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“Dove metto le radici?”

Margherita Gaudiuso / Mamadou Gaye, Dove metto le radici? Edizioni Sinnos, Roma, 1999, pp. 96, £. 20.000.

Quando uno Stato è in guerra, lo spazio per il dibattito politico-culturale si assottiglia e la realtà si riduce a poche, rudimentali categorie. Lo stesso fenomeno avviene quando la guerra è metaforica, quando cioè su un tema rilevante l’opinione pubblica si divide in schieramenti contrapposti in un confronto emotivamente molto sentito.

Quando ciò avviene, entrambi le fazionii si compattano, praticando forme di autocensura per sviare l’attenzione dagli aspetti più deboli delle proprie posizioni, trascurando particolari e sfumature e puntando invece sui grandi principi e sui modelli interpretativi generali. Col rischio di dimenticare i dati autentici della realtà e di finire vittime della propria stessa propaganda.

E’ un meccanismo che si presenta esemplarmente nel dibattito sull’immigrazione, dove chi si impegna nel contrastare le intolleranze è portato ad accentuare certi aspetti del problema e a velarne altri; e così talvolta (soprattutto in passato, per la verità) l’incontro fra culture diverse è stato presentato come una gioiosa festa, l’attività delle associazioni di volontariato un modello di altruismo e di efficienza, il rapporto fra immigrazione e criminalità una calunnia razzista.

E’ su questo corto circuito che il libretto (nemmeno 100 pagine) di cui ci accingiamo a parlare si propone di intervenire; dedicato dunque soprattutto a chi ha seguito il fenomeno dal di fuori, finendo con l’assumere taluni stereotipi "progressisti". Non un libro propagandistico o consolatorio, dunque, ma un testo talora perfino imbarazzante che senza nulla togliere alle ragioni della solidarietà riconduce però alla complessità delle cose.

Il titolo - "Dove metto le radici?" - rimanda ad una delle due parti principali del libro (tralasciamo in questa sede un’appendice documentaria sull’immigrazione in Alto Adige): la testimonianza del senegalese Mamadou Gaye, giunto in Italia nel 1989, a 19 anni; un racconto che ripercorre a grandi linee e per temi questa avventura, in maniera interessante ma con un limite: il protagonista si è talmento integrato da aver perso per strada qualcosa delle sue origini, sicché la sua ricostruzione, fatta con gli occhi di oggi, ci aiuta fino a un certo punto. Già dopo pochi anni di Italia, quando nel ’93 torna a trovare i suoi in Senegal, ha piena coscienza del cambiamento: "Continuavo a chiedere a tutti - scrive - il perché di tutto ciò che facevano. Ero curioso e loro non capivano la mia curiosità. Avevo perso certe abitudini: mi sembravano assurde, forse un po’ buffe. Ne avevo acquisito delle altre ed ero quasi estraneo a casa mia. Quel caldo poi non lo sopportavo più (...) Il ragazzo di tre anni prima non c’era più. Mi sentivo disorientato, troppe cose mi infastidivano. I servizi che non funzionavano, le code interminabili davanti agli sportelli, i diritti più elementari ottenuti troppo spesso a suon di mancia. Avevo l’impressione che tutto fosse fermo. (...) Le cose da noi vanno sempre con più ritardo e più lentamente... Ma cosa non va?"

Mamadou, del resto, è un immigrato un po’ speciale, di quei pochi che, nonostante la buona riuscita del proprio progetto, scelgono di rimanere in frontiera ad occuparsi, in nome degli altri, di problemi personalmente già risolti. Lui, del resto, fin dai primi tempi, quando patisce il freddo di un clima diverso e si stupisce dello squallore dei centri di accoglienza ("Quando i miei connazionali tornavano a casa non avevano l’aria di gente che viveva poveramente nei Paesi dove erano emigrati e nessuno raccontava mai niente di certe realtà"), è però già pieno di curiosità: vuole girare, conoscere il territorio e la cultura dell’Alto Adige, si arrangia da solo a studiare l’italiano e poi il tedesco, si iscrive alle 150 ore, frequenta un corso di pittura, pratica l’atletica; e questo mentre lavora come operaio alla Magnesio di Bolzano.

Ma per quanto ricostruisca a distanza e senza il pathos di allora, Mamadou conserva memoria di tutto: dai rapporti poco cordiali fra senegalesi e nordafricani allo stupore infastidito per gli stereotipi che affliggono anche certi suoi amici italiani, alla fredda tolleranza degli altoatesini.

E mentre la sua vita procede, va avanti, in parallelo, anche l’attività un po’ sballata dell’associazione di senegalesi di cui si è trovato ad essere leader: un va e vieni di entusiasmi e di mezzi fallimenti. Da noi, ci spiega, il volontariato è un concetto inesistente, e così "noi senegalesi andavamo forte con le idee di grandezza, ma quando si trattava di metterle in pratica, c’era un fuggi-fuggi generale... Le uniche cose che riuscivano erano le feste, soprattutto le serate danzanti".

Ma fra gli italiani le cose non vanno meglio, ed ecco i dissapori, non sempre comprensibili, che ostacolano i rapporti fra i gruppi del volontariato, la mancanza di coordinamento per cui, quando si tratta di cercar lavoro a qualche immigrato, in certe aziende arrivano più richieste in nome della stessa persona, e il tentativo di mettersi "in rete" viene deciso ma non attuato.

