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Mail Art: arte gratuita che indossa un francobollo.

Continua il nostro viaggio ai confini dell’arte. Prima tappa nel cosmo della mail art, con un’intervista a Vittore Baroni.

L’uso del mezzo postale per creare e diffondere opere ed eventi trova origine nelle avanguardie del Novecento, in particolar modo in dada ed ancor di più nel futurismo, che fece un grande uso di cartoline, alcune delle quali - si pensi a quelle di Cangiullo - predisposte graficamente per la realizzazione di messaggi sintetici. Nel 1961-2 il movimento Fluxus, irriverente e proteso a una forma d’arte totale, adottò il mezzo postale come luogo d’accesa sperimentazione, con risultati talora formidabili, come la cartolina di Ben Vautier "La scelta del postino", affrancata e compilata su ambedue i lati, ma recante due diversi indirizzi.

Ben Vautier per il messaggio 103 di Mohammed.

La svolta avvenne però con Ray Johnson (1927), che nei primi anni Sessanta fondò la New York Correspondance School, giocoso progetto al quale presero parte centinaia d’artisti, avente come campo d’azione il riciclaggio, il plagio o l’invenzione di scarti mediatici, parole, immagini, gags, lettere criptiche o senza senso, il tutto diffuso tra i partecipanti via posta. Da allora fu, ed è ancora, un susseguirsi di progetti più o meno aperti, scambi e sperimentazioni che utilizzano il mezzo postale. Posta a parte, la mail-art si caratterizza per la gratuità, per il suo carattere effimero, per l’importante presupposto di un’iterazione tra più soggetti (singolo o network).

Le mostre di mail art sono caratterizzate dalla completa mancanza di selezione dei lavori; a un artista affermato con decennale esperienza può essere quindi affiancato un neofita. Chi organizza la mostra (di solito è un mailartista) diviene proprietario delle opere, dando in cambio ai partecipanti documentazione di tutti i lavori inviati. Resta ovvio che a tali mostre, che per loro stessa natura esulano da ambienti istituzionali quali musei e gallerie, non è prevista tassa d’iscrizione né la presenza di una giuria.

La mail art è dunque lavoro di network, che si muove per canali sotterranei tramite specializzate fanzine e copiosi indirizzari di co-cospiratori. Le forme di quest’operare sono, contrariamente a quanto si possa pensare, assai eterogenee: se buste e cartoline la fanno da padrone, non meno utilizzati sono francobolli (a volte perfino utilizzati al posto di quelli veri!), timbri, banconote, adesivi (tra i più celebri quelli autostoricizzanti di G. A. Cavellini), fotocopie e fax, ma anche veri e propri oggetti tridimensionali affrancati e spediti. Caso a sé riveste poi il progetto "Centro di Comunicazione Ristretta Mohammed" del genovese Plinio Mesciulam. Tra 1976 e 1981 stampò oltre 1200 messaggi verbo-visuali in formato Uni A4 e li spedì a 12 destinatari (tra questi: il papa, politici, musicisti, scrittori, critici, sconosciuti), scelti di volta in volta dall’artista autore del singolo messaggio. Il progetto Mohammed fu una sorta d’incunabolo della comunicazione nell’era di Internet, come Mesciulam stesso ci ha comunicato: "Anche se si svolgeva per posta, quest’operazione mirava alla fondazione di una rete e quindi trovo giusto che si parli di net-art".

Abbiamo sentito, a proposito di mail art, Vittore Baroni, mail-artista ed autore nel 1997 di "Arte postale. Guida al network della corrispondenza creativa" uscito per la AAA Edizioni.

Com’è nata la tua passione per la mail art?

Ho iniziato nei primi anni ’70, ai tempi del liceo, ad interessarmi di musica rock e controcultura, collaborando con piccole riviste alternative. Quando nel 1977 ho scoperto l’esistenza della mail art (un approccio nuovo, aperto, radicale e molto in linea con le filosofie della controcultura) ho spedito le mie prime lettere ricevendo in breve tempo risposta: da allora non ho più smesso.

Parlaci della tua collezione.

Ho un paio di stanze nella mansarda della mia casa che fungono da studiolo e archivio della mail art: sono stracolme di schedari, scaffalature e scatoloni con 27 anni di corrispondenza. Quando ho un ritaglio di tempo cerco di sistemare in modo logico i materiali, con suddivisioni per generi (francobolli, cartoline, timbri, ecc.) o geografico-alfabetiche. Solo circa un terzo della collezione è al momento ben organizzato e visionabile, ma dovendo fare tutto da solo... Ho anche scoperto di recente che purtroppo i materiali più datati sono parecchio deteriorati: dopo un quarto di secolo nei collage certi tipi di colla perdono adesività, lo scotch ingiallisce e si stacca, la carta si macchia. Ciò fa comunque parte della natura effimera della mail art e mi ricorda che l’arte è qualcosa di organico, che come noi deperisce e si trasforma, non un entità fissa e immutabile, come nella logica museale.

