pulmino accostato, che aspettava passeggeri e dove ci stipammo assieme agli altri per i dieci minuti di viaggio fino alla città.

La tristezza ci afferrò subito, rivelandosi negli oggetti che toccavamo, nella voce dei venditori, nella frettolosità dei turisti che niente vedevano e capivano, negli occhi dei bambini che offrivano cartoline, nel sapore del cibo; ci si appiccicò addosso finché il nostro pellegrinaggio attraverso le strade si trasformò in doloroso vagabondaggio e fummo presi dallo sforzo crescente di trattenere le lacrime. Non c'era bellezza capace di far dimenticare la dignità violata. Rincasammo in fretta, senza quasi scambiare parola; fino ad oggi, di quella giornata non abbiamo parlato più.

La Palestina non è un paese caldo. Non lo è né d'inverno, né d'estate - non quanto l'Italia, per lo meno - anche se i primi a credere il contrario sono proprio i palestinesi, che fanno di tutto per difendersi dalla calura estiva: ventilatori, condizionatori, correnti d'aria... Così ci ammalammo. Ci prese una tosse secca, insistente, che ci coglieva nel bel mezzo di un discorso, di una risata, impedendoci di proseguire. Ce la portammo in Italia, questa tosse, assieme agli oggetti acquistati, alle immagini della memoria, alla voglia di restare, alla perdita della speranza. I nostri amici qui se ne stupirono ("La tosse? In Palestina, in agosto?"): la cosa non collimava con gli stereotipi sul paese. Neanche il resto, d'altro canto: "La pace andrà avanti. Oslo è un punto di non ritorno, nonostante Netaniahu". Non era facile disilluderli, dimostrare l'inconsistenza di un Netaniahu qualsiasi, parlare di un'ingiustizia originaria, su cui si fondava la stessa esistenza di uno Stato nato cinquant'anni fa per sollevare l'Europa dalle responsabilità di crimini intollerabili.

Quando ci provavamo, venivamo guardati con sospetto. I luoghi comuni non hanno bisogno di barricate di sassi: sanno difendersi da soli.