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Carol Rama, artista appassionata

Importante antologica, con oltre cento opere, dagli acquerelli erotici degli anni '30 e '40 all'arte povera e sperimentale degli anni '70: doveroso omaggio che ripercorre con rigore filologico la carriera di un'artista "eretica" ma soprattutto donna.

A fianco di una mostra dal successo scontato come quella dedicata al Miró tardo della Fondazione Maeght (ne parleremo sul prossimo numero), il Mart ha al contempo inaugurato un’eccezionale mostra (fino al 28 novembre) dedicata a Olga Carol Rama (1918), una delle figure femminili più interessanti e tardivamente riscoperte dell’arte italiana del XX secolo. Isolata e sottostimata per moltissimo tempo, figura singolarissima dell’arte contemporanea, l’ottantacinquenne artista torinese è stata premiata nel 2003 alla 50a Biennale veneziana con un tardivo Leone d’Oro alla carriera, ma è sempre meglio tardi che mai. Le oltre cento opere in mostra, che costituiscono la più importante antologica dedicata all’artista in Italia, ripercorrono con rigore filologico e senza trascurare alcun aspetto della sua interessantissima produzione l’intera sua carriera artistica, dai primi acquerelli della seconda metà degli anni Trenta fino alle tecniche miste degli ultimi anni.

Carol Rama, "Appassionata" (1941).

Allieva di Casorati, attratta da una figurazione semplificata ed assai espressiva, fin dagli inizi avvia una sostenuta produzione di acquerelli su carta altamente erotici ispirati alla Secessione viennese, in particolare alla figura drammatica di Egon Schiele. Questi primi lavori crearono immediatamente scandalo, consegnando l’artista alla marginalità, tanto che molti di questi primissimi lavori comparvero in pubblico solo a partire dal 1980, in una mostra a Torino curata da Levi e Sanguineti. L’erotismo di questi lavori è sensibilmente drammatico, freudiano, violento: una corporalità ridotta a frammento di bocca (Opera n. 15, 1939), a falli che sembrano nascondersi in scarpe femminili (Opera n. 47, 1940), a donne che defecano (Marta, 1940) o che sono colte con una coppia di amanti (Marta e i marchettoni, 1939). Un caso a sé di questi ‘scabrosi’ esordi rappresenta la serie delle ‘Appassionata’, sentiti inni alla femminilità, all’universo erotico femminile, ma al contempo lucida constatazione dell’impossibilità di una sua piena realizzazione; in alcune opere la figura femminile, colta con essenziali e grafici tratti nella sua nudità, è infatti immobilizzata in letti di contenzione, talvolta sovrastata da intricati macchinari, talvolta violentemente amputata di tutti gli arti: un forte senso del suo essere prima donna che artista che non può che avvicinarla ad altre carismatiche figure dell’altra metà del Novecento artistico, come Frida Kahlo e la fotografa Tina Modotti.

All’incirca negli stessi anni di questi acquarelli Carol Rama si dedica a una figurazione pittorica più solida e in parte plastica: ritratti al femminile composti da grandi spatolate di colore, privati del volto (Ritratto, 1939), o nuovamente ed esplicitamente erotici, come in Masturbazione del 1944.

Nel dopoguerra l’artista aderisce, spinta da una volontà sperimentalista, alla sezione torinese del MAC -Movimento Arte Concreta- avvicinandosi prima al cubismo e poi, da lì, a un linguaggio totalmente geometrico ed astratto col quale si presenterà alla mostra del gruppo Espace a Parigi, nonché alla Quadriennale Romana (1957) e alla Biennale di Venezia (1958), che già aveva ospitato sue opere nel ‘48 e nel ‘50. Pure questa fase concretista di Carol Rama è ben documentata in mostra da una decina di tele, tra le quali ricordiamo Paesaggio del 1951 e Pittura 718 del 1954.

Carol Rama, "Presagi di Birnam" (1941).

A partire dai primi anni Sessanta l’artista avvia una particolarissima declinazione dell’informale e della poetica dell’oggetto: partendo da fondi monocromi color panna o al contrario neri, talvolta preparati con catrame, sulla tela prendono corpo aggregazioni di elementi, i più matericamente diversi: chicchi di riso (Riso nero, 1960), aghi, unghie, moltissimi occhi di vetro (Senza titolo, 1967), perfino siringhe (Le siringhe, 1967). Talvolta, come nel caso de L’isola degli occhi del 1967 o di C’è un altro metodo sempre del 1967, da questi bricolages (titolo di una fortunata serie di opere di questa fase) informali partono ordinate colonne di lettere e numeri che si avvicinano, con tutti i distinguo possibili, a lavori coevi di Gastone Novelli e Magdalo Mussio.

Negli anni ‘70 l’artista si avvicina alla sensibilità poverista che implica un maggior coinvolgimento dell’oggetto e della materia; sono questi gli anni di opere come Presagi di Birnam (1970), ove s’un cavalletto di ferro sono poggiate decine di camere d’aria di bicicletta. Quest’ultimo, inconsueto materiale è utilizzato ritagliato anche in molte opere su tela ove più sentita è la ricerca geometrico-formale. Negli anni ‘80 rivisita la propria "eretica" produzione anteguerra con una maggior intensità cromatica, utilizzando come supporto vecchie piante di città, prospetti di edifici, progetti industriali (Afrodisiaca, 1987). Non meno sperimentali le opere del decennio successivo, ove affianca sottili autocitazioni iconografiche a supporti inusitati, come capote e sacchi postali.

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