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Transavanguardia al Mart

Al Mart di Rovereto una mostra completa (e arricchita dai testi critici) sui protagonisti del movimento della Transavanguardia.

Tra gli scopi primari di un museo vi è naturalmente quello di arricchire le proprie collezioni. Un compito arduo, visti i risicati fondi che solitamente i musei hanno a disposizione e soprattutto visto il fatto che il museo arriva sempre quell’attimo dopo, quando l’artista è già noto, e i prezzi lievitati alle stelle. E’ forse per questi motivi che il Mart, prima del deposito di parte della collezione Grassi, peccava di un’importante lacuna nella sua volontà di completezza dello sviluppo più attuale delle avanguardie storiche: la Transavanguardia. Ora, con quest’importante deposito che speriamo un giorno possa diventare donazione, la lacuna è colmata, appianata dall’abbondanza delle ottanta opere che costituiscono l’assieme.

Sandro Chia, "Figura con teschio" (1980).

La mostra recentemente aperta al Mart di Rovereto (fino al 5 settembre) celebra questo importante deposito attraverso le opere che ne sono l’oggetto: dipinti ma anche qualche significativo caso di scultura dei protagonisti della Transavanguardia, termine coniato nel 1978 da Achille Bonito Oliva: Mimmo Paladino, Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente e Nicola De Maria. Tra i meriti assegnati a questo fondamentale movimento artistico, l’aver posto fine al progressismo artistico, all’assioma avanguardista nuovo=migliore. L’artista progressista, solitamente radunato in movimento con tanto di manifesto programmatico, muore, e rinasce come individualità disincantata e più attratta dalle pulsazioni liriche intime che da ansie e smanie di nuov-ismo. Imbalsamati i manifesti, placate le pulsazioni avanguardiste, l’artista si scopre così nuovamente libero di viaggiare in più direzioni, libero, soprattutto, di tornare alla pittura, al colore, al disegno, dopo un decennio, gli anni Settanta, nel quale si erano spezzati i pennelli per darsi al concettuale, al bazar della natura e degli scarti della società di massa, agli impulsi elettrici e a quelli corporali. Nomade, il pittore trans-avanguardista riscopre la tavolozza, con una frattura, rispetto al prima, in realtà meno netta di quello che potrebbe apparire, se pensiamo che nei primi lavori di queste personalità convivono pittura e installazione, disegno e fotografia, se non addirittura scrittura (è il caso di Enzo Cucchi e del suo testo-libro d’artista concettuale "Il veleno è stato sollevato e trasportato", edito nel 1977 dalla Nuova Foglio di Pollenza).

E’ però solo con questa nuova esplosione di colore, con l’usare e attraversare le avanguardie come se fossero merci prive di connotazioni ideologiche, che si diffuse il nuovo verbo della Transavanguardia. E a tal proposito, un’altra nota di merito di questa mostra è quella di aver affiancato alle pregevoli opere i testi critici - anch’essi oramai storici - che ne hanno decretato e diffuso la meritata fama.

La citazione che questi artisti fanno delle avanguardie, in particolare di quelle attente al colore, è un qualcosa di eclettico, non patito, serenamente vissuto, un cannibalismo senza lacrime di coccodrillo. Ci si può divertire, nel percorso di questa mostra così ricca di opere storiche come di lavori più recenti, ad individuare stili ed iconografie qua e là rubate. E’ il caso soprattutto di Sandro Chia, la cui "Figura con teschio" (1980) rimanda, pur con tonalità più serenamente fauve, all’asse espressionista Van Gogh-Munch, mentre i suoi "Acrobati" (1987) citano espressamente la zoologia onirica di Chagall. Enzo Cucchi, dal canto suo, ricorda per l’uso del fondo monocromo quanto per la collocazione illogica delle figure nello spazio un’astrazione surreale che fa pensare nuovamente a Chagall ma ancor di più a Licini. Francesco Clemente, artista che, come l’amico e compagno di viaggi Boetti, ama l’Oriente, non può che subire il fascino cromatico di quelle terre, dalle calde geometrie dei tappeti al colore puro delle spezie. Al contempo, al colore egli associa una dimensione psichica, di ricerca interiore, e non è un caso che tra i temi più meditati dall’artista vi sia l’autoritratto, o comunque soggetti legati all’inconscio. Nicola De Maria è, fra i transavanguardisti, quello che più guarda all’astrazione, che è meno interessato alla figurazione, alla violenza espressiva del colore. Paesaggi interiori, come ha notato Celant, che si ricollegano alle grandi superfici delle installazioni eseguite già negli anni Settanta. Di Mimmo Paladino ritroviamo invece quei volti arcani, quasi totemici, avvolti nell’attesa, che in forma scultorea compaiono nella piazza stessa del Mart e che, assieme alla struttura di Botta, sono diventati simbolo stesso del museo.

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