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Misfatti europei

L’odissea di una cittadina tedesca e l’incredibile situazione della Francia, che non punisce la schiavitù e il lavoro forzato.

Apprendo dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani che la Germania non ha ancora recepito il pensiero e le intuizioni di Franco Basaglia, e la legge che ne è seguita in Italia.

Una cittadina tedesca ha trascorso vent’anni all’interno di cliniche psichiatriche, su richiesta del padre, senza il suo consenso e senza una decisione del giudice. Durante questi terribili anni, la paziente ha raggiunto la maggiore età e ha tentato più volte di scappare, ma ogni volta vi è stata ricondotta con la forza dalla Polizia, pur non essendovi un ordine del magistrato.

Dal 1980 al 1992 la cittadina tedesca ha perso completamente l’uso della parola. Nel ‘94 uno specialista ha stabilito con una serie di accertamenti che la paziente non era mai stata affetta da malattie mentali, in particolare da schizofrenia, e che la sua detenzione in manicomio doveva ritenersi illegale. La paziente allora, tale Waltraud Storck, presentò una serie di ricorsi avanti il Tribunale di Bremen per ottenere il risarcimento dei danni subiti causati dal ricovero coatto e dalle terapie sbagliate alle quali era stata sottoposta contro la sua volontà.

Il 9 luglio 1998 il Tribunale di Bremen le diede ragione, sul presupposto che la sua detenzione era stata illegale e che la paziente non aveva acconsentito al trattamento in clinica. Successivamente sia la Corte di Appello che la Corte federale di giustizia annullavano la sentenza e infine anche la Corte costituzionale tedesca il 6 marzo 2002 rigettava una questione di legittimità proposta dalla Storck.

La sfortunata donna decideva allora di rivolgersi alla Corte europea dei diritti umani per violazione degli articoli 5 e 8 della Convenzione europea.

Con decisione 9 giugno 2005 la Corte europea accoglieva solo parzialmente il ricorso, stabilendo però che la Storck era stata sicuramente privata della libertà prevista dalla Convenzione perché, avendo tentato più volte di fuggire dalla clinica, vi era stata riportata con la forza senza uno specifico provvedimento del Giudice. Era stato quindi violato l’art. 5 della Convenzione e così anche l’art. 8, perché il trattamento medico era stato effettuato contro la volontà della paziente. Di conseguenza la Corte ha condannato la Germania a pagare alla signora Storck 75 mila euro a titolo di danni morali (vedi "Diritto penale e processo" 2005, n° 8, pag. 1045).

Nessuno sa se la signora Storck fosse o no pazza, ma certo non meritava una detenzione coatta durata vent’anni che 1' ha resa inabile e muta. E’ dagli anni Cinquanta che, grazie a studiosi come Cooper, Laing e Franco Basaglia, il malato di mente è stato deistituzionalizzato e si tenta con successo il suo recupero e inserimento sociale.

Diceva Beckett: "Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano". In questo caso lo si potrebbe riferire ai giudici tedeschi della Corte d’appello che hanno trattato la vicenda Storck.

Con sentenza 26 luglio 2005 la Corte europea dei diritti umani ha condannato la Francia per non avere ancora approvato norme per contrastare la "schiavitù domestica" e il lavoro forzato. E’ agghiacciante constatare che sebbene la schiavitù sia stata abolita più di 150 anni fa, essa continua ad esistere in Europa e interessa migliaia di persone in maggior parte donne.

Il fatto è il seguente. Nel 1994 una ragazza minorenne del Togo, certa Siliadin, era stata condotta a Parigi da un cittadino francese cui il padre l’aveva affidata affinché regolarizzasse la sua posizione di immigrata e provvedesse alla sua educazione. Giunti a Parigi, il cittadino francese, che per brevità chiamerò X, impose a Siliadin come contropartita di effettuare gratuitamente i lavori domestici nella sua abitazione e le ritirò il passaporto Dopo quasi un anno X trasferì Siliadin presso una coppia di amici, dove le fu imposto un orario di lavoro dalle 7,30 alle 22,30 per tutti i giorni della settimana. Solo una domenica ogni tanto Siliadin aveva il permesso di uscire per qualche ora. Bisogna aggiungere che Siliadin non riceveva un salario regolare, ma solo qualche mancia; dormiva nella camera dei bambini su un materasso steso a terra, indossava vestiti usati.

Ancora minorenne e col terrore di essere arrestata, Siliadin sopportava e taceva. Ma un giorno si decise a parlare con il Comitato contro la schiavitù moderna che informò l’autorità giudiziaria. L’accusa mossa dal PM contro la coppia fu quella di sfruttare una persona non in grado di difendersi e mantenerla in condizioni incompatibili con la dignità umana. In seguito a una vicenda giudiziaria assai lunga e complessa (condanna, assoluzione, annullamento della condanna, nuovo processo) la Corte di Appello di Versailles condannò la coppia solo al pagamento del risarcimento danni, esclusa ogni conseguenza penale.

A questo punto Siliadin, ormai maggiorenne, si rivolse alla Corte europea dei diritti umani per violazione dell’art. 4 della Convenzione europea sui diritti umani ("Divieto di schiavitù e del lavoro forzato"). La Corte scoprì che la Francia, pur avendo ratificato la convenzione, non aveva ancora adottato norme penali conseguenti e pertanto la condannò per violazione dell’art. 4. Si calcola che in Italia, patria del diritto (?), si trovino migliaia di donne e di maschi minorenni in un condizione simile a quella di Siliadin.