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Gestioni associate dei servizi comunali: problemi veri e polemiche strumentali

In questi ultimi mesi si è molto parlato (o sparlato) delle gestioni associate dei servizi comunali. A fronte della richiesta provinciale- in accordo con il Consorzio dei Comuni - di spingere verso la gestione associata di alcuni servizi fissandone come bacino ottimale quello del territorio delle Comunità di Valle, è scoppiato un piccolo finimondo. La questione merita di essere brevemente inquadrata con alcuni dati e considerazioni di carattere generale:

  • i comuni trentini sono 217 (dai 223 di due anni fa), mentre, ad esempio, nel vicino Alto Adige, sono “solo” 112, nonostante una popolazione equivalente a quella trentina;
  • molti enti (anche se non lo ammettono) faticano a garantire un livello di qualità dei servizi a costi accettabili. Una situazione destinata ad aggravarsi per la diminuzione progressiva delle risorse pubbliche;
  • è preferibile che tali risorse siano destinate ad ampliare e migliorare i servizi a cittadini ed imprese piuttosto che venir bruciate in favore dello status quo;
  • se venisse a mancare a molti comuni il supporto di consulenze (diretto o surrettizio) da parte degli uffici provinciali competenti, molti di questi uffici/servizi, già in precario equilibrio, precipiterebbero in un piccolo caos;
  • nell’attuale quadro giuridico (norma costituzionale) non è possibile sopprimere d’ufficio i Comuni, ma questi si possono fondere solo volontariamente, dopo un lungo iter, cosa successa pochissime volte in Trentino, negli ultimi vent’anni.
  • l’alto numero dei Comuni non è di per sé incompatibile con una gestione efficiente dei servizi (la Francia, ad esempio, conta circa 35.000 comuni a fronte dei poco più di 8.000 italiani) purché, pur mantenendo salvo il campanile (e quindi una necessaria rappresentanza politica), i servizi vengano svolti in forma associata;
  • negli ultimi anni Regione e Provincia di Trento hanno messo sul tavolo risorse aggiuntive a favore dei comuni che avessero voluto mettere in rete, tramite la gestione associata, una parte dei loro servizi. Si è assistito qua e là alla nascita di qualche iniziativa, ma la situazione di estrema frammentazione, diversificazione di trattamento dei cittadini a parità di condizioni e dispersione di risorse è puntualmente continuata;
  • nel frattempo, a livello nazionale, i governi Berlusconi e Monti hanno agito duramente nei confronti dei comuni con popolazione fino a 5000 abitanti, obbligandoli (ma vedremo se ciò accadrà veramente) ad associarsi per lo svolgimento di tutte (o quasi) le loro funzioni.

Va precisato che la gestione associata di un servizio (ad esempio del servizio entrate e tributi) viene realizzata attraverso una struttura unica ed unitaria di coordinamento operativo a supporto dei singoli Comuni e costituisce lo strumento attraverso il quale viene garantita la specializzazione, l’uniformità di interpretazioni e comportamenti, la semplificazione delle procedure, l’ottimizzazione delle risorse umane e strumentali, la formazione del personale e, non ultimo (di questi tempi) una diminuzione dei costi di gestione. Le competenze decisionali, ad esempio sulle singole tariffe continuano ad essere riservate ai comuni e quindi la “cessione di sovranità” riguarda esclusivamente le modalità di organizzazione del servizio (ufficio unico, orari, sportelli aperti al pubblico, ecc.).

Diversa è l’unione comunale, che è un ente territoriale ed un ente locale vero e proprio; l’unione è costituita da due o più comuni per l’esercizio congiunto di funzioni specifiche a essa delegate. Il suo ambito territoriale coincide con quello dei comuni membri, è dotata di autonomia statutaria nell’ambito dei principi fissati dalla Costituzione e dalle norme comunitarie, statali e regionali. L’unione, di solito, dopo alcuni anni sfocia nella fusione vera propria dei comuni, che diventano quindi uno solo, come è avvenuto, ad esempio, per i comuni trentini del Bleggio e per quelli della Val di Ledro.

Ma torniamo alla questione centrale. Il nodo principale della gestione associata dei servizi è rappresentata dall’individuazione dell’ambito sovra comunale ottimale per assolvere in maniera adeguata le funzioni amministrative attribuite. In Trentino esistono già da oltre dieci anni vari esempi di gestioni associate. La più nota è di certo quella della polizia locale che, escluse Trento e Rovereto, vede oggi quasi ovunque i vigili urbani, che prima rispondevano al singolo sindaco, agire organizzati su base sovra comunale con grande dispiego di risorse. Con modalità diversificate, anche altri servizi risultano oggi organizzati su base più ampia di quella del singolo campanile; si pensi alla raccolta dei rifiuti, alla gestione dei boschi comunali e in alcuni casi anche agli acquedotti, alle reti fognarie, ad alcuni servizi di biblioteca pubblica e asili nido. Le stesse gestioni sovra comunali delle entrate e tributi hanno interessato fino ad oggi circa il 30% dei Comuni.

