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Paolo Conte, il nostro Mandrake

Più che un concerto, un film. Un gran bel film d’autore dove il distacco che dovrebbe sempre avere chi scrive e fa il cronista va farsi benedire. Non so a che ora sia finito e quanto sia durato lo spettacolo.

La causa di queste mie lacune spazio-temporali è da ricercarsi nell’abile capacità evocativa, musicale e non solo, di Conte, che fin da subito proietta chi l’ascolta negli ampi luoghi del suo immaginario.

Si apre il sipario e sulle note di "Razzmatazz" ci appare il nostro Mandrake con le sue vocalists, che protetto e beato, tra le due bellezze d’ebano Ginger Brew e Barbara Batts, si unisce al canto. Ed ecco materializzarsi sul palco dell’Auditorium la Parigi degli anni ’20-’30 , luogo di ritrovo di numerosi jazzisti d’oltreoceano, e le fumose sale da ballo di Buenos Aires, dove alla sensualità del tango si unisce l’indolenza della milonga. Sullo sfondo trovano posto i suoi dieci musicisti, in smoking d’ordinanza, con chitarre e ottoni lucidati.

Conte più che un cantante è un bofonchiatore, un sublime bofonchiatore che accortosi presto delle sue non eccelse doti canore (basti ascoltare l’etilico album d’esordio "Paolo Conte", 1975), ha sostituito il cantato con quel parlar sussurrato che tuttora avvolge e travolge le sue splendide liriche. Valga come esempio il bellissimo brano "Dal loggione", eseguito ad inizio concerto solo piano e voce. Pur mancando parecchie delle canzoni che lo hanno reso celebre, la scaletta dei brani è cesellata alla perfezione, e durante tutto lo spettacolo non ci sono cali evidenti di tensione. L’apice emotivo lo si raggiunge alla fine del primo tempo con dieci minuti di delirio e improvvisazione musicale con la sezione fiati in evidenza. "Diavolo rosso" è una delle sue canzoni più intense, dove la musica si sposa alla perfezione con uno dei più bei testi dellla canzone italiana, poesia padana dedicata al leggendario ciclista Gerbi. "Belle bambine bionde con quegli anellini alle orecchie, tutte spose che partoriranno uomini grossi come alberi... la morte contadina che risale le risaie e fa il verso delle rane e puntuale arriva sulle aie bianche come le falciatrici a cottimo".

Qualche critico sagace ha associato la figura di Conte a quella di Salgari, per la capacità che entrambi possiedono di ricreare situazioni e luoghi lontani dal loro presente. Il paragone con il padre del Corsaro Nero ci può stare , ma in Conte, ed è qui che trova albergo la sua grandezza, è presente l’ironia sottile , rivolta soprattutto a se stesso, che sembra dire: "Sono cosciente che tutto ciò di cui scrivo e canto non c’è più e forse non è mai esistito, ma la realtà è talmente una schifezza…" Per trarreconferma di ciò, basti leggere le poche interviste rilasciate e le pochissime parole dette. La fuga è solo apparente, perchè il suo fitto immaginario è filtrato dagli occhi del provinciale, nell’accezione nobile del termine, capace di guardare al di là del proprio naso, peraltro bello grosso. E così nascono i suoi capolavori, "Sotto le stelle del jazz", "Max", "Via con me", ecc.

A rendere unici i suoi concerti contribuiscono poi i musicisti, autentici maestri dei rispettivi strumenti Su tutti svettano Danny Piri alla chitarra, Rudi Migliardi al trombone, Max Pitzianti al bandoneòn, e nella seconda parte dello spettacolo si aggiunge pure un quartetto d’archi, per un totale di ben venti elementi sul palco.

Vista la qualità dello spettacolo, non vale la pena entrare nella polemica sul prezzo del biglietto ritenuto da alcuni eccessivo. Pongo solo un piccolo quesito: perché nessuno si è lamentato l’anno scorso quando Baglioni per il suo concerto solo piano e voce, e per giunta piuttosto bruttino, ha chiesto la bellezza di 80.000 lire a biglietto?

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