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La costosa farsa del roccolo provinciale

Spesi 25 milioni di denaro pubblico per catturare 10 (dieci) uccelli da richiamo. In compenso, nel ‘99, i cacciatori hanno abbattuto 155.000 uccelli di 21 specie diverse...

L’operazione "roccolo provinciale" si è conclusa in un sostanziale fallimento. Alla chiusura obbligatoria dell’attività, ossia il 31 dicembre 2000, gli uccelli catturati dopo due mesi ammontavano a 10 (dieci) contro i 500 autorizzati dall’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (la Provincia aveva chiesto di poterne catturare 1000, ma tale numero era stato dimezzato dall’ INFS per carenza di motivazioni).

In effetti a questo punto, visto l’enorme divario tra il sogno (ma forse più correttamente bisognerebbe dire l’incubo) e la realtà, viene da chiedersi su quali presupposti e conoscenze fosse stato valutato il numero delle ipotetiche catture. Naturalmente gli addetti ai lavori troveranno mille giustificazioni: l’operazione è partita con un mese di ritardo per colpa dei soliti ambientalisti, vi è stato un numero incredibile di giornate piovose ed i poveri uccelli hanno preferito starsene rintanati anziché volare nelle amorevoli reti di mamma Provincia, il mondo va alla rovescia e le migrazioni avvengono su rotte nuove e misteriose.

Tutto bello, ma i numeri intanto rimangono, pesanti, molto più pesanti dei dieci sfortunati uccelli destinati a oggetti da richiamo per i cacciatori. Infatti, poiché la delibera approvata prevede un ricavo di vendita per uccello catturato pari a 30.000 lire (non di più, perché altrimenti si stimola l’acquisto da parte dei cacciatori al mercato nero, dove i prezzi si aggirano intorno alle 70/80.000 lire), il totale delle entrate nelle casse provinciali sarà di 300.000 lire, se tutti e dieci gli uccelli catturati sono sopravvissuti e sono stati pagati.

A fronte di questo rimane la spesa complessiva prevista in 25 milioni: la differenza, ossia quasi 25 milioni, è il contributo di tutti all’attività della "caccia da capanno con richiami vivi" di qualche migliaio di irriducibili praticanti. Detto in altro modo, si può dire che la Provincia ha speso circa due milioni e mezzo per ognuno dei dieci uccelli rivenduti ai cacciatori.

Aquesto punto, come irriducibile ambientalista, mi trovo in una sostanziale posizione schizofrenica, dibattendomi tra la gioia per i 490 uccelli rimasti liberi e del cui canto potremo forse gioire tutti in qualche passeggiata ai Masi Saracini, sulla strada di Cortesano, e la rabbia per il pessimo risultato economico ai danni dei contribuenti. Mi assale anche un orribile sospetto: non è che in Provincia i conti finiranno col farli in modo diverso ed un altr’anno, continuando ad ipotizzare di voler prendere 1.000 uccelli, di roccoli ne vorranno attivare 100, o magari, sperando in una stagione più propizia in termini di catture per ogni roccolo, almeno 8 o 10?

Qualche riflessione va anche fatta sui dati forniti dal Servizio Faunistico relativamente agli abbattimenti di uccelli nella stagione di caccia, di fronte ai quali i 10 uccelli catturati nel roccolo diventano un numero risibile. In Trentino sono stati uccisi quasi 155.000 uccelli selvatici, di oltre 20 specie diverse, senza contare gli oltre 15.000 tra fagiani e starne abbattuti dopo essere stati liberati dai cacciatori. Sul numero degli uccelli feriti non esistono dati ufficiali, ma il loro numero è facilmente intuibile. Qualche riflessione, si diceva, perché, in un’epoca che ci ha abituati ai grandi numeri in tutti i campi, il loro significato più profondo alla fine ci sfugge.

Cosa significano in concreto centocinquantacinquemila uccelli? Non è facile visualizzarli. Sicuramente sono altrettanti in meno di quelli che potremo ammirare e sentire passeggiando per boschi e montagne.

Prima o poi qualcuno dovrà pure cominciare a porsi il problema in quest’ottica. Qual è il danno indiretto dal punto di vista turistico? Cosa significa un bosco ridotto al silenzio rispetto ad un bosco dove gli uccelli vivono indisturbati e quindi non solo più numerosi, ma anche non terrorizzati? Qual è il danno morale nei confronti di chi cacciatore non è e di quel bene godibile viene privato? Di conseguenza qual è il giusto prezzo che ogni cacciatore dovrebbe pagare per ogni preda che cattura e sottrae al patrimonio di tutti? Non si può continuare a dare per scontato che è sempre stato così: è una strada che in molti campi ci ha portato assai vicino al disastro.

Un ambientalista anonimo ha scritto: "Impoverire boschi e campagne, eliminando uccelli già ridotti da tanti altri fattori ambientali negativi, ha come conseguenza quella di rendere il nostro mondo più brutto e gli uomini che vi vivono più tristi". E’ una considerazione che appare sempre più giusta a tutti e non solo agli ambientalisti.