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Don’t cry for me Argentina?

Dal Sudamerica a Trento

Suggestioni e golosità argentine: il tango

Maradona, tango. Patagonia e asado da allevamenti sterminati nella pampa, vengono alla mente pensando all’Argentina. Forse perché criminalità e disoccupazione esasperano le paure italiane verso gli immigrati, gli argentini non fanno notizia, sembrano una comunità al riparo da pregiudizi. O no?

«Da sei anni soffro di non essere italiana. Di non parlare il dialetto» - racconta Agustina, nata a Buenos Aires e residente a Trento da 8 anni. «A noi stranieri si parla piano, altrimenti non capiamo. A noi stranieri ci vogliono imbrogliare in banca, alle poste, quando dobbiamo affittare un appartamento, quando cerchiamo lavoro. Ci ridono in faccia quando sbagliamo il congiuntivo».

Bionda e con gli occhi azzurri, nessuno la scambia per sudamericana. Agustina è arrivata a Trento nel settembre 2004, «piena di speranze e di valigie. Lavoravo in una rinomata azienda italiana, stavo per laurearmi, ma volevo soltanto viaggiare. La mia vita a Buenos Aires non era poi così affascinante: era arrivato il momento di cambiare».

Giro dell’oca

Sebbene fosse il suo sogno, venire in Europa era diventato un incubo: nel 1998 il nonno materno di Agustina, figlio di italiani di Sanremo, aveva avviato la pratica per ottenere la cittadinanza italiana, ma erano tempi duri e non era stato il solo a pensarci. «Nel consolato i turni per i documenti per la doppia cittadinanza erano assurdi. - riferisce Agustina - A volte si prospettava addirittura il 2010!» Dopo intoppi e problemi con le doppie - in Argentina la bisnonna, che di cognome faceva Ballestra, era diventata Balestra - al consolato consigliarono ad Agustina di provare con i bisnonni trentini.

La legge 379 del 2000, (reiterata nel 2005), consentiva il riconoscimento della cittadinanza italiana ai discendenti di coloro che erano partiti tra il 1867 e il 1920 dalle province, oggi italiane, dell’impero degli Asburgo: Trentino-Alto Adige e Venezia Giulia. Ciò permetteva alla famiglia di Agustina di avvalersi della nazionalità austriaca del bisnonno. «Mia mamma diceva che si sarebbe rivoltato nella tomba, perché non avrebbe mai voluto diventare italiano», commenta Agustina, ma, certificato del bisnonno alla mano, la famiglia si affacciò su altri 5 anni di burocrazia. Poi la teca coi documenti si perse nell’ufficio di un ministero romano, e si dovette cominciare da capo. Agustina chiamò l’ambasciata austriaca a Buenos Aires: “Non tutti possono diventare austriaci”, le risposero. La condizione? Mille dollari. Troppi soldi. Come in un delirante gioco dell’oca, tornò in coda al consolato: «Per riuscire a prendere un numero allo sportello ci alzavamo alle 4 di mattina».

Agustina è una dei 152 immigrati argentini che vivono in Trentino-Alto Adige; in Italia sono circa 11.300 (dati ISTAT 2011). In percentuale, lo 0,17% degli stranieri in regione e lo 0,25% della popolazione straniera in Italia.

Una faccia una razza?

Suggestioni e golosità argentine: l’asado

“L’Argentina è la caricatura dell’Inghilterra: piena di italiani convinti di parlare spagnolo”. Sono parole di G. B. Shaw. Propaggine di Europa trapiantata in America Latina, l’Argentina ospita una popolazione per metà di origine spagnola e per metà italiana. Colonizzazione e immigrazione hanno introdotto usi, abitudini, comportamenti simili a quelli del vecchio continente, al punto che il paese è ritenuto “il più europeo del Sud America”.

Dal 1861 a oggi, oltre 3 milioni di italiani hanno raggiunto l’Argentina: fino al 1930 gli italiani costituivano il 43,6% della popolazione immigrata; San Carlos de Bariloche (la cosiddetta “Svizzera argentina”, perché fondata da austriaci, tedeschi e italiani) ospita una delle maggiori sedi dei Trentini nel Mondo.

L’essenziale è invisibile agli occhi

Elvio Enrique è un ragazzo argentino di 34 anni che vive in Trentino da vent’anni. Ma quando gli chiedo da quanto tempo è in Italia, spiega: «Preferisco dire che sono in Europa». Non ha avuto problemi di integrazione. Avendo vissuto in molti paesi europei, osserva con perplessità certi fenomeni: «Anche i rumeni sono bianchi, ma in Spagna e in Italia spesso sono tra i più discriminati, più di marocchini o ecuadoregni».

