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Val Jumela: il problema, ora, è della sinistra

Dellai sprezzante, la sinistra in difficoltà, la società civile attenta. Il caso Jumela è tutt’altro che chiuso.

La Val Jumela, scomparsa, come ovvio, dalle prime pagine dei giornali, continua però ad incombere sulla vita politica locale. Ed è cosa giusta, perché ormai il dibattito ha chiarito l’insostenibilità della proposta, che si giustifica solo come prosecuzione di un modello di sviluppo (violento sull’ambiente, assistito dal pubblico, in contraddizione con l’evoluzione delle dinamiche economiche) ormai superato. Prosecuzione per inerzia: perché un azionariato diffuso ha investito in un impianto in perdita e bisogna dargli qualche prospettiva; perché gli investimenti si fanno dove si sono sempre fatti, e non si sanno vedere strade nuove; perchè il consenso elettorale si è legato ai contributi, alle promesse, ai piccoli potentati di valle.

Una strada che non porta da nessuna parte; e lo hanno capito tutti.

"La cosa è talmente vera che nella nostra azione di propaganda non troviamo ostacoli - ci dice Giorgio Rigo di Italia Nostra - Non ci sono ragioni dall’altra parte, si vince a mani basse." E così il Comitato "Per lo sviluppo sostenibile... adottiamo la Val Jumela" ha in breve raccolto più di ottocento adesioni, con relative quote associative (di 5.000 lire): "E questo nella stessa Val di Fassa - ci conferma Gigi Casanova - A parte Pozza e Vigo, dove le famiglie sono coinvolte nelle quote azionarie degli impianti, altrove prevale la consapevolezza che così non si può andare avanti: un referendum sugli impianti, esteso a tutta la valle, lo vinceremmo noi."

Il Comitato va avanti: tra poco renderà pubblica una serie di adesioni di personaggi dell’alpinismo, dello spettacolo, della cultura; ed ha già preparato le armi per eventuali battaglie giuridiche. "Il decisionismo di Dellai è fondato sul nulla - prosegue Rigo - tutta la faccenda è stata condotta con un tale stravolgimento delle norme, con un mix di arroganza e dilettantismo, che fare un ricorso al Tar, e vincerlo, sarà nella logica delle cose. A questo punto, le minacciose dichiarazioni sulla Giunta Provinciale che deve decidere, anzi, che ha già deciso, in realtà non hanno senso."

Il mondo politico ragiona però con altri parametri. E sinceramente, senza per questo voler indulgere alle facili critiche alla separatezza della politica, sono metri di giudizio più arretrati.

"La Val Jumela? Non si puo’ non fare. Che alternativa hanno i Ds?" - ci dicono gli interlocutori di area Margherita/Ppi.

E questo scetticismo sul livello politico viene recepito da tanta gente: "La Jumela? Dellai non può non farla. E la sinistra calerà le brache."

Il fatto è che vengono viste come ineludibili due dinamiche, convergenti e disastrose. Da una parte un Dellai deciso che "ha delle cambiali con il mondo economico che non può non onorare, e in fretta"; e dall’altra una sinistra che non ha alternative; e non avendo convinzioni vere, sarebbe pronta all’ennesima svendita.

Questa diffusa convinzione ha due effetti. Sulla Margherita, nella quale prevale la soggezione al leader. Che se viene messo in discussione, è sul terreno delle beghe interne, non su quello dei contenuti dell’azione di governo. "Non solo nel Terzo Mondo, non solo in Africa, c’è il ‘peccato sociale’ - ha affermato Giorgio Viganò al recente partecipato incontro roveretano con don Ciotti e Alex Zanotelli - Anche qui in Trentino: basti pensare alle decisioni sull’aeroporto e sulla Val Jumela". Ma Viganò, consigliere comunale della Margherita a Trento, è l’eccezione, il cattolico integerrimo; gli altri, quelli più accomodanti, mugugnano, ma in privato: perchè mettersi contro il grande capo a difendere l’ambiente, per un nuovo sviluppo, quando poi si verrà spiazzati dall’immancabile cedimento di Verdi e diessini?

Il secondo effetto è sulla sinistra. La quale, forse per la prima volta dopo tanti anni, si trova - teoricamente - in sintonia con le aspettative della maggioranza della popolazione; ma queste aspettative non le intercetta, perchè di lei nessuno si fida, ci si aspetta la solita svendita. I comunisti, una volta facevano paura perchè ferocemente determinati a raggiungere le loro finalità; oggi i post-comunisti sono ritenuti inaffidabili per il motivo opposto, perchè ritenuti senza principi, agitatori di tematiche anche giuste, ma strumentali e occasionali: "mah, in realtà non gliene frega niente".

