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Home > QT n. 4, 24 febbraio 2007 > Vasco Bendini: segni come sogni

 Monitor: Fuori porta

Nicola Loizzo
24 febbraio 2007
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Vasco Bendini: segni come sogni

A Firenze, fino al 31 marzo, 200 opere dell’artista a testimonianza di una straordinaria creatività.

Indice:

“Vasco Bendini che tanto vai perseguendo / di vita senza confini / convinto che la durata ne sia eterna, / e osi continuamente rifiorire / e passi da una primavera all’altra / con scalpitii di quadrupede, / serba comunque il ricordo / d’una incontaminata giovinezza / della terra, e il pensiero / di quale piccola zolla / rifletta ora l’odore di cose morte o fumo”.

Nel novembre-dicembre del 1977 Cesare Vivaldi, critico d’arte, dedicava questo testo profetico-poetico al nostro ancor giovine, non ancora ottantacinquenne, minuto e ancor scalpitante quadrupede, tra i pochi assoluti protagonisti di questi ultimi sessant’anni e degli altri da venire dell’arte italiana e non solo. Vivaldi non è più qui, ma aveva intuito che la coerenza di quella solitaria ricerca, che ha attraversato anni turbolenti e di tanta arte gridata non si sarebbe facilmente acquietata, anzi, avrebbe tenuto saldamente a mente la persistenza dei sapori delle cose, l’arte dello scavo e della l(i)evitazione. Non ho notizia di bambole di plastica o lattine vuote da lui prodotte...

Vasco Bendini, “Il dardo del cherubino” (1974).

Ne dà misura la straordinaria concentrazione di capolavori in mostra presso la Galleria Frittelli di Firenze (non usuale in questi ultimi anni dove bastano due o tre specchietti per le allodole a smuovere migliaia di persone) che si susseguono lungo le pareti di questo vasto spazio, duecento circa, e che narrano i passaggi da una primavera all’altra, dalla stagione dell’Informale in cui Bendini con pochi ascetici segni marcava un volto, un paesaggio, “segni segreti” emersi dopo un durissimo lavoro di introspezione, alla verminosa serie intitolata “Gesto e materia”. E poi il periodo della scoperta degli oggetti, delle vuote conchiglie spoglie, avrebbe scritto Attilio Bertolucci, periodo su cui si concentra maggiormente la mostra fiorentina (con la conseguente resurrezione di opere bellissime che giacevano in polverosi magazzini), “l’interazione tra la mente e il mondo reale” (Bendini) realizzata con guanti di plastica o gommapiuma a marcare la presenza, cucchiai o cazzuole abbandonate in qualche cantiere, resine, bricchetti e carta da pacchi, e la lucidità critica di Maurizio Calvesi che si chiedeva nel 1966: “Come spiegare che se gli strumenti di linguaggio possono essere gli stessi, tra questo mondo così solitariamenete circoscritto e quello dell’estesissima ricognizione d’oggetto proprio già degli americani, continua ad esserci l’oceano di mezzo?”

Piccoli miracoli avvengono: “Le mani di Vasco” lasciano traccia sulle grotte rivisitate di Lascaux, si depongono “resine di cielo”; su un piccolo piedistallo un guanto polimaterico ci restituisce i misteri di un Medardo Rosso, lo strabiliante, purtroppo non più immacolato “dardo del cherubino” del 1974 (lana di vetro, polimaterico su tela) che sembra quasi dare inizio all’ars erotica bendiniana, al ritorno alla pittura.

Quasi indifferente al tempo esterno, tanto preso da una meteorologia interiore, dai suoi paesaggi secreti e dagli oggetti colti nell’assurdità del loro esser-ci, ecco apparire una natura liquefatta, inseguire l’alchimia dell’immagine, le visioni di notti lunari e di anfratti marini. Ars erotica come pratica dell’abbandono che ci conduce in un rosso e nero bollente (“Dall’ora sesta all’ora nona”) o nei vapori dell’uno (grembo dell’uno di plotiniana memoria), o per rivoli carsici e depositi sabbiosi; terra-aria-acqua-fuoco indistinti che suggeriscono un’altra ipotesi di creazione, senza tutto quel lavoro di separazione e l’accecante luce, dove si combinano i colori malati di un Caspar David Friedrich con le infernali soluzioni di certo romanticismo europeo. Per lo sguardo vivo e ironico che tanto se la ride dell’affanno d’intorno, Bendini sicuramente sta tramando qualcun’altra delle sue. Ma c’era proprio bisogno della mostra ravennate del 2006 (quattro lavori del nostro vicini a quelli di Pollock, Kline, Borlotti, Leoncillo, Klee, Moranti, Segantini, Carrà, Turner…) per arrivare a questo dovuto e sacrosanto riconoscimento?
A nuove primavere, Vasco!


Parole chiave: Arte

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