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Passato e futuro della Galleria Civica di Trento

Andrea Viliani
Andrea Viliani

Ho molto apprezzato, nell’articolo da voi pubblicato, l’auspicio che la Fondazione conservi quella vocazione alla sperimentazione dei linguaggi e delle pratiche artistiche a cui la Civica sembra fin dalla sua origine deputata. Questo è anche il mio auspicio, infatti. Occorre, però, ricordarsi cosa sia stata la Civica in questi anni. A questa perlustrazione della sua storia, che dopo vent’anni diventa inevitabilmente anche un bilancio, è appunto dedicata la mostra storica “Civica 1989-2009”. Quando inaugura, nel 1989, la Civica è ancora un museo, non del tutto diverso dal MART a Palazzo delle Albere. Sia sul territorio che in Italia ci sono allora ben pochi musei di arte contemporanea, e Trento è pioniera nel dotarsi di una Galleria deputata al contemporaneo. Ecco allora succedersi le mostre dedicate ai massimi artisti trentini e ai più importanti artisti italiani e internazionali. Poi dal 2001 la Civica prende atto che, nel corso dei suoi anni di attività, sono stati aperti in Italia più musei di arte contemporanea di quanti ne fossero stati aperti in tutto il secolo precedente: il suo compito come “museo” può dirsi allora assolto, anche in presenza di una struttura museale sul territorio quale era diventato, in quegli stessi anni, proprio il MART, e compie allora uno di quegli sforzi di aggiornamento che sono una delle caratteristiche della sua costante vitalità - puntando sul contemporaneo più stretto e sulla “ricerca”, al pari di un centro di ricerca universitario. All’estero questi centri sono numerosi e interagendo con i musei contribuiscono a offrire una bilanciata dieta culturale: mostre e cataloghi, ma anche performance, seminari, conferenze, riviste. Ora la Fondazione affronta altre sfide, anche loro storiche: consolidare il ruolo dell’innovazione estetica quale strumento per interpretare la società di oggi, e prepararci ai cambiamenti futuri, e far fronte al decrescere dei fondi pubblici per la cultura e la ricerca. Per farlo si deve essere snelli (alla Fondazione lavorano tre persone) e saper attivare finanziamenti alternativi. Anche in questo senso va inteso il sostanziale (più della metà dei costi) supporto privato a progetti come il Momentary Monument di Favaretto. È giusto che la ricerca, i cui risultati non sono sicuri, garantiti (se no non si chiamerebbe “ricerca”) sia supportata non solo dall’ente pubblico ma anche dal privato.

Puntando a un doppio radicamento, fra realtà locale e mondo globalizzato, agli artisti trentini dedicheremo ampio spazio. Nel 2010 saranno attivati nell’area che ora ospita le opere di Vallazza e Scalfi i progetti “Trentoship e “Trento.link”, di cui i due artisti sono padrino e madrina. Contatti sono già stati presi con artisti, creativi e associazioni culturali, partiremo a gennaio: saranno ospitati incontri, presentati progetti, archiviati materiali, individuate e sostenute le professioni dell’arte che operano sul territorio, integrati i percorsi formativi attraverso contatti duraturi e prolungati con artisti già affermati e altre istituzioni artistiche. Collaborazione, confronto e apertura: le giovani parole d’ordine. Ecco perché è doveroso celebrare la nostra Civica, per la sua autorevolezza e al contempo la sua capacità di rinnovarsi nel tempo, implicando nel proprio operare altri campi del sapere (se non sempre il dialogo multidisciplinare è facile, è però vitale). Più facile sarebbe fare altro. Ma allora non sarebbe più la “Civica di Trento”.

Andrea Viliani

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Snellezza dello staff e ricerca di finanziamenti alternativi (privati) vanno bene, ma non possono costituire un alibi rispetto alle questioni di metodo (importanza del “lavoro ben fatto”, e del rapporto costi/benefici), alle disfunzioni organizzative, alle collaborazioni che non collaborano, tutte cose emerse in questa prima mostra e su cui le parole del direttore sorvolano. Quanto alla linea di sperimentazione e ricerca, leggiamo con interesse le sue dichiarazioni di intenti, e ne osserveremo lo sviluppo. (S. Z.)