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L’arte incollata sui muri

Manifesti underground contemporanei, con una intervista ad un suo protagonista.

Un paio di numeri fa abbiamo parlato di Adbusters, gruppo di media-attivisti dedito tra le altre cose alla sovversione delle campagne pubblicitarie delle multinazionali eticamente scorrette. A un livello più popolare, ma non meno genuino e gustosamente semiotico, ecco quello che possiamo trovare in questi giorni su alcuni manifesti-slogan di Silvio: l’iconografia del Cavaliere sorridente, ripreso a tre quarti con un saggio taglio del lato superiore a nascondere la pelata, è stata il campo d’azione, specie nelle grandi città, di anonimi iconoclasti. I quali, armati di bomboletta spray, hanno trasformato il nostro self-made man ora in un ladro con passamontagna o mascherina alla banda bassotti, ora in un pagliaccio, ora in un pinocchio, per riferire solo alcune delle soluzioni.

Ora, a questa undergroundizzazione del manifesto, al plagio di manifesti-icona dalle altissime tirature, corrisponde una pratica del manifesto che è uderground ab origine, nella sua per così dire committenza, realizzazione ed infine attacchinaggio, di norma abusivo: centri sociali, gruppi vari più o meno autogestiti, circuiti che dalla musica al teatro, dall’arte alla politica, utilizzano costantemente il manifesto come medium espressivo efficace e a basso costo.

Una produzione, quella di questo genere di manifesti, che nella contemporaneità affianca a prodotti in cui la parte grafico-semantica è assente o irrilevante, significativi esempi di comprensione dell’importanza del mezzo come veicolo di messaggi. Non che la narrazione del contenuto sia irrilevante (ne è un esempio la produzione anarchica roveretana, che pur affrontando spesso argomenti sconosciuti ai più lo fa con uno stile raffinato, toccante e colto nell’accezione meno pedante del termine), ma è indubbio che nel bombardamento mediatico al quale siamo sottoposti occorra un segno che allo stesso tempo si faccia spazio tra la folla e denoti immediatamente la fonte emittente.

Se nel variegato universo del manifesto underground contemporaneo (per una ricerca che parta dalle origini e con un taglio più che altro politico vi suggeriamo il sitowww.manifestipolitici.it) persiste un gusto barocco dell’accumulazione di elementi e del collage dal retaggio punk, ultimamente si avverte una tendenza assai più sobria, pop ma al contempo minimalista: oseremmo dire zen. Tendenza che sembra unire tecnologia ed ecologia, oriente ed occidente, essenzialità ed atmosfera.

A tal proposito abbiamo intervistato Danilo Danisi, graphic designer che assieme alla sua compagna ha creato il duo "Blanka y Negro-graphic pusher" (http://www.ecn.org/tpo/blankaynegro/) , autore della maggior parte degli straordinari manifesti - ma anche volantini ed opuscoli) del TPO, il Teatro Polivalente Occupato di Bologna.

Cosa separa la grafica underground tradizionale da quella contemporanea?

La differenza sostanziale, a mio parere, è nell’intensità. La grafica underground storicizzata è carica e satura di valori; e non credo sia una distorsione da melanconia storica. Oggi purtroppo basta poco perché i media assorbano l’idea e la diffondano capillarmente nei loro canali. D’altro canto c’è troppo ‘segnale’ in giro, che dopo un po’ diventa rumore, ed è difficile seguire delle direzioni radicali senza lasciarsi distrarre. Capisci bene che se la grafica underground per definizione è una grafica "radicale", questa radicalità oggi rischia di perdere senso velocemente.

Quando e come hai iniziato a disegnare manifesti?

I primi manifesti che ho ‘disegnato’ sono stati per me stesso, per trovare casa a Bologna. Chi ha studiato qui sa a quale tipo di purgatorio mi riferisco. Ho trovato sempre abbastanza velocemente tramite i miei annunci. Per un manifestino, in particolare, successe che la gente non mi chiamava per offrirmi casa, ma per dirmi che l’avevano strappato e se l’erano appesi in camera…un bel risultato! Non solo non mi offrivano casa, ma facendo così diminuivano le mie probabilità di trovare una cuccia. In realtà ne ero molto soddisfatto. La headline recitava così: "Terrone madrelingua cerca singola in Padania", fatto e disegnato come una locandina di film. Ad ogni modo, a parte gli eccessi, ho iniziato veramente dalle fotocopie in bianco e nero e man mano sono salito nella scala dei colori.

A volte il confine stilistico tra grafica under e grafica commerciale è sottilissmo…

Generalizzando, almeno a livello intuitivo posso dirti che il mainstream per accalappiare un determinato target tende ad inglobare le estetiche cosiddette underground, ammorbidendole così da renderle fruibili e comunicabili globalmente. In questo processo il segnale originale muta, assottigliando così il confine un tempo più concreto tra under e commerciale. Un esempio in tal senso è la pubblicità Nike ‘rubata’ dalle animazioni di XiaoXiao.

