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Il modello veneto per San Michele

Amministratori comunali contro il Piano Regolatore presentato dal commissario ad acta.

Non è cosa di tutti i giorni, anche se è già successo altre volte, che degli amministratori comunali si mettano contro il piano di fabbrica del proprio comune. Succede a San Michele all’Adige, dove il commissario ad acta ha licenziato, in seconda adozione, la revisione del piano urbanistico del paese.

Il nuovo assessore all’urbanistica ha però preso pubblicamente le distanze dal piano, criticando in particolare le aree produttive, circa 11 ettari, considerate esagerate visto che - dice Franco Callovi - "da quando siamo diventati amministratori nessun imprenditore ci ha avanzato richieste per la nuova zona. Anche la zona alberghiera ci sembra inutile, visto che in Rotaliana, negli ultimi anni, gli alberghi più che aprire hanno chiuso."

Dalle cartografie esposte in municipio saltano subito all’occhio due grandi aree (per un paese tutto sommato piccolo): quella destinata a nuova area artigianale e commerciale e l’altra a zona alberghiera, tutte due alle estremità dell’abitato che sorge sulle due sponde del fiume Adige.

Il paese, come altri centri abitati della pianura trentina, si è sviluppato negli ultimi decenni in maniera quasi casuale, lungo le direttrici stradali, in un misto di casette, condomini e qualche capannone. La pianificazione è sempre stata insomma uno strumento debole, quasi sempre una presa d’atto dell’esistente. Nella piana e in larga parte del fondovalle è prevalso il modello veneto nel quale le regole sono minime e quasi sempre funzionali agli aspetti speculativi. Il paesaggio, la tradizione, gli interessi collettivi ed uno sviluppo economico equilibrato sono considerati un optional, un lusso da snob. I regolamenti edilizi sono infarciti di norme particolarissime mirate a questo o quel dettaglio, salvo poi sorvolare sulle questioni di fondo. E il nuovo piano regolatore sembra in piena continuità con il modello appena descritto.

Certo, le innovazioni positive ci sono. Rispetto al recente passato si annuncia una maggior attenzione al recupero del centro storico all’interno del quale, almeno in linea teorica, dovrebbe risultare più agevole ristrutturare e ricavare nuovi alloggi (si ipotizzano volumi utili per almeno cento nuovi residenti).

E’ stata pure aumentata la possibilità di sopraelevare gli edifici esistenti anche fuori dal perimetro del centro storico, con l’intenzione di risparmiare territorio. Ma sono aspettative che possono andare deluse a causa dei veti incrociati, spesso presenti in situazioni in cui le proprietà si intersecano in maniera quasi inestricabile. Per i centri storici sarebbero invece necessari piani di risanamento urbanistico di interi comparti e non di singoli edifici. Oppure, se non si vuole guidare l’operazione in maniera dirigistica, si renda allora meno facile l’edificazione di nuovi edifici.

Come? Basta ridurre le dimensioni o la potenzialità delle aree fabbricabili per rendere più appetibile la via della ristrutturazione. Invece, da questo punto vista, il nuovo piano ha abdicato a questa funzione confermando sostanzialmente tutte le aree residenziali già esistenti. Ad alcuni cittadini che avevano invitato il Comune a ridurre lo sviluppo estensivo, il commissario ha risposto ritenendo "inopportuno il declassamento delle aree a fronte di consolidate aspettative dei cittadini". Singolare anche il fatto che l’unica area a verde attrezzato necessaria per far quadrare gli indici urbanistici a fronte del nuovo sviluppo edilizio non sia stata inserita all’interno dei larghi terreni edificabili (di cui alle consolidate aspettative dei cittadini), ma sia stata disegnata a ridosso del cimitero ed a carico di proprietari che nulla hanno a vedere con le nuove lottizzazioni.

Eche dire della nuova viabilità interna alle aree edificabili? Il Comune di San Michele era stato uno di quelli che avevano fatto il diavolo a quattro contro la variante della statale che avrebbe inciso negativamente sul paese, ma ora non fa una piega trasformando in nuovi nastri d’asfalto quasi un ettaro di campagna.

Tra le proposte critiche avanzate dai cittadini, anche quella di ridurre, almeno in parte, gli svariati ettari di campagna dell’Istituto Agrario destinati ad essere trasformati in aree per servizi pubblici. "La destinazione è per lo più virtuale"- ha risposto il commissario, confermando il vincolo.