Le forme organizzative possono essere le più svariate, come il consorzio, la convenzione tra due o più comuni, la società a capitale pubblico, ecc.

Perché allora, e nonostante l’accordo con il Consorzio dei Comuni (che li dovrebbe rappresentare) numerosi amministratori comunali si sono opposti alla Provincia ottenendo di fatto un rinvio ed un annacquamento del progetto di riorganizzazione di alcuni servizi comunali?

Molti l’hanno fatto platealmente con una riunione “aventiniana” in quel di Ravina, ma altri, pur non palesando la loro ostilità, pensano peste e corna della proposta provinciale. E pensare che l’oggetto del dibattito, tutto sommato, riguarda servizi minori, come le entrate (tariffe e tributi). Che accadrà quando i servizi da collocare nella gestione associata saranno ben più importanti?

Prendiamo la segreteria: nei comuni del Trentino ci sono circa 200 tra segretari e vicesegretari, (molti con un trattamento economico da dirigente). O gli uffici tecnici (si sa che molti sindaci hanno una particolare attrazione per i piani di fabbrica e verso il settore edilizio in particolare).

Quindi, a distanza di un anno dalla decisione della Provincia e del Consiglio delle Autonomie (all’interno del quale sono rappresentati i Comuni e le Comunità di Valle), nel momento in cui si è trattato di passare dalle parole ai fatti, molti comuni hanno preso le distanze dal progetto di associare alcuni servizi ed hanno sollevato numerose (alcune apparentemente fondate) perplessità di metodo e di merito.

In questi casi è difficile separare il razionale dall’irrazionale, ma sicuramente alcuni elementi possono aiutare a capire meglio i motivi della protesta.

Pur dovendo oggettivamente individuare un ambito territoriale per dare un’economia di scala alla riorganizzazione dei servizi comunali, averlo sovrapposto a quello della Comunità di Valle è risultato perdente: non si può dimenticare che, a torto o ragione, l’istituzione delle Comunità è stata mal tollerata dalla comunità trentina (meno del cinquanta per cento degli elettori avevano partecipano al voto per eleggere i loro amministratori) e che molti sindaci vedono nelle Cdv un pericoloso competitor.

- Mentre la Provincia (seppur in accordo con il Consorzio dei Comuni) dettava regole per l’accorpamento di servizi comunali e procedeva a tagli (paragonabili a carezze in confronto alla mannaia utilizzata nel resto d’Italia) dei budget comunali, poco o nulla faceva per ridurre il moloch provinciale, o per altri enti ad esso funzionali (ricordo che lo slogan del PD durante la campagna elettorale era stato: “Meno Provincia, più Comunità”).

- I toni perentori utilizzati qualche mese fa dal presidente Dellai e dall’assessore competente Gilmozzi che ricordavano l’indifferibilità della scadenza del 1° gennaio 2013 come data di nascita delle gestioni associate non hanno spaventato nessuno, perché in questi anni sono stati numerosi i casi in cui, a fronte di comportamenti ribelli da parte di qualche comune, non è seguita l’applicazione delle previste sanzioni.

- Tra molti amministratori locali e strutture comunali non è ancora passato il messaggio che i bilanci sono destinati strutturalmente a decrescere in modo molto significativo. In certi casi, poi, come si è fatto a livello nazionale, gli amministratori comunali, seppur consci della situazione, intendono deliberatamente rinviare nel tempo le decisioni sgradevoli (possibilmente lasciandole ai posteri).

- Nel momento in cui, mettendo assieme i servizi comunali, si è passati a calcolare il costo delle singole gestioni associate, la quota di riparto di ciascuno dei comuni ha paradossalmente “premiato” i meno efficienti, penalizzando i virtuosi, per il semplice fatto che i comuni che spendono di più fanno media con quelli che spendono di meno. Non a caso, la fronda dei sindaci ribelli era guidata dal sindaco Walter Kaswalder, che sull’altipiano della Vigolana ha organizzato nel tempo una piccola ma efficiente gestione associata dei tributi comunali che lo stesso sindaco non vuole ora vedersi inglobare in una gestione più estesa (l’intero territorio dell’Alta Valsugana) dove teme evidentemente un servizio non altrettanto efficiente. Ma quanti altri possono vantare la stessa verginità tra i protestatari riunitisi a Ravina?

- Nei momenti della riorganizzazione, è normale che sia maggiore la sensazione del poco che si perde subito rispetto a quello che si rischia di guadagnare domani.

- Nonostante, in privato, l’amministratore pubblico sia spesso (talvolta a ragione) critico con la propria struttura, quando si tratta di mettersi a confronto con l’esterno si chiude a riccio in difesa dell’esistente in forza del noto principio che “ogni scarrafone è bello a mamma sua”.

- L’anno elettorale (nel 2013, com’è noto, sarà rinnovato il Consiglio Provinciale), è l’ideale per i rinvii delle decisioni difficili... un po’ alla romana, insomma.