Approdato in Val di Non a 14 anni, ricorda che in classe gli stranieri erano solo 5 o 6. A scuola l’atteggiamento era “leggermente razzista”, in particolare verso albanesi e magrebini. Un episodio lo fa ancora sorridere: «Un giorno un compagno africano chiacchierava con uno italiano, inframmezzando il discorso con parole straniere e tutti guardavano me, come se capissi quello che diceva in arabo!».

A differenza di molti suoi connazionali, Enrique non nutre un senso di appartenenza alla comunità argentina in Trentino; non gli sembra un modo intelligente di fare le cose: «Se non altro non è pratico. Mi sembrerebbe stupido chiudermi con degli argentini quando posso stare con altre persone e imparare da loro».

Pregiudizi alla rovescia

Dàgli agli italiani e ai trentini! A Enrique chiedo di dar voce all’insofferenza che gli stranieri a me non rivelerebbero. «Un sacco, un sacco! - precisa - Per esempio, dei trentini si dice che sono troppo razzisti e fannulloni». -

Perché si nutrono di finanziamenti provinciali? - chiedo.

«Non solo, - specifica - molti stranieri non sanno nemmeno che esistono. Piuttosto, perché in una fabbrica spesso il posto di lavoro migliore viene dato a un trentino. Altre volte sento dire che l’europeo è una persona viziosa, che indulge a piaceri superflui. In particolare l’ho sentito dai musulmani, che hanno una disciplina ferrea (per certi versi ammirevole), e si vedono circondati da europei che bevono quando vogliono, mangiano quello che vogliono, fumano fino allo stordimento... Cose per loro proibite. Il problema è che ci si pone in termini antagonistici e ognuno tende ad affermare la propria presunta superiorità».

Identità da digerire

Suggestioni e golosità argentine: le empanadas

Che la convivenza fra italiani e argentini possa essere più complessa di quanto si immagini Agustina non lo dimenticherà facilmente.

«Nell’estate 2008 sono stata invitata dal mio ragazzo a casa sua, in Sicilia, Sapevo che ci sarebbero state delle difficoltà per via delle mie origini, ma ci andai. Quando arrivammo al suo paese mi indicava orgoglioso le strade della sua infanzia. Appena entrati a casa dei suoi genitori, mi fecero sedere, tenendo lo sguardo fisso su di me. Il monologo del capofamiglia ebbe inizio con ‘Noi italiani...’ Mentre cercavo di ribattere e raccontare le mie origini, la mamma del mio ragazzo mi interruppe in tono severo e sbattendo le mani sul tavolo mi urlò: ‘Se fai del male a mio figlio io ti ammazzo’». Agustina si mise a piangere; sente ancora il vuoto dell’abbraccio mancato e la voce dell’improbabile suocera che le bisbiglia: «E non si piange».

Seguì il tipico elenco di domande di chi vuole conoscere una persona tracciando un profilo aziendale. Dopo il pranzo, Agustina e il fidanzato fuggirono al mare. «Col sole che mi riscaldava riflettei sulla mia famiglia. Anche se sono dentro di me, avrei voluto che fossero accanto a me fisicamente. Ero felice per essere stata cresciuta sì, con delle tradizioni, ma nella libertà di aprire il mio cuore e le porte di casa mia a chiunque». E conclude «Purtroppo questo nuovo ordine comporta un costante mancanza di fiducia, la sensazione che tutto venga per nuocere».

Un po’ di linguistica

Lorenzo el bacán: dialetto trentino o bonaerense? Entrambe le cose (ma non spagnolo). In lunfardo, gergo della malavita di Buenos Aires creato dai detenuti per non farsi capire dalle guardie, significa “la donna brutta (e) l’uomo ricco e cordiale”.

Hombre bacán è analogo al trentino bacàn/baccano, (ma si fa risalire al genovese col significato di ‘padrone, proprietario’); lorenzo deriva dallo spagnolo “loro”, cioè pappagallo.

Molte locuzioni in lunfardo sono ancora in uso nella capitale. Derivate da dialetti dell’Italia settentrionale, molte parole sono di comprensione intuitiva; come esbornia e chuca, simili a sbornia e ciucca (ma in spagnolo si dice borrachera); salamín è una persona tonta.

Spesso i lemmi sono volgari e divertenti insieme; come dice Agustina, dopo il calcio “el puteo (dire parolacce) es el segundo deporte nacional argentino”.

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