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Pace: fra i milioni di Roma

La grande giornata contro la guerra nella cronaca di uno studente trentino.

Francesco Bert

"Trenitalia questa volta ha tentato di boicottare la manifestazione". E’ uno dei primi commenti su un’auto che parte alle otto del mattino da Bologna con meta Roma. A bordo, oltre a me, altri tre ragazzi, tutti spazientiti per il trattamento riservato dalle FS ai manifestanti: solo due treni speciali in partenza nel cuore della notte, biglietti esauriti da tempo e un centralinista che, alla tua richiesta di orari precisi, risponde con un laconico "gli orari non li possiamo dare per motivi di ordine pubblico". Come dire: se vuoi manifestare, arrangiati. Detto fatto. Un paio di telefonate e un amico conosciuto alla manifestazione per la giustizia al Palavobis di Milano lo scorso anno si offre di mettere la sua automobile. In quattro ammortizzeremo le spese.

Ed eccoci in viaggio verso la capitale. Fra di noi si discute animatamente su come si è arrivati a questa giornata, si parla di guerra e pace, partiti e movimenti, si ricordano le manifestazioni più recenti e ci si interroga su come si svolgerà questa: tutti siamo infatti consci di stare per partecipare ad un evento mondiale, perché in tutte le principali città della terra altri milioni di individui scenderanno in piazza come noi per manifestare contro la guerra, per dare un segnale forte a chi crede di poter risolvere i problemi del mondo con la forza delle armi.

A Saxa Rubra Marco parcheggia e srotola orgoglioso le sue bandiere: per tutto il giorno sventoleremo nel cielo romano i vessilli francese e tedesco, simboli di quella "vecchia Europa" che si sforza di risolvere la crisi irachena con la diplomazia, amica degli USA ma che sa dissentire su questioni come la dottrina della "guerra preventiva", che non obbedisce ciecamente come l’Italia berlusconiana, più interessata al rapporto con l’alleato potente che a costruire un’Unione Europea più forte e coesa.

C’è un clima festoso; le bandiere dell’arcobaleno che hanno fatto arrabbiare così tanti esponenti della destra più becera dominano su tutte le altre. E ci sono proprio tutti,comunisti e cattolici, ambientalisti e girotondini, sindacati e partiti del centrosinistra, finalmente unito su un tema così importante, e poi tutta la galassia dei Social Forum, che ha avuto una parte decisiva nel lanciare questa protesta pacifica durante l’incontro di Firenze lo scorso novembre. Incontriamo anche una giovane coppia che espone orgogliosa un cartello "Cittadini americani contro la guerra" e che ad ogni passaggio viene sommersa dagli applausi.

Siamo così tanti che il percorso fissato dagli organizzatori ben presto si rivela inadeguato per contenere la massa, che fluisce disordinatamente per le strade del centro e riempie le piazze della capitale. Si percepisce il desiderio di questa gente di "fare politica", di influenzare le scelte dei governanti. Molti di noi non sono iscritti a partiti, si sentirebbero incanalati dentro binari troppo stretti; c’è un evidente bisogno di nuove forme di partecipazione, di rappresentanza popolare su temi che toccano così da vicino la società civile: ecco la vera domanda di questo movimento così grande e pacifico, che chiede una risposta da chi dall’alto tesse le trame e troppo spesso dimentica la base.

Un grande striscione recita "Fuori l’Italia dalla guerra, fuori la guerra dalla storia". Mi fermo e mi interrogo sul significato di questa frase: nello studio delle scienze politiche spesso mi imbatto in eventi storici e politici profondamente segnati dalle guerre, dall’antichità ai giorni nostri, e mi chiedo se l’umanità riuscirà mai ad imparare dai suoi errori. Mio padre, insegnante di storia, anche lui contrario a questa guerra, non si stanca di ripetermi che non basta essere contro a priori, che talvolta l’uso della forza può essere necessario. Forse ha ragione, ma guardando questa folla immensa e sapendo che oggi 110 milioni di persone sono scese nelle piazze di tutto il mondo con lo stesso obiettivo (grande merito peraltro della troppo frettolosamente contestata globalizzazione), mi risulta difficile far prevalere la ragion di stato sulla volontà popolare.

La stanchezza inizia a prendere il sopravvento nel tardo pomeriggio, ma c’è ancora la voglia di camminare, ballare e cantare insieme alla moltitudine gioiosa che si dirige in ordine sparso verso Piazza S. Giovanni, troppo piccola per contenerci. Qualche testimonianza dal palco, gli ultimi slogan, e poi via verso la metro che ci riporterà alla nostra auto.

Sulla strada del ritorno Roberto, dubbioso, mi chiede: "Basterà la giornata di oggi ad evitare la guerra?" Probabilmente no, ma certo aiuterà qualcuno a riflettere più a fondo prima di passare la parola alle armi, perché la guerra è il fallimento della politica.