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Maschere barocche a Trento

Una ricerca, un libro e la proposta di un percorso, s’una particolare forma di decorazione architettonica: varia, sorprendente, dai molteplici significati.

La città, con il suo millenario stratificarsi, offre molteplici chiavi di lettura per comprendere la storia nel suo evolversi, nel suo farsi tessuto urbano, anima e scheletro di una comunità. I centri storici, forse la più completa e vasta forma di opera d’arte totale, sono purtroppo spesso visti, specie nel caso del turismo di massa, come luoghi di transito, e non come dignitosa meta al pari di singole opere. Con un po’ di curiosità, la città sa offrire all’occhio attento infiniti elementi sui quali riflettere e poi stupirsi; a volte basta solo alzare il naso, ficcarlo entro un portone, inventarsi un percorso e tesserne poi la trama, elemento dopo elemento.

Palazzo Sardagna (via Calepina).

Laddove come a Trento la storia si perde nei secoli, le possibilità si moltiplicano, e non a caso indagini che sviino dai luoghi più battuti portano solitamente a risultati assai apprezzabili, come lo studio di Italia Nostra sulle fontane di Trento o quello che qui vi presentiamo, di Massimo Monopoli, che ha concentrato la sua ricerca sulle maschere barocche presenti in città; un lungo lavoro di ricognizione ed indagine storica e fotografica conclusasi con la pubblicazione di un volume (edizioni Arancia Studio) e di una mostra fotografica itinerante.

I mascheroni, nella loro infinita varietà, traggono le loro forme bizzarre e spesso grottesche da epoche e contesti assai diversi, come il mondo greco-romano, l’antichità araba, l’estremo oriente e le leggende nordiche. In questo mélange di secoli, mostri ed esseri fantastici, antropomorfizzazioni ed altro ancora, scambi e combinazioni sono assai frequenti, come stabilito dallo studioso lituano Jurgis Baltrušaitis, che ne ha analizzato lo sviluppo fino al tardo medioevo. E proprio dell’età di mezzo sono i protogoni dei mascheroni di Trento, vale a dire le teste, umane ed animali, presenti sul Duomo di S. Vigilio.

Interno di Palazzo Geremia (via Belenzani).

Il vero fiorire di questi elementi decorativi si avrà però solo a partire dalla fine del Quattrocento, a seguito del rinvenimento nella Domus Aurea di elementi decorativi costituiti da esseri tra l’umano e l’animale, che divennero vera e propria moda grazie a pittori come Signorelli e Pinturicchio.

Questo rapido diffondersi non trovò opposizione da parte della Chiesa, anzi, gli stessi palazzi vaticani ospitarono la nuova moda, superbamente interpretata da Giovanni da Udine e Raffaello. Trento non fu aliena da tutto ciò, come si può vedere nel mascherone posto sul portale laterale di S. Maria Maggiore (1520) o nella di poco successiva decorazione del Magno Palazzo, operata da Girolamo Romanino e da altri valenti pittori e stuccatori.

Palazzo Trautmannsdorf (via Suffragio-piazza Sanzio).

Esempi di tale decorazione sono poi stati individuati in parecchi altri punti del centro storico di Trento, tant’è che lo studio di Monopoli ha creato un percorso in 26 tappe che da Palazzo Trautmannsdorf si spinge fino a Palazzo Larcher, attraverso numerosi palazzi (come quelli Garavaglia, Firmian, Bortolazzi, Geremia, Ferrari...), chiese ed altri luoghi storici della città. Ciò che colpisce è soprattutto l’estrema varietà di risultati, sia repertoriali - la varietà di creature è ricca e spesso sorprendente - che qualitativi, come emerge dal confronto tra i mascheroni appena abbozzati che decorano la facciata di Palazzo Malfatti e le sculture a tutto tondo di Palazzo Sardagna o Palazzo Larcher.

Di sicuro interesse risulta poi nel volume, corredato da un ricchissimo apparato illustrativo, il saggio di Eriberto Eulisse, volto ad indagare origine, contesto e significato di questi elementi antirinascimentali. Riallacciandosi agli studi warburghiani, viene individuata una funzione apotropaica legata al tema del viaggio e del passaggio, tanto più in un contesto, quello di Trento, di cerniera tra mondo latino e mondo germanico; interpretazione forse un po’ forzata, essendo tali elementi decorativi presenti in numerose altre città e ad altre latitudini, comunque suggestiva.

l saggio esplora poi in maniera esemplare la storia delle grottesche e la loro alterna fortuna critica, soffermandosi in particolar modo sugli anni del Concilio, quando si spinse per un ritorno a una sobrietà visiva e ci fu chi, come il cardinale Paleotti, le condannò apertamente: "Se bene gli antichi ebbero qualche probabile ragione di raffigurare in quei luoghi sotterranei queste grottesche, a noi però, ai quali è apparso il sole della verità, più non convengono simili invenzioni". Parole al vento, se - e per fortuna - le grottesche non vennero distrutte ma anzi si continuò a ricorrere ad esse per adornare i nuovi palazzi.

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