In un modus operandi così libero e apparentemente privo di mode ed interessi commerciali, quanto un’idea può essere "riciclata" e fatta propria da altri?

Vittore Baroni secondo il mail artista Ed Higgins III.

Fa parte del gioco mailartistico la pratica di avviare progetti che prevedono la collaborazione di altri (ad esempio si invia un collage a cui altri devono aggiungere qualcosa e farlo circolare), ed è anche molto comune, nel rispondere ad un artista, il rielaborare una sua idea o immagine, come omaggio o parodia o modo di interagire con la sua poetica. Da questo continuo riciclo e rielaborazione collettiva di un’idea sono nati dei veri e propri movimenti sotterranei, dal Neoismo a Luther Blissett. Lo stesso concetto di "no copyright" proviene da un’area culturale tangenziale alla mail art.

La rivoluzione postale delle e-mail ha influenzato il cosmo della mail-art? Esiste una e-mail art?

Certo, nel bene e nel male la net-art ha sostituito e scavalcato (in rapidità, facilità di realizzazione ed economicità) molti aspetti della mail art tradizionale. Vari artisti postali hanno abbandonato la posta "lumaca" per passare al virtuale, ma a quel punto non si può più parlare di "mail art". Il web offre fantastiche possibilità, ma è anche molto più dispersivo, asettico e anonimo rispetto al pezzo di corrispondenza che arriva direttamente nelle tue mani. Un catalogo visionabile in rete non offre le stesse soddisfazioni (anche tattili) della documentazione di un progetto ricevuta nella buca delle lettere. Inoltre, il web è fortemente commercializzato, non è facile individuarvi progetti artistici realmente aperti e no profit. Personalmente, uso molto l’e-mail per contatti personali a lunga distanza, per inviare informazioni, inviti o bollettini, o anche per progetti collaborativi (ad esempio aggiungendo ogni giorno una riga ad una poesia scritta assieme a Rod Summers o Franco Piri Focardi), ma continuo parallelamente a far uso della posta tradizionale, almeno finché sarà possibile e finanziariamente praticabile.

Cosa pensi dei tentativi di commercializzazione della mail art tentata da alcune industrie, come l’iniziativa Absolut Mail Art?

All’interno di un fenomeno planetario che da oltre trent’anni coinvolge migliaia di persone, è inevitabile che qualcuno travisi la filosofia e le finalità della mail art, in buona o cattiva fede. Ma gli esempi in questo senso sono talmente pochi e dilazionati nel tempo che non rappresentano assolutamente un fattore inquinante delle caratteristiche essenziali della rete (apertura a tutti, nessuna selezione, nessun profitto, eccetera).

Tra i prodotti della mail art ci sono oggetti dalle forme più disparate; oggi è ancora possibile tutto ciò o la standardizzazione dei formati postali è un muro insormontabile?

Esistono le classificazioni "fuori formato" e "ingombrante" nell’ordinamento postale ed è quindi in teoria possibile spedire quasi di tutto, anche se poi molto dipende dal buon senso e dall’elasticità mentale dell’impiegato postale preposto all’accettazione dell’invio. Dopo i fatti dell’11 settembre e gli attacchi all’antrace, oltre ai casi di Unabomber, mi giunge notizia che particolarmente negli USA il sistema postale è diventato molto sospettoso e fiscale nei confronti di spedizioni "sospette". Per quanto mi riguarda, non ho mai avuto difficoltà a inviare robe strane (tipo un disco a 45 giri affrancato sull’etichetta, un maialino di peluche coi bolli e indirizzo sulla pancia, solette di scarpe, ecc.); tutt’al più ho dovuto spiegare che si trattava di un azione "artistica". Comunque, per praticità e quieto vivere, solo una minima percentuale degli invii di mail art ha caratteristiche eccezionali, di solito ci si limita a interventi bidimensionali di tipo grafico. Ovvero, capita solo poche volte l’anno di ricevere pezzi bizzarri come un vero pesce in cartapesta affrancato per il 1° d’aprile (ma una volta ho avuto un vero pesce marcio dentro un pacchetto, e un’altra una finta bomba ad orologeria!) o una cartolina ricavata da un dischetto per computer con saldati oggetti di plastica o due cartoline a forma di mano collegate da un lungo spago, per dire le prime che mi vengono in mente...