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Innsbruck “patrimonio mondiale”? No, grazie

La città non è un museo. Si sviluppa, o muore.

Da più di due anni, la Pro Loco, col tacito consenso del Capitano van Staa quando era ancora sindaco, si impegna perché a Innsbruck sia dato, da parte dell’UNESCO, il marchio di città "patrimonio mondiale dell’umanità".

E non è difficile capire il perché: nell’Asia orientale esiste qualcosa come il mercato turistico specializzato delle città-"patrimonio". Chi ha il marchio, entra nel giro dei posti da vedere. Qualche decina di migliaia di giapponesi in più non sarebbero un male per l’economia locale.

Peccato che, in primis, nessuno ha mai chiesto al Consiglio comunale cosa ne pensi, e che poi questo marchio può comportare anche dei danni enormi allo sviluppo urbanistico e all’architettura dei giorni nostri. Si può, da consigliere verde, essere per la cementificazione e contro l’UNESCO e l’associazione Icomos che si occupa della conservazione dei monumenti storici dell’architettura? Si può, e mi spiego.

La convenzione UNESCO sulla protezione dell’eredità culturale mondiale risale agli anni ’70. Era una reazione, giustissima, al boom urbanistico degli anni ’60 del "miracolo economico" che, in tante città europee, era stato più distruttivo per il tessuto urbanistico della guerra. Ma era una reazione "museal-conservazionistica", contraria non solo all’architettura commercializzata, poco rispettosa della tradizione e dei tesori della storia urbanistica, ma contraria a tutti i cambiamenti anche di grande qualità.

Secondo questa logica della protezione assoluta dei tesori storici, la città, così com’è, sarebbe un insieme statico ed immodificabile diventato un valore estetico in sé, anzi, il vertice della bellezza raggiungibile. Con ciò, si dimentica che una città è un organismo vivente, in continua evoluzione, e che questa bellezza che vediamo è il risultato di innumerevoli interventi anche brutali. Ad esempio, "barocchizzare" una chiesa rinascimentale o gotica, all’epoca era normale e non sembrava un crimine.

La nuova legge provinciale sulla protezione e la valorizzazione dei centri storici (di cui ho già scritto, vedi "L’immagine di una città", n. 13/2003), quindi, punta sulla qualità da realizzare con i concorsi (se i termini di un concorso architettonico o urbanistico sono stati confermati da parte dell’apposita commissione degli esperti, il progetto vincente può essere realizzato senza ulteriori verifiche) e sulla produttiva e creativa tensione nella coesistenza del vecchio e del nuovo, permettendo cioè costruzioni nuove o cambiamenti contemporanei, purché di qualità, e consoni alla misura di un certo rione, anche nei centri soggetti a vincoli.

Altro che fine della storia. Bisogna ricordare anche che il nostro centro storico non risale esattamente al ‘500. Non solo è stato ricostruito in parte dopo i danni del 1943/44, è stato anche largamente modificato sia nell ‘800 che nei primi decenni del secolo scorso. La (giustamente) famosa veduta "medievale" del vecchio quartiere oltre il fiume Inn, risale in verità al ‘900, quando alzarono quasi tutte le case di un intero piano.

Negli ultimi dieci anni, a Innsbruck, si è sviluppata un’incredibile ricchezza urbanistica e dell’architettura. La nuova leva degli architetti nostrani non ha bisogno di vergognarsi nemmeno in paragone al Perrault o alla Hadid (nuovo municipio e nuovo trampolino da sci), per le cui costruzioni la città è su tutta la stampa specializzata e non.

In questi giorni, la mostra "Austria West" (60 opere contemporanee di architettura nostrana dal ‘95 in poi), applauditissima a Milano, a New York e a Praga, finalmente è arrivata a Innsbruck (vediwww.austriawest.at/).

Questa grande vitalità culturale non è certo il risultato di una politica ultra-protezionista. E’ il risultato di tanti concorsi indetti anche per piccoli progetti pubblici, e di una nuova coscienza culturale anche fra i privati: i supermercati "M-Preis", una catena provinciale, progettati da una decina di giovani architetti tirolesi, sono veri gioielli dell’architettura contemporanea.

Perché dunque decretare la fine della storia (dell’architettura) proprio oggi? Nessuno vuole distruggere il duomo, o il "tetto d’oro", o il palazzo imperiale (e questo, sì, ha distrutto una decina di palazzi gotici). Ma se il Comune ha bisogno di un nuovo municipio, anche a 200 metri del "tetto d’oro" e della vecchia torre municipale, perché non dovremmo costruire quello di cui abbiamo bisogno nelle nostra lingua culturale, cioè del nuovo millennio? Solo perché non piace a qualche nostalgico del barocco?

Non solo l’ordine degli architetti - rei, ovviamente, di voler costruire e guadagnarci sopra - era insorto contro il progetto di "patrimonio mondiale". In base ad una mozione introdotta dei verdi, in gennaio il Consiglio, all’unanimità, ha dichiarato la sua opposizione all’operazione turistico-protezionista. I cittadini, attraverso il loro Consiglio eletto (e non il ministero a Vienna e l’assemblea dell’UNESCO) devono esprimersi sullo sviluppo urbanistico sostenibile. La città non è un museo di se stesso. Si sviluppa, o muore.