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 L’editoriale

Ettore Paris
11 settembre 2010
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La folle corsa

Indice:

Con la crisi verticale e il commissariamento della Cantina LaVis la campana si è messa a suonare a martello. Per chi? Certamente per i suoi lavoratori; per i soci, gli agricoltori che alla cantina conferiscono, ora a credito, le uve; ma anche per l’insieme del mondo vitivinicolo; e soprattutto per quello cooperativo, così centrale nell’economia del Trentino d’oggi.

La fotografia, impietosa, della situazione, l’ha fornita lo stesso Dellai: “LaVis non era più una cooperativa”. Frase pesantissima (e difatti Dellai ha poi intrapreso una parziale marcia indietro) perché applicabile, pari pari, a tante delle maggiori cooperative.

Vediamo. LaVis, cantina esemplare, è caduta nella sua improvvida ansia di espansione, quando ha iniziato a considerare “limitante” lavorare le uve dei soci e commercializzarne il vino ricavato, e ha cominciato a comperare tenute in Toscana e un’industria d’imbottigliamento di vino purchessia (Casa Girelli). E qui ha ragione Dellai: cosa c’entrano con la valorizzazione delle uve dei soci le tenute toscane? E un’azienda che imbottiglia vino da tutta Italia? Il fatto è che su questa strada si sono avviate anche le altre strutture cooperative, anche più grosse (e solide?) di LaVis. “Il Trentino ha una potenzialità di 110 milioni di bottiglie di vino, in realtà ne imbottiglia 50; ma ne vende 250 milioni”. Questi sono i conti che non tornano, come denunciato in una conferenza stampa dai vignaioli (piccole cantine private, che vinificano soprattutto le loro uve): quei 200 milioni di bottiglie in più vengono evidentemente importate. Con due conseguenze devastanti. Prima: il vino trentino è una bufala, che senso ha parlare di Doc, di legame col territorio ecc? “Il Trentino non ha reputazione, siamo conosciuti come imbottigliatori” denunciano i vignaioli. Si è insomma imboccata non la strada della specificità, ma quella della quantità: un rischio mortale per un piccolo territorio nell’era della concorrenza globale.

Seconda conseguenza: nelle cooperative che comprano, mescolano, vendono vino di ogni dove, si è sbiadita la finalità originaria, essere un supporto al socio viticoltore. La grande cantina fa business: in Toscana, in Sicilia, financo in Cina. Il prodotto locale è solo il punto d’inizio; il socio, quando il business gira, beneficia dei guadagni non tanto del suo lavoro, ma di questa attività industriale su altri oggetti; così si spiega il paradosso dell’uva trentina pagata più di quanto costi il vino. Quando il business gira, dicevamo, quando la speculazione riesce. Ma non è sempre domenica. E quando il vento è girato, le cantine più esposte sono entrate in crisi.

Questo è il capitalismo, baby? Certo. Un industriale che rischia, fa il suo mestiere. Ma le cantine sociali, le cooperative, non sono industrie private. Coagulano piccole imprenditorialità diffuse, rappresentano un patrimonio, sintetizzano una ricchezza sociale. Il manager cooperativo che rischia non lo fa sul proprio, ma sulle spalle della comunità che rappresenta. E qui arriviamo al punto più dolente. In questi anni di crescita, nelle cooperative si è affermato un ceto di manager sganciato dalla cultura e dagli interessi della base sociale. Hanno cominciato a giocare in grande, alla ricerca di sempre più ardite avventure imprenditoriali. Hanno dilatato le attività. Sempre più lontani dallo spirito mutualistico, hanno generato ibridi societari, società per azioni intestate alla cooperativa, alla cooperativa e a se stessi, a se stessi. Favoriti dalle agevolazioni fiscali e dai contributi, si sono confrontati sul mercato a livelli sempre più alti. Poi la festa è finita.

In questo percorso la cooperativa si è dimostrata uno strumento micidiale: ha permesso la folle corsa applaudendo entusiasta, i soci alle assemblee votavano tutto, rintronati dai lauti introiti. E solo quando ci si è schiantati contro il muro ci si è accorti che non erano stati messi in gioco i capitali di un padroncino, ma la ricchezza di una comunità.

“Le regole del movimento cooperativo non sono più al passo con i tempi” ci confida un esponente della cooperazione. Infatti la commistione tra coop e spa, con amministratori delegati a capo contemporaneamente delle une e delle altre tutte tra loro intrecciate, è stata una metamorfosi (metastasi?) passata senza colpo ferire. La crescente perdita di potere dei soci, subordinati a manager padri-padroni, è stata una degenerazione avvertita nei convegni, segnalata nei discorsi, ma nei fatti allegramente accettata. La Federazione Cooperative è pienamente corresponsabile. Il super presidente Diego Schelfi era stato eletto, praticamente all’unanimità, nella speranza - per alcuni - che segnasse una svolta. Lo ha fatto solo nei discorsi.

 



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