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L’1,3% dei socialisti

La grande tradizione, la perdurante attualità del movimento socialista e la sua banalizzazione in microscopiche formazioni destinate a una stentata sopravvivenza.

La memoria storica è un handicap non superato della sinistra italiana. In maniera sferzante lo ha ricordato Aldo Schiavone nel suo recente durissimo pamphlet "I conti del comunismo".

Più pacatamente Paolo Sylos Labini ha sostenuto che per approdare in modo adeguato ad un organico progetto riformista - che ora manca - i democratici di sinistra non possono fare del piccolo cabotaggio rispetto alla storia del riformismo italiano.

L’uno e l’altro hanno dimenticato di dire, ma forse era fin troppo sottinteso, che a questo scopo occorreva fare conti non superficiali con la storia del riformismo azionista e socialista da quello di Rosselli fin su, a ridosso degli anni Sessanta e Settanta, con quello di Riccardo Lombardi e Antonio Giolitti.

Per sua fortuna, le sorgenti della storia a cui la sinistra può attingere non si sono tutte inaridite con la caduta del muro di Berlino. Basta cercarle, magari con l’autocritica per averle volute ignorare o seppellire.

La sinistra oggi alla ricerca di un’anima per se medesima, non può scordare in Italia che la più fertile cultura di governo fu espressa, quarant’anni orsono, dentro il gruppo dirigente del Partito Socialista Italiano. Né può ignorare le cassandre di Mondo Operaio, la rivista teorica del PSI, che vent’anni fa avviavano, su terreni accidentati, una proposta di modernizzazione per tutta la sinistra che, se allora accolta, sarebbe stata la Bad Godesberg che mai avemmo e di cui oggi paghiamo il fio.

La sinistra trentina che si interroga su come costruire un partito più territoriale, non può scordare che i passaggi più rilevanti della sua storia, di quella antica e di quella più recente, è incardinata nell’azione e nelle proposte del movimento socialista trentino.

Questioni che a buon diritto i militanti della memoria del riformismo italiano debbono porre alla sinistra italiana e trentina. L’unico modo per banalizzare il valore della rivendicazione è ridurla, come già avvenne in maniera sciagurata nel recente passato, ad una conta muscolare che mortifica le ragioni della contesa, umilia i protagonisti, offusca - là dove ci sono - nobili motivazioni.

Non si possono infatti ridurre le ragioni di una storia ad una conta di minuscole percentuali elettorali. A Milano, culla del socialismo turatiano, ma anche delle degenerazioni craxiane, lo SDI ha ottenuto l’1,1%. A Trento la mortificazione è stata di poco inferiore con l’1,3%.

E’ evidente che con queste percentuali non si difende una storia e una cultura, ma solo la vocazione a vivere fino all’estinzione. Una vocazione inversamente proporzionale alla propria forza qualitativa e quantitativa: più si è piccoli e meno si è disponibili a lavorare insieme agli altri, a meno che non lo impongano le tecniche elettorali.

Il secolo socialdemocratico è stato per la sinistra in Europa un secolo di conquiste, tragedie, riscosse. Dove le buone ragioni c’erano, se mantenute con dignità ed onore, hanno saputo affermarsi e permeare, dopo le stagioni di tempesta, tutto il profilo dello schieramento progressista. Dove queste sono state tradite, nulla è bastato per dare anima a movimenti che erano diventati inerti. Se ci sono dunque idee e buone ragioni riformiste rimaste ancora in terre carsiche, è bene che riaffiorino subito, per concorrere a dare nuova forza all’acqua del fiume, da troppo tempo in magra, della sinistra riformista italiana.