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Poesia visiva

Una singolare esposizione a Villa Mazzotti, a Chiari, sulle sperimentazioni verbo-visuali.

Villa Mazzotti, nel centro di Chiari (Brescia), è un monumento che merita di per sé, enorme ed elegante, dove perfino i bagni –dagli specchi all’orinatoio in stile liberty - hanno un pregio artistico; l’interesse non può che aumentare quando tale complesso ospita nelle proprie sale una vasta esposizione dedicata alla Poesia Visiva, per giunta organizzata da uno dei suoi protagonisti, Sarenco.

Sarenco, “La poesia è morta” (1995).

Tutto nacque all’incirca nel 1963, quando un gruppo di artisti fiorentini – Giuseppe Chiari, Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti ed altri - sviluppò una forma d’arte in cui l’elemento visivo forma un tutt’uno con la parola, sulla scorta di quello che già da qualche anno stava facendo in Brasile il movimento della Poesia Concreta. Rimandi più o meno espliciti alle sperimentazioni tipografiche futuriste, con soluzioni però del tutto nuove (assai emblematiche le cancellazioni di Emilio Isgrò) ma non meno provocatorie, come dimostra il largo uso di contestualizzare le immagini attraverso il collage.

La mostra, per lo più incentrata su sperimentazioni verbo-visuali recenti, è stata inaugurata con un’intensa performance di Julien Blaine, recitata in francese con traduzione simultanea di Sarenco. L’artista, scalzo, inveiva contro la logica strutturale della scrittura, rivolgendosi a una vecchia macchina da scrivere posta a conclusione di un lungo tappeto di carta. D’improvviso l’incalzare della rabbia ha portato l’artista a prendere a martellate la macchina, per finirla, violentemente, a mazzate. Ovunque, sul pavimento, i tasti con le lettere schizzati via dal macchinario. In una trasposizione, le lettere sparse sono state sostituite, distribuite a gettate sul tappeto di carta, da lettere di plastica. L’artista le ha spruzzate poi con una bomboletta spray, definendole così in negativo sulla carta. Un calcio alle lettere e la poesia visiva dettata dal caso è apparsa così sul lungo rotolo. Un’opera simile, inserita nella sala a lui dedicata, è stata titolata "L’écriture n’étant pas ce résultat…", ma anche sue opere adottano una tecnica simile, solo che al posto delle lettere, a fungere da stampi, sono foglie. Blaine fa altresì ampio uso del collage, includendo nelle composizioni frammenti di antiche illustrazioni, riproduzioni di opere d’arte, fotografie, pubblicità, pagine di giornali e perfino delle carte da gioco Disney.

Un’altra sala è stata dedicata a Ugo Carrega, altro grande protagonista del movimento fin dagli anni ‘60, quando giovanissimo collaborò ad una delle riviste di riferimento, "Ana Etcetera", fondata da Anna e Martino Oberto. Guardando le opere di Carrega si comprende immediatamente quanto per lui arte e scrittura trovino un punto di convergenza nella gestualità: opere in cui uno schizzo di colore, una macchia definita di getto, è accompagnata dalla sua traduzione poetica, sempre ad effetto: "Nessuno ha il coraggio di vivere al livello dei propri sogni", "Nel buio profondo una piccola luce è una grande luce", "In principio era il gesto", "Cosa indovina il dado gettato?" ed altre.

Il clou della mostra sono però forse le sale dedicate a Sarenco, artista che ha all’attivo tre partecipazioni alla Biennale, un’infinità di personali e collettive in tutto il mondo, 15 film, decine di libri d’artista; se non bastasse, ha fondato numerose gallerie, case editrici nonché parecchie riviste, su tutte Lotta Poetica. Dagli anni ‘60, tramite il collage, propone decontestualizzazioni in chiave politica di messaggi pubblicitari, immagini tratte dai mass-media, senza risparmiare il mondo dell’arte, come dimostrano le esposte "Morte Snaturata" e "Una morte naturale", parodia delle nature morte morandiane. Una provocazione che si spinge fino ai lavori recenti, come la serie di lapidi in marmo bianco che decretano la morte del libro e della poesia, oppure quella sulla quale si può leggere "Sarenco ti ama. Non bestemmiare", oppure la lapide autobiografica che traccia le origini della Poesia Visiva "Autobiografia poetica. Ho copiato dai situazionisti che hanno copiato dalle avanguardie storiche (futurismo, dadaismo, surrealismo) che hanno copiato da Mallarmé che ha copiato da Rimbaud che ha copiato da Rabelais che ha copiato dagli alessandrini che hanno copiato da Dio. Sono poeta sono figlio di Dio. Amen".

La mostra passa poi in rassegna opere di altri protagonisti del movimento, dai lavori in plexiglas di Jean-François Bory a quelli realizzati con stampanti dello spagnolo Fernando Millàn, dalle composizioni verbo-visuali su legno di Pierre Garnier ai collages di Giovanni Fontana, passando per una sala dedicata a Paul De Vree - straordinario il suo carro armato definito dalla scritta "Pacem in terris" (1968).

Altri due gli artisti da segnalare: Ladislav Navak, storico esponente della Poesia Visiva cecoslovacca nonché formidabile illustratore, e l’eclettico Hans Clavin. Olandese, classe 1946, irrefrenabile performer e organizzatore di happening, Clavin ha selezionato per la sua sala una serie di freschissimi collage dal gusto pop.