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Ricordi di quotidianità benestante

Gli effetti della guerra su una famiglia della buona borghesia.

Saša mostra un enorme quadro vetrato. Al centro due uomini sulla quarantina, forse di qualche anno più giovani, a mezzo busto. Il loro petto è coperto di medaglie, lo sguardo diretto lontano, baffi folti e curati drizzati verso l’alto. Uno dei due è Vukoviæ Gavro patriota montenegrino e bisnonno del padre di Saša. "Il primo a laurearsi in legge in tutto il Montenegro" - afferma orgoglioso lui.

Il dottor Bato Raiceviæ e il suo albero genalogico.

Sotto il suo ritratto quello di una donna, seduta su di una sedia con un lungo abito tipico ed un foulard che le copre la testa. E’ china verso una bambina. "Questa è sua sorella, laureata alla Sorbona". Il quadro tra poco verrà regalato dalla famiglia Raiceviæ al museo dedicato al loro famoso antenato e da poco ristrutturato.

Saša ha da poco finito la specializzazione in ginecologia. A causa delle guerre nell’ex-Jugoslavia ha impiegato più di dieci anni. Adesso lavora all’ospedale di Kolasin, paese a metà strada tra Podgorica e Berane, località sciistica (almeno in passato) incassata nella lunga gola che collega il sud al nord del Montenegro. "Da dieci anni Kolasin non aveva un reparto maternità. Le donne partorivano in casa oppure si recavano a Berane o a Podgorica. Io sono arrivato da poco, spetta a me ricostituire questo reparto". Saša passa l’intera settimana a Kolasin per poi ritornare a casa dai suoi due bambini e dalla moglie il fine settimana. Ha due stanze direttamente nell’edificio dell’ospedale. Un divano letto, un tavolino con computer. "Affittare un appartamento mi costerebbe troppo. Spenderei 200 dei 450 marchi tedeschi che guadagno al mese".

Anche Bato, il padre di Saša, è dottore, da alcuni anni però in pensione. E’ chirurgo urologo. Due volte al mese va fino all’ospedale di Kolasin per visitare alcuni pazienti. "Non hanno un urologo e quindi mi hanno chiesto di fare questo favore". A volte esercita anche in casa, dove una piccola stanza è riservata a questo. Un tavolino scarno nell’angolo ed un letto da dottore. Nient’altro. "Continuo a visitare gli amici ed altre persone che me lo chiedono. Non voglio niente in cambio. Prendo una pensione di 400 marchi, e con i tempi che corrono è abbastanza. Nel 1982 prendevo fino a 3.000 marchi, ma allora si stava bene".

La figlia di Saša, Milena, arriva con un disegno per il padre. Il fine settimana, quando lui torna, gli sta appiccicata. Tutt’attorno al disegno la scritta "Papà sono contenta tu sia ritornato e spero che tu diventi il miglior dottore al mondo, come il nonno". Saša le promette di appenderlo nel proprio ufficio.

Il dottor Bato, padre di Saša, cerca di parlarci in italiano. Anche lui, come molti qui, ricorda alcune parole imparate durante l’occupazione italo-tedesca ai tempi della seconda guerra mondiale. "Ma ero piccolo e ricordo poco" - ci dice con la voce roca causata da un’operazione alla laringe.

La lapide commemorativa che nel cimitero di Berane ricorda i caduti italiani nella seconda guerra mondiale.

Nel cimitero principale di Berane vi è un monumento dedicato ai soldati italiani caduti in questa zona. Lo ha fatto erigere un vecchio professore di chimica che durante la guerra aveva combattuto al fianco degli italiani nella Brigata Garibaldi. I nomi dei soldati italiani, in caratteri latini, risaltano al fianco di altri scritti in caratteri cirillici.

La madre di Saša mostra le foto dei suoi viaggi. La sua famiglia era particolarmente agiata e per questo lei ha potuto viaggiare molto. Il padre era montenegrino ma dopo aver studiato a Praga si era fermato là a lavorare come assistente universitario. Con l’inizio della seconda guerra mondiale, spinto dall’amor patrio, era tornato con la moglie in Montenegro. Né lui, né la moglie, farmacista a Praga, sarebbero più tornati a vivere in Cecoslovacchia.

"Mia madre era l’unica che durante gli anni del socialismo veniva ancora chiamata signora Betta e non compagna Betta" - ci dice orgogliosa la madre di Saša. Nonostante la sua morte, il nome è rimasto sulla porta del suo appartamento: nessuno vuole cancellare nell’edificio i piccoli segni che quotidianamente la ricordano.

Davanti a noi sfilano foto di matrimoni, recenti e passati, di ragazze che suonano il violino, di tesi di laurea e di colleghi di lavoro in camice bianco, di trofei di caccia, figli ed aeroplani.

Una quotidianità benestante. "Nonostante questo, gli ultimi dieci anni sono stati duri. E la colpa non è del popolo, siamo sempre vissuti assieme, ma dei politici che hanno aizzato gli uni contro gli altri. Certo che da ogni parte ci sono sempre dei facinorosi e degli estremisti e questi ultimi dieci anni, per disgrazia, sono stati i loro anni". Saša si interrompe per un attimo a raccogliere un bicchiere versato dalla figlia, poi riprende: "Ma la politica non ha anima. Qui in Montenegro c’è un detto: la guerra è per alcuni tragedia e per altri una sorella. Spero che ora sia tutto finito e ci sia solo pace. A me non interessa nulla del referendum sull’indipendenza del Montenegro. Che sia quel che sia, o indipendente o ancora parte della Federazione Jugoslava: basta che non scoppi un’altra guerra".

Anche la famiglia Raiceviæ è stata toccata, anche se in un modo meno irruente e tragico di altre ma sempre nell’intimo, dalle guerre nei Balcani. Saša descrive lo stupore quando, camminando per Belgrado, prima ha sentito le sirene e poi le prime bombe cadere: "Non ci potevo credere - ci dice - stavano bombardando un paese europeo, ero come paralizzato e non sapevo cosa fare". Sua madre ricorda con nostalgia i viaggi. Adesso per muoversi occorre sempre il visto e molti si sentono chiusi come in una prigione. E poi i bambini piccoli che ad ogni allarme antiaereo si precipitavano sul divano e si coprivano la testa con una coperta. Come se potesse servire a qualche cosa.

Sul tavolo, delle mele e delle pere. "Sono totalmente ecologiche, vengono coltivate in campagna, in un paesino a pochi chilometri da Berane, nel giardino della casa d’origine di mio marito" - ci dice la madre di Saša porgendo il vassoio. "Da circa un anno vi abita una famiglia di profughi dal Kossovo. Non chiediamo alcun affitto, ci bastano frutta e verdura che spesso ci portano".