Infatti "chissenefrega della Val Jumela" è stato l’icastico commento di un dirigente diessino a una delle ultime riunioni di vertice. Il generale scetticismo sulla saldezza della sinistra non è in effetti infondato.

E’ una visione della politica che in questi giorni è entrata in sofferenza. Sofferenza accentuata dai risultati del 21 aprile, e da una loro interpretazione parziale (anche se non arbitraria): una coalizione rissosa perde, se non si vuole essere travolti, con gli alleati bisogna andarci d’accordo. Posizione sostenuta innanzitutto da una parte di Solidarietà e nei Ds dall’ex segretario Albergoni; e poi, con tutta una serie di peraltro importanti differenziazioni, dal vice-presidente della Giunta Pinter, dal sindaco di Trento Pacher, dalla presidente della Regione Cogo ecc.

Una visione che incentra la politica nei rapporti fra partiti; e nella permanenza al potere. E che mette in secondo piano, talora in maniera drastica, il "che fare" al governo. Con l’argomentazione che se al governo andasse il centro destra, questo centro-destra, con i Boso ecc, non potrebbe che essere peggio.

Come si vede, una posizione fragilissima. In pratica disposta, sotto le pressioni dell’arrembante Dellai, a qualsiasi compromesso: rinunciando quindi a qualsiasi visione del Trentino, a qualsiasi progetto per il futuro, con l’unica legittimazione nel fatto che l’assessore Erminio Boso farebbe di peggio.

Questa debolezza è stata bruscamente evidenziata dallo stesso Dellai. Che in una recente intervista ha liquidato con parole sprezzanti qualsiasi dubbio sulla Val Jumela, ha rilanciato la PiRuBi, ha attaccato il segretario diessino Bondi, ha espresso la sua contrarietà alla norma transitoria (quella che permetterebbe in ogni caso, alle prossime elezioni provinciali, di votare con un sistema elettorale razionale, come quello delle altre regioni, e non con il nostro, che impedisce una decorosa governabilità). Insomma Dellai è stato brutalmente chiaro: io devo portare avanti la mia politica, la sinistra la voglio in ginocchio.

Un brutto impasse. Per uscire dal quale la parte più progettuale della sinistra punta a spostare il tiro. Riportando al centro della politica, non i discorsi sulle alleanze, sulle prossime elezioni, ma sui contenuti. "Siamo al governo; ma per fare che cosa?" "Il governo (e volendo si può leggere "la poltrona") è un mezzo o è il fine?"

Queste le domande, ovviamente retoriche, poste. E quindi, entrando nel merito: "siamo al governo per impedire la Val Jumela, cioè per lanciare un nuovo modello di sviluppo? Oppure diciamo di sì alla Jumela, ci accodiamo all’attuale modello, per restare al governo?"

Impostata in questi termini - dal segretario diessino Bondi, ma anche da altri - la questione assume un altro significato. Quello di pensare la coalizione, il mitico Ulivo ormai rinsecchito, non come un aggregato di partiti e candidati, ma di obiettivi, di contenuti. E quindi uscire dal dilemma cui spinge Dellai (o restate subalterni, oppure uscite dalla coalizione); per porne uno tutto differente: o la giunta provinciale disegna un Trentino diverso, che si evolve rispetto al passato, oppure si perde tutti, Margherita e sinistra.

Di qui lo sforzo per puntare a una centralità dei contenuti: viene data grande importanza ai famosi "documenti di indirizzo" che su mobilità, sviluppo sostenibile ecc, dovranno accompagnare la decisione sulla Jumela; ai primi di giugno i Ds terranno un proprio convegno ancora sullo sviluppo sostenibile; si guarda con grande interesse al fiorire di iniziative sulla Jumela.

A questo punto, anche a noi pare che la sinistra non abbia alternative. Ma nel senso opposto a quello che si dice.

Perchè vediamo aprirsi due strade. O la sinistra intercetta l’esigenza di cambiamento che indubbiamente c’è nella società, e attraverso questa imprime un indirizzo riformista al governo provinciale. Oppure si riduce al ruolo di gregario in una politica di conservazione post-dorotea (avete visto sull’ultimo numero di QT la lettera di raccomandazione di un’impresa dell’assessore Casagranda? Avete notato come la Giunta non si è minimamente impensierita? Pensate che nel 2000 si possa governare a lungo con questi metodi?), politica al giorno d’oggi dagli orizzonti precari, la Dc non è caduta per caso. Con la conseguenza, sempre per la sinistra, di perdere in brevissimo tempo ruolo, anima, dirigenza (la nuova segreteria Bondi entrerebbe immediatamente in crisi).

La via d’uscita pare quindi una sola: andare avanti. Convincendo anche la Margherita che quella è l’unica direzione possibile.