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Tradizione e progetto

Un bell’esempio di partecipazione cittadina per sviluppare un quartiere urbano

Il gruppo “Nonconform architektur vor Ort”.

So bene che il titolo l’ho rubato a Pietro Ingrao, e chiedo scusa. Ma coglie nel segno un processo che il comune di Innsbruck ha iniziato alcuni mesi fa, per arrivare, nella primavera del 2013, a un progetto per rivitalizzare un involucro svuotato, le costruzioni prive di uso e senso lasciate dopo la trasferta della funivia nella nuova stazione di Zaha Hadid, vicino al palazzo dei congressi, in centro, e della “pittura rotonda gigante” della battaglia del 1809 nel nuovo museo “Tirol-Panorama” al Bergisel. Sia nel primo che nel secondo caso, una parte non trascurabile dei cittadini ha protestato vivacemente. La rotonda, pericolante, e la vecchia stazione col ponte sul fiume Inn - ambedue sotto protezione come monumenti storici - si trovano nel quartiere novecentesco di Saggen, a nord-est del centro, in riva al fiume. Sono collegate da una vecchia trattoria con un giardino con grandi alberi. Per alcuni anni sono state una piaga nel tessuto urbano.

Idee per “riciclare” le costruzioni, dandogli nuovi contenuti, non sono mancate (un centro per la danza, un loft per il clubbing, un museo di tecnologia della funivia, un centro giovanile autogestito...). Ma di un consenso, sia nel consiglio che fra i cittadini, nemmeno l’ombra. Cosa fare, allora? L’esperienza di tante città ci insegna che i processi di partecipazione dei cittadini per definire i “grandi progetti” (ed anche i meno grandi) all’inizio sono dispendiosi e a volte faticosi, ma alla fine possono creare consensi, minimizzare frizioni, sveltire la realizzazione. Purché gli amministratori siano in buonafede, pronti a dare spazio e respiro alle voci della cittadinanza; e purché il processo avvenga in modo professionale.

Mesi fa, il gruppo di architetti, urbanisti e sociologi “Nonconform architektur vor Ort” di Vienna è stato incaricato di occuparsene. (Chi vuole informarsi anche su altri progetti del gruppo, e capisca il tedesco, vada al sito). Centomila euro, una volta tanto, ottimamente spesi.

“Partecipazione” può voler dire cose diverse. Bisogna dunque aprire variegati canali di comunicazione, sviluppare discorsi (e modi di discutere) diversi, per poi riunire i vari filoni e arrivare ad una provvisoria sintesi che avvii una nuova tappa del discorso. Un foro internet, ad esempio, funziona benissimo per certi ceti urbani per cui la comunicazione digitale è uno stile di vita, ma esclude i vecchi e i meno acculturati. La cultura della democrazia assembleare, con lunghi ed educati dibattiti, cara ad alcuni, è noiosa per i giovani. Le “Nonconform”, dunque (uso la forma femminile, perché in maggioranza sono donne), hanno aperto un cantiere multiforme, invitando i cittadini con manifesti, sulla stampa, su facebook, con lettere ad associazioni della società civile a presentare le loro idee. Al hsolo sito (dove si potevano anche scaricare piani della zona e delle costruzioni, o fare una passeggiata virtuale per la rotonda) sono arrivate quasi mille proposte. Verso la fine di settembre la cosa si è concretizzata per tre giorni, con l’ufficio-cantiere aperto dalle 9 alle 21 (ed anche oltre), per ricevere i contributi a voce, su carta, su video, perfino con rappresentazioni teatrali. Tutto diligentemente raccolto, ordinato dalle “Nonconform”, discusso sia in piccole tavole rotonde che assemblearmente. In serata, discussioni plenarie su come ideare criteri per scegliere i progetti migliori. Discussioni accanite, ma sempre civilissime, con grande rispetto per i punti di vista diversi. Finalmente, anche una lista di criteri-chiave per orientare i prossimi passi. In novembre, le “Nonconform” presenteranno alcuni scenari possibili sui quali i partecipanti saranno chiamati a votare, in vari modi, per identificare l’idea vincente; la quale, dopo un esame di fattibilità e una stima dei costi, verrà presentata, in febbraio, per l’ultima consultazione pubblica. Solo dopo il consiglio voterà sui fondi per la realizzazione.

Al momento, ovviamente, sull’esito non si può che speculare. Alcuni orientamenti generali, però, già si profilano: niente privatizzazione, gestione ed uso pubblico, scopi culturali (in un senso più ampio, cioè non “di élite”), niente attrazioni spettacolari per soli turisti, uso sociale, in primo luogo, per i cittadini, rispetto per le tradizioni del luogo e per lo spazio urbano, per il nesso fra città, fiume e montagne. Infine, durante il tempo necessario a definire la soluzione vincente, le strutture vanno aperte ai giovani che le usino in modo autogestito. Proposta subito accolta degli amministratori presenti.

Insomma, cosa faremo delle vecchie strutture, si vedrà. Ma si sa già che i cittadini, stavolta, saranno sentiti, le loro opinioni prese sul serio, e il progetto troverà dei consensi costruiti faticosamente in un processo di partecipazione reale. E scusate se è poco.