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Il presidente operaio

Come si comportetà, da presidente del Consiglio provinciale, l’ex leader della CGIL?

Bruno Dorigatti

È Bruno Dorigatti, operaio, sindacalista, segretario provinciale della Cgil e infine consigliere provinciale nella lista del Pd il nuovo presidente del Consiglio provinciale. Al posto di Margherita Cogo. Quale il possibile senso di questa presidenza?

Il giorno della sua elezione, mentre sostava nella buvette del Consiglio nella sua solita tenuta - jeans, giacchetta, camicia aperta sul collo - veniva avvicinato da Dellai, che gli mostrava la sua cravatta: “Vedi, è di color rosso - gli diceva - Ti andrebbe proprio bene. Poi, quando ti insedi, te la impresto” Il messaggio era forte e chiaro: datti una regolata. Alcuni giorni dopo ne parliamo con lui.

Vista la sua provenienza, è stato subito definito “presidente operaio”. Cosa vuol dire questo nell’ingranaggio delle istituzioni? Sarà il lavoro una delle sue priorità?

“Ogni presidente porta con sé la propria storia, da cui deriva una particolare impronta. Io oggi la cravatta non la ho, la metto, come una sorta di divisa, nei momenti ufficiali. Come sindacalista ho avuto ovviamente da sempre una grande attenzione al mondo del lavoro, che intendo rimettere al centro della politica. Lavoro su cui si fonda la nostra Repubblica e che non significa soltanto occupazione, ma dignità della persona: questo è il presupposto per l’uscita dalla crisi e per lo sviluppo”.

Solo il lavoro o più in generale l’economia?

“Giusto. Sarebbe meglio dire ‘i lavori’, in quanto non esiste più solamente il lavoro dipendente della grande fabbrica, ma anche quello precario, atipico, autonomo: tutte tipologie penalizzate dalla crisi. È vero che i lavoratori hanno avuto un’attenzione minore: ma ora si capisce che senza puntare sull’occupazione non si esce dalla crisi. Il lavoro torna al centro con esiti alterni. Se per Marchionne si possono intaccare i diritti acquisiti, la presidente degli industriali trentini ha detto nella sua relazione dello scorso anno che guarda con attenzione al modello Germania; dove però i lavoratori partecipano alla vita delle imprese e alle decisioni strategiche per il futuro, sedendo anche nel consiglio di amministrazione della società. Io ho presentato in proposito un disegno di legge (come a livello nazionale sono stati presentati da Ichino e altri) sulla partecipazione dei lavoratori nei Cda (comunque senza diritto di voto), almeno per chi riceve contributi pubblici, ma ho trovato una forte ostilità da parte della Confindustria”.

Parlando di lavoro e di sviluppo è esemplare il caso delle acciaierie di Borgo, in cui la contrapposizione tra le ragioni dell’ambiente e quelle dell’occupazione è emersa in maniera lampante. Come la mettiamo?

“Lavoro e ambiente non devono essere contrapposti. Come è avvenuto con la Sloi, quando una fabbrica è pericolosa per l’ambiente e per la salute di lavoratori e cittadini, va chiusa senza se e senza ma. Tuttavia qualora la fabbrica avesse potenzialità per essere ristrutturata salvaguardando salute e occupazione, bisogna scegliere questa strada, perché non mi sembra civile delocalizzare questi impianti che inquinano nei paesi in via di sviluppo. Venendo al caso specifico, con l’ultima legge sulle acciaierie di Borgo, quella voluta fortemente proprio dal mio predecessore Kessler, sono stati inseriti dei nuovi parametri particolarmente restrittivi”.

Quale capacità di iniziativa politica pensa di avere in questa nuova posizione? C’è chi già parla di un Dorigatti imbrigliato...

“Non credo che lo sarò. Certo, per fare un esempio relativo al mondo del lavoro, non sono l’assessore, ma ugualmente come uno dei primi atti della mia presidenza ho in cantiere una riunione con i sindacati e le associazioni imprenditoriali”.

Ma ha dichiarato che non proporrà, come invece aveva fatto il suo predecessore, disegni di legge, interrogazioni...

“Non metterò la mia firma su ddl e interrogazioni, ma quelli che mi stanno più a cuore li posso condividere con i consiglieri del mio partito. Il presidente ha un modo suo di dare risalto a certi temi”.

E i rapporti con la Giunta?

