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Ma che bella città

Verona: un laboratorio di modernità tribale

La città in fondo a destra (titolo del fascicolo monografico della rivista “Venetica” appena stampato, 1/2009) è Verona, la nostra bella e inquietante vicina. A metà del mandato, il sindaco leghista Tosi sembra ancora più forte di quanto non testimoniasse il suo successo elettorale del maggio 2007 (oltre il 60% al primo turno). Il quarantenne sceriffo ha perseguito con indiscutibile coerenza gli obiettivi preannunciati e così riassunti nel volume da Agata La Terza: ripulire Verona e restituirla ai veronesi. Ripulire significa far sparire zingari, prostitute, tossicodipendenti, accattoni, ubriachi, molesti. Mettere sotto controllo i luoghi a cui fanno riferimenti gli immigrati, i call center, le rivendite di kebab, equiparati sbrigativamente a possibili focolai di criminalità. Contrastare l’immigrazione clandestina e scoraggiare quella regolare, mettendo comunque gli stranieri in una posizione di cittadini di serie b. Vietare di fatto la pratica del culto islamico, rendendo impossibile la disponibilità di sedi idonee. Metter fine alle politiche “buoniste” dell’amministrazione precedente e decidersi finalmente a lavorare, presto e bene, per l’esclusione e non per l’integrazione. Sorvegliare e punire. E mettere a tacere gli alternativi e gli impertinenti…  Gli autori dei saggi più propriamente politici (La Terza, Paronetto) non nascondono l’orrore per il modello di città che si viene affermando, ma prendono atto del consenso che riscuote, anche presso una parte di quello che era “il popolo della sinistra”. Verona è tutt’altro che un deserto: continua ad esservi ben viva la presenza di un cattolicesimo socialmente impegnato, è la sede in cui operano ordini religiosi dalle prospettive avanzate, un luogo dove si elaborano esperienze di integrazione e di nonviolenza. Eppure è oggi il laboratorio di un progetto politico “tribale e autoritario”, secondo la definizione che ne dà Sergio Paronetto, non recintato in una sua eccezionalità, ma al contrario proiettato in una prospettiva, a suo modo, europea. Anche il Trentino ne è investito, naturalmente, e le elezioni provinciali dell’anno scorso ci hanno messo di fronte concretamente all’evenienza di essere risucchiati dentro lo stesso vortice. La cui corrente è sempre molto forte, e la lettura di “Venetica” ce lo mostra comunicando un disagio al quale non corrisponde sempre l’impressione di capire a fondo quanto è accaduto e sta accadendo. Si avverte la mancanza, in particolare, di un’analisi dell’insuccesso del centrosinistra e della crisi delle culture politiche che dovevano alimentarlo: non solo in generale, ma qui e ora, sul terreno di questa specifica disfatta.  

Tra i saggi, un’incisiva rilettura del caso Ludwig da parte dello scrittore Valerio Evangelisti. Si trattò di una catena di crudeli uccisioni di figure accomunate da un’esistenza marginale, firmate con quella sigla rimasta misteriosa in volantini di impronta nazista. Gli autori, arrestati in flagrante nel 1984, risultarono due giovani benestanti residenti a Verona,  Marco Furlan e il tedesco Wolfgang Abel.

A violenze di diversa gravità e natura si riferisce il saggio di Andrea Dilemmi sugli ultras del calcio, “Heil Hellas!”: tenere la destra in curva. L’autore è attento a evitare interpretazioni riduttivamente politiche del fenomeno: e tuttavia fornisce il quadro di un’area giovanile i cui atteggiamenti razzistici e nazisteggianti non si esauriscono nel “rito aggressivo” che si svolge allo stadio, ma tracimano in qualche misura nella città. Così nel 2007, quando giovanissimi ultras dell’Hellas Verona nonché frequentatori di Forza Nuova furono protagonisti di “una sorta di Arancia meccanica del sabato sera” nel centro cittadino, “tra uno spritz e l’altro”. Analogo profilo avevano alcuni degli aggressori di Nicola Tommasoli, il giovane ucciso a botte il 5 maggio 2008, senza motivo alcuno che non fosse il suo aspetto sgradito.

Il contributo dello storico Gian Paolo Romagnani ricostruisce la polemica sulle Pasque veronesi, l’insurrezione antinapoleonica dell’aprile 1797, rivendicata da una composita e pittoresca schiera di tradizionalisti come punto di vista da cui rileggere la storia veronese e nazionale. In senso antimoderno, antilluminista e controrivoluzionario, intendendo per rivoluzione quella fucina diabolica del male che è la Rivoluzione Francese.  Alla testa di una campagna per certi aspetti vittoriosa troviamo crociati di Lepanto, partigiani della Vandea, nostalgici del potere temporale dei papi, nemici giurati del Concilio Vaticano II. Sembrano uscire dalle pagine di un romanzo d’appendice ottocentesco, molti degli intellettuali della nuova Verona. Eppure, anche se nel confronto sono molte le cose da mutare, neppure nel rapporto col passato Verona ci appare troppo lontana da Trento.

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