I tuoi lavori hanno uno stile assai minimalista, simile a quello di MTV. Ma MTV è un fenomeno di massa, non certo underground.

Anzitutto grazie del complimento: MTV è una buona fucina di estetica giovanile contemporanea. Tuttavia, a parte rari casi, anche MTV non crea tendenze da zero, ma metabolizza quelle magari nascoste ma già esistenti, di ottimo livello e di presa sicura sul target giovanile a cui si riferisce. E ben venga MTV, almeno innalza il livello di ricettività estetica tra i giovani.

E’ vero che Elena (Blanka) ed io spesso risultiamo ‘puliti’ nel trattamento visivo, ma non proprio minimalisti. Blanka, per esempio, lo è di più. Io in certi casi ho fuoruscite barocche. Il minimalismo spesso è anche una questione di convenienza: è economico da tutti i punti di vista. Oltre a smaltire l’eccesso di informazione, è anche abbastanza veloce da realizzare, quindi ti assicura maggiore produttività.

Nei tuoi lavori cerchi una coerenza di stile?

Personalmente non ne sono interessato, per quanto possa essere controproducente dal punto di vista dell’autopromozione. Al momento considero lo stile come un campo di calcio in cui giocare: quello che mi interessa, eventualmente, è la potenza dell’idea e forse in questo mi avvicino ad una mentalità più pubblicitaria. Tuttavia col passare degli anni, rivedendoti, ti accorgi che c’è comunque stato un Dna visivo trainante, che tu lo abbia voluto o no, e nel mio caso l’ho chiamato pop-funzionalismo. Il suffisso pop davanti a funzionalismo è essenziale: i problemi generati dalla velocità comunicativa sono simili sia per il mainstream che per l’underground.

I tuoi lavori migliori?

Esteticamente parlando, opterei per quello di "Endless Summer", rassegna musicale organizzata da Marco Altavilla, personalità in ascesa nel mondo dell’arte e di cui ho molta stima. Esso racchiude alla perfezione tutte le mie idee sulla poetica tipografica in 3d; oltre ad essere monocolore (percettivamente più difficile da organizzare), include anche intensi riferimenti alla mia storia personale, ovviamente comprensibili solo a me e a chi mi conosce intimamente.

Dal punto di vista della potenzialità comunicativa invece penso al manifesto per la "Casbah" (un parco estivo bolognese, n.d.r.), che per il solo fatto di essere ruotato di 45° rispetto ai manifesti normali riuscì a richiamare una marea di gente all’evento. Un discorso simile vale anche per tutti i "Rotund(o)s" (manifesti di forma circolare, n.d.r.), per le stesse ragioni di rottura degli schemi.

Nei tuoi lavori c’è un’interessantissima ricerca nel formato. Quanto coincide per te il mezzo e il messaggio?

Senza esagerare, credo tutto. E’ ciò a cui accennavo: nessun elemento può essere tralasciato quando ti occupi di comunicazione. Ogni elemento può essere utile a potenziare o a deviare il messaggio. Nel mio caso, se i muri di Bologna sono bombardati di linee ortogonali sovrapposte, un manifesto a fustella circolare, rompendo lo standard, acquisisce automaticamente identità, riconoscibilità progressiva e forse - cosa più importante - comunica quel senso di straniamento che credo sia vitale in una società stressata da se stessa. Concetti forse banali, ma applicarli è un altro conto. Soprattutto perché chi li deve attacchinare imprecherà almeno due tre notti pensandoti …

Stesso discorso vale per i flyers (volantini, n.d.r.) e i pieghevoli: spesso accelero il processo di identificazione nel formato. Una volta ne abbiamo stampato uno di 70x3 cm; al di là dei discorsi comunicativo-teorici, comunque, c’è anche una forte voglia di danzare con la realtà.

Quant’è importante il mezzo tecnologico nel tuo lavoro?

Fondamentale, almeno fino ad oggi. Senza le tecnologie non avrei mai potuto avvicinarmi così facilmente alla tipografia. Pregio e difetto della spinta del digitale: avvicina tutti allargando le possibilità, ma disperde la professionalità. Ultimamente ti confesso che mi solletica l’idea di un probabile ritorno alla manualità. E poi credo fermamente che una base di disegno sia sempre meglio per intraprendere questo mestiere: il rapporto con la spazialità bidimensionale a cui ti allena il foglio di carta da disegno, è insostituibile. E’ normale che se tutti possano avvicinarsi all’immagine tramite il digitale, chi spunterà dall’insalatone sarà o chi lo spingerà ai massimi livelli o chi invertirà la tendenza ri-proponendo l’unicità del gesto.