“Non penso che la Presidenza del consiglio provinciale sia il cimitero degli elefanti e non possa avere sue opinioni, pure critiche anche rispetto alla Giunta; il punto è il modo con cui si fanno questi rilievi”.

Kessler è stato troppo protagonista?

“Ognuno interpreta il suo ruolo secondo la sua storia e personalità. Credo che Kessler abbia in particolare sottolineato il ruolo del legislativo che può rapportarsi in maniera dialettica con la Giunta. Intendo seguire questo approccio. Per esempio, ho condiviso i rilievi fatti da Kessler in relazione soprattutto all’accordo di Milano che è stato siglato da Dellai senza discuterlo prima con il Consiglio.

Ho un’altra priorità che voglio perseguire. Abbiamo bisogno di più dibattito politico. C’è ostilità, anche odio, da parte di tanti, soprattutto giovani, verso la politica, perché la vedono come una cosa astratta, per gli interessati e gli addetti ai lavori. Ogni comportamento, ogni atto di chi fa politica, a cominciare da chi ha ruoli istituzionali, deve essere coerente e limpido. Un compito doveroso ma difficile, specie in questa situazione della politica nazionale”.

Rapporto con le opposizioni? Nella trattativa lunga e defatigante, ha pagato dazio?

“Le opposizioni hanno richiesto maggior attenzione per quanto riguarda l’informazione; alla fine si è deciso di compiere un invio massificato (cioè a tutti i trentini, n.d.r.) del giornale informativo ‘Cronache provinciali’, poi ogni cittadino deciderà se richiedere l’abbonamento; in secondo luogo si procederà a un potenziamento dell’ufficio legislativo come sostegno e consulenza a chi presenta disegni di legge”.

Insomma, ulteriori assunzioni. Ce n’è bisogno?

“Per ora non c’è stata alcuna assunzione, ci sarà una maggior facilità di interfaccia tra il personale e il consigliere che chiede dati a supporto delle sue iniziative. Vedremo come andranno le cose, non escludiamo un potenziamento di organici del legislativo. Per questo voglio precisare che non c’è stato nessuno scambio con le opposizioni: e se qualcuno dice ‘Dorigatti ci sei costato 100.000 euro’, sbaglia: in realtà non sono costato proprio niente”.

Dellai è contento della sua elezione? Può dormire sonni tranquilli?

“Non so cosa pensi, dopo la mia elezione ho ricevuto le sue congratulazioni che mi sono risultate molto gradite. Penso che potremo avere una buona collaborazione, fermo restando la mia attenzione alle prerogative del Consiglio”.

Un auspicio finale per la sua presidenza...

“Nella mia relazione parlavo di questo Palazzo come di qualcosa di cui i trentini devono appropriarsi. Ci deve essere interazione tra la politica e la società per dare maggior senso all’Autonomia”.

Come sta il Pd?

A margine dell’intervista sui temi istituzionali abbiamo rivolto al Presidente Dorigatti alcune domande sul Partito Democratico.

Come valuta la polemica fuoriuscita del Sen. Molinari dal Pd?

“Sono stupito e amareggiato, non ne ho capito le motivazioni. Ne sono preoccupato: si comincia a dimenticare il senso della nascita del Pd, la convergenza della cultura di sinistra con quella cattolica. Ma non credo sia la mancata fusione tra queste due tradizioni il problema di Molinari, in Trentino non abbiamo avuto questo tipo di contrapposizioni”.

Forse il problema del Pd non è che ha troppe culture confliggenti, è che non ne ha alcuna, né una chiara linea politica.

“È vero. Prendiamo il caso Fiat: con Marchionne si sta andando verso la delegittimazione sia delle associazioni imprenditoriali che dei sindacati. Si vogliono ridurre i diritti in relazione a malattia, sciopero, rappresentanza dei lavoratori nelle aziende, come mezzo privilegiato per recuperare competitività, costringendo il sindacato in una posizione di subalternità. Il Pd dovrebbe occuparsi anzitutto di questi problemi; però non ha le idee chiare, e ha perso il rapporto con il mondo del lavoro. E questo non è in contraddizione con la finalità di allargarsi al centro, le tute blu non sono in contraddizione con le partite Iva”.

Un partito che pensa alla “carega”...

“È un problema più nazionale che locale. Il partito deve essere più sul territorio, per contrastare culturalmente il razzismo spicciolo”.