Questa testimonianza, ricca di spunti, non va però oltre la fotografia dei fenomeni: Mamadou è severo nei confronti di tanti suoi compagni di immigrazione, ma non sa spiegarsi il motivo di quanto accade, forse perché ormai è troppo europeo: "Il comportamento di molti immigrati mi stupisce. Perché li vedo così indifferenti a tutto? Il mito dell’Europa lo vivono a metà. Amano gustarne i frutti ma trovano faticoso adeguarsi alle regole. Vedere alcuni miei connazionali chiedere soldi per strada mi fa molta rabbia. Sono sicuro che ciò infastidisce molti bolzanini. (...) Perché certi africani si buttano via così?"

L’integrazione comporta questo prezzo: un equilibrio non facile fra due pezzi di sé in certi casi divergenti, ed è qui che il racconto avvince, perché si comprende che questo ragazzo ci parla di un dilemma che sta affrontando adesso, intanto che scrive, e chissà per quanto tempo ancora: "Vorrei formarmi una famiglia... Potrei non essere solo oggetto di passeggero desiderio di ‘qualcosa di esotico’ da parte di una donna europea?... Amo il Senegal, amo il Sudtirolo e li vedo tutti e due nel mio futuro. Ma come? Ancora non posso saperlo... Un fatto è certo: le mie patrie sono due. Una mi ha cullato, l’altra mi ha fatto crescere".

"Una grande lezione di civiltà - commenta nell’introduzione Adel Jabbar - per tutti quanti ancora considerino la terra ‘proprietà divisibile e divisa una volta per tutte’".

Il breve racconto di Margherita Gaudiuso Morciano è invece opera di fantasia, che però sembra assemblare i molti pezzi, le suggestioni, le delusioni e la persistente speranza di una lunga esperienza nel mondo del volontariato. Un discorso senza reticenze che percorre la vicenda di Regina, un’insegnante che durante una vacanza in India viene talmente colpita dalla percezione del privilegio di cui il nostro mondo gode, da decidere un impegno nel mondo dell’associazionismo che si occupa di immigrazione. E qui, accanto alle intuizioni, alle realizzazioni, ai sacrifici, incontra anche gli incomprensibili patriottismi di gruppo, la difficoltà di collegarsi: tutte cose che spera siano momenti inevitabili di un processo che si avvia, ma che invece rimangono e si cristallizzano. Un destino che tocca i gruppi ma anche molte persone, che appaiono sopraffatte dal confronto con le necessità di un fenomeno molto complesso. E’ il caso della segretaria della scuola di Regina, donna traboccante di energica solidarietà: segue assiduamente un gruppo di immigrati, arrivando al punto di cucinare per loro; ma è così esclusiva e soffocante da suscitare le reazioni dei suoi protetti, dei quali a quel punto lamenta con amarezza l’irriconoscenza. E’ il caso di certi stranieri, finiti a capo di qualche associazione e rimasti "abbagliati" da una promozione di status per la quale non erano pronti.

Ma Regina ci insegna soprattutto quanto variegata sia la realtà dell’immigrazione: le facce patibolari attorno alle stazioni, e va bene, ma soprattutto una maggioranza nascosta, laboriosa e spesso sofferente: "chi, nell’anonimato, continua a costruirsi la vita per sé e le famiglie lontane. I molti che fra i vapori delle cucine non contano più le ore passate a lavare pile e pile di piatti, quelli che si guadagnano la stima del ‘capo’ nei cantieri, nelle officine.."

E anche questi, così diversi l’uno dall’altro, per dati etnici e caratteriali: una considerazione, questa, tanto ovvia quanto trascurata nella nostra percezione distratta. E gli incontri di Regina ci presentano una rapida galleria di tipi, assolutamente riconoscibili da parte di chi abbia accostato anche superficialmente questi ambienti.

Khaled ha un lavoro e degli amici anche italiani ma è scontento, forse perché non ha un suo progetto in testa; si incattivisce allora, scivola verso l’alcolismo e sembra perdersi, finché all’improvviso capisce e se ne torna in Tunisia, "con la serenità di chi si è riconciliato con se stesso", coi suoi posti, con la gente".

Mohamed è un musulmano osservante, una persona per bene foderata di certezze, che Regina rischia di mettere in crisi pretendendo di aiutarlo in una visione storicizzata della sua religione.

Hassan ha moglie e figli e cerca disperatamente un lavoro, ma quando un amico italiano glielo procura lui sparisce senza dir nulla, il giorno stesso in cui doveva incominciare.

Ismail, simile a Mamadou, è una persona concreta, pacata, curiosa di quanto lo circonda; al contrario, Alpha è un entusiasta, un superficiale, un bugiardo anche, che però affascina con i suoi racconti esotici, la vitalità, i vorticosi progetti che non si concretizzano mai, dall’agriturismo africano al commercio di frutta tropicale. Tenta anche un’autopromozione attraverso la politica, ma inutilmente, finché un giorno scompare: "Nella soffice esistenza d’una donna solitaria aveva trovato l’occasione da acchiappare. Sotto l’etichetta di giardiniere tuttofare, nella villa d’una grande città, iniziava una nuova avventura".

E ancora Woby, venditore di accendini che anche quando incontra chi lo vuole aiutare scambia bontà e solidarietà per debolezza, e ne approfitta. Una galleria di tipi che, quando il racconto è arrivato alla conclusione (coincidente nei tempi con i primi massicci sbarchi di albanesi) è destinata ad arricchirsi di nuove figure uguali e diverse che l’autrice si limita a presentarci con un ritratto complessivo: "Avventurieri e galantuomini, sbandati e lavoratori, mafiosi e perseguitati. Cento colori si fondevano in uno solo, a sua volta indefinibile, indecifrabile. Che piacesse o no, erano lì".

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