Il piano prevede poi che l’edificazione venga spinta fino ai confini estremi del territorio comunale così che, ad esempio, percorrendo la statale del Brennero dal ponte sull’Adige in direzione sud giù fino al confine con il territorio di Lavis, il lato orientale oggi ancora in parte coltivato a vigneto, diverrà un’unica teoria continua di costruzioni, prima residenziali e poi, più lontano, commerciali e artigianali. Verrà chiusa quindi l’unica finestra nel piano campagna che dalla strada permette ancora di intravedere le dolci colline coltivate a vigneto che assicurano notorietà a San Michele grazie alla presenza dell’Istituto Agrario, al quale appartengono peraltro buona parte dei tre ettari che saranno destinati ad ospitare anonimi capannoni.

Quando, poco più a sud, sorgerà il centro commerciale sul territorio di Lavis, la frittata sarà completa e sarà quasi come percorrere la periferia commerciale di Trento.

Ma non solo. A servizio della futura zona artigianale verrà costruita una nuova strada, parallela alla statale, a poche decine di metri di distanza dalla stessa Statale 12. Anche in questo caso, di fronte alle osservazioni di un gruppo di cittadini contrari ad una così abbondante e distruttiva estensione dell’area produttiva, il commissario ha ribadito la necessità dell’intervento "sufficiente a soddisfare la domanda formulata dagli operatori del settore".

Ma all’assessore comunale, come abbiamo già sentito, non risultano richieste in tale senso. Risulta anzi che, recentemente, un imprenditore abbia ceduto il proprio capannone al confinante Mercatone Uno per trasferirsi nella più allettante area produttiva di Trento.

Ma la chicca del piano, particolarmente enfatizzata dal progettista, sarà la futura zona alberghiera - un paio di ettari - disegnata alla periferia di Grumo, vicino all’uscita dell’autostrada. Sulla questione anche alcuni consiglieri comunali della passata maggioranza, all’epoca della prima adozione del piano, avevano espresso perplessità. Nello specifico erano state avanzate le stesse riserve ora riaffermate dalla nuova amministrazione comunale, considerando già sufficiente il miglioramento delle strutture alberghiere esistenti. Anche allora - era il 1999 - circolava una certa delusione per il fatto che il nuovo piano, anziché limitarsi a razionalizzare l’esistente, avesse inglobato, destinandoli all’edificazione, sette nuovi ettari di territorio agricolo.

Ma anche in questo caso il Comune difende la scelta originaria ("l’area - dice il commissario - ha grande importanza strategica…"). Molti cittadini, nel tempo intercorso tra la prima e la seconda adozione, hanno democraticamente utilizzato lo strumento delle osservazioni che in diversi casi sono state accolte positivamente. Sui temi generali, come appunto l’ampliamento delle aree fabbricabili e la conferma di quelle esistenti, il Commissario ha però ribadito le scelte già adottate ritenendo inopportuno stralciare alcunché.

Fra le aree confermate, anche quelle della società che gestisce il Mercatone Uno di San Michele, che poche settimane prima dell’adozione del nuovo PRG aveva acquistato due terreni agricoli, uno di quasi 5.000 metri quadri e l’altro di circa 3.500, pagandoli rispettivamente 170.000 e 150.000 lire al metro quadrato (i dati sono stati rilevati all’Ufficio Tavolare di Mezzolombardo) . Come mai, si era chiesto allora Questotrentino, quelli del Mercatone Uno avevano pagato un miliardo e quattrocento milioni per delle campagne che sì e no valevano la metà di quanto pagato? E perché gli intraprendenti imprenditori non avevano acquisito anche il fondo agricolo che confina con il supermercato ma solo i fondi contigui a quello confinante che già era stato trasformato, abusivamente e provvisoriamente, in parcheggio a servizio del grande magazzino? La data dei contratti di acquisto era di poco precedente l’adozione del piano di fabbrica che ha reso edificabili i terreni, fino allora agricoli (sulla vicenda, riprendendo pari pari il nostro articolo, era stata presentata anche un’interrogazione al Presidente del Consiglio Provinciale), ma né il piano allora in vigore, né la bozza ufficiale presentata alla popolazione nella primavera del 1998, prevedevano che i terreni acquistati da Mercatone Uno fossero destinati a zona edificabile. Poco dopo invece , quei fondi agricoli, accanto ad altri, entrarono a far parte delle aree edificabili.

Ora tocca alla Provincia valutare definitivamente l’operato del Comune e non sarà facile ignorare le proposte critiche dei nuovi amministratori.