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Il pasticciaccio brutto della biblioteca

Per dare soldi alla finanziaria della Curia, si costruisce una biblioteca universitaria decentrata, più piccola, inadeguata, altrettanto costosa. Per l’Università provincializzata e per il dopo Dellai, un pessimo inizio.

Un pasticcio, quello della biblioteca universitaria; anzi, parafrasando Gadda, un pasticciaccio brutto. Lo raccontiamo diffusamente perché la stampa locale, almeno gli organi come il Corriere che la vicenda ha saputo sollevarla e seguirla, ne ha diffusamente trattato, ma tenendosi alla larga da una serie di implicazioni nel rapporto politica-affari-poteri forti. E invece la storia è emblematica non solo delle storture del dellaismo, e dei relativi nodi che inesorabilmente vengono al pettine, ma anche delle difficoltà a rimediarvi senza combinare ulteriori guasti.

Vediamo brevemente i fatti. Da una riunione a tre - Daria de Pretis (rettrice), Alberto Pacher (presidente della Pat) e Alessandro Andreatta (sindaco di Trento) - sortisce la decisione, peraltro da perfezionare, di abbandonare il grande progetto dell’archistar Mario Botta prevista in piazzale Sanseverino, e di trasformare invece in biblioteca il Centro Congressi in costruzione alle Albere.

Il senso dell’operazione è evidente (ma non lo dice nessuno, neanche tra i commentatori): il Centro Congressi è una bufala, la cui manutenzione non potrà non risolversi in un ulteriore dispendio di soldi; trasformandolo invece in biblioteca eviteremo questo bagno di sangue e in più risparmieremo i 50-70 milioni della biblioteca di Botta. E di questi tempi, con le finanze provinciali in progressivo calo, risparmiare è un un imperativo.

Fermi tutti. Perché innanzitutto qualcuno dovrebbe spiegare come mai si è giunti da una parte a far costruire un complesso di cui nessuno sente il bisogno e dall’altra invece a non costruire quello che doveva essere un vanto della città. Già nell’agosto del 2012 il capogruppo del Pd in Consiglio Provinciale, Luca Zeni, in un’interrogazione chiedeva se rispondevano al vero le voci su un acquisto - da 30 milioni - di un Centro Congressi costruito dalla società Castello alle Albere, e se non fosse il caso di rivedere questa decisione. Dellai rispondeva a muso duro (neanche per iscritto, come istituzionalmente doveroso, ma con quattro frasi gettate ai giornali): “Era arcinoto che ci sarebbe stato un Polo sud a completamento del Muse; non si pone una questione al termine di un percorso”.

Che fosse Centro Congressi o Polo multimediale (con auditorium supertecnologico, cinema all’avanguardia, sale riunioni) la cosa non stava in piedi; la confusione nel sovrapporsi delle finalità è indicativa. E lo si vede anche ora quando si decide della sua soppressione: non è sorta una voce, nemmeno una, a difesa del progetto. Evidentemente inventato di sana pianta, è un pretesto per dare l’ennesimo aiutino, o aiutone, alla finanziaria Isa e alla sua scalcagnata operazione speculativa alle Albere (30 milioni cash, più, su un piano meno squallido, la creazione di un polo di attrazione all’altra estremità rispetto al Muse, per dare vita a un quartiere che non decolla).

Quindi partiamo da un punto: tutta l’operazione nasce come l’ennesimo sussidio di Dellai ai nostri poteri forti. Diciamolo ad alta voce, dal momento che nessun altro ha il coraggio di parlarne (anzi, la stampa regolarmente attacca chi in Consiglio Provinciale - Luca Zeni - avanza dubbi su questi sperperi).

Precisato questo, l’interrogativo diventa: dopo i 30 milioni, cosa si appresta a pagare ancora la collettività? In termini di altri soldi, di funzionalità, di urbanistica, di coerenza del disegno di università?

Non è che la pezza sia magari peggiore del buco?

Il progetto boicottato

Spostiamoci ora 800 metri a nord, a piazzale Sanseverino. Lì l’Università e il Comune, attraverso il Prg, avevano individuato la localizzazione ideale della nuova biblioteca: a chiudere verso il fiume il polo umanistico inserito nella città, Lettere, Giurisprudenza, Sociologia, Economia. Con via Verdi asse urbano forte, che dal Duomo finiva alla Biblioteca, forse un po’ pomposamente definita “cattedrale laica”. In ogni modo un progetto di campus urbano che, innervato nel centro storico, sembrava poter diventare un punto di riferimento in Europa. Nell’ottobre del 2002 l’Università, per 5.667.000 euro acquistava dal Comune piazzale Sanseverino ed affidava la progettazione all’architetto Mario Botta, che già aveva realizzato il Mart e Giurisprudenza. Doveva dar vita a un grande progetto, punto di riferimento non solo per gli universitari, ma aperto alla città a rappresentare e praticare la simbiosi tra Ateneo e cittadinanza.

Il plastico della biblioteca di Mario Botta

Ma a questo punto tutto si impantanava: il progetto, proprio perché monumentale, abbisognava di deroghe, che il Comune concedeva con difficoltà ed esasperante lentezza. Anzi, non concedeva affatto: per anni “il progetto è tornato più e più volte in Commissione Urbanistica e la Commissione ha cincischiato su problemi di cornicioni, lucernari e parcheggi” - denuncia l’avv. Marco Dallafior, che pur della Commissione Urbanistica era stato presidente. Una serie di eventi insolita per il Trentino: ogni consigliere si è sentito in dovere di fare le sue pulci a Botta, le carte dalla Commissione Urbanistica non escono più, anzi il suo ultimo presidente esprime strane obiezioni alla stessa localizzazione, mentre il sindaco Andreatta più volte assicura un’imminente accelerazione dell’iter, che poi mai si avvera. Il Comune di Trento sembra una di quelle amministrazioni in cui, se non hai santi in Paradiso, le carte languono per anni.

C’è chi ritiene questa inerzia voluta, machiavellicamente finalizzata allo spostamento finale della Biblioteca alle Albere (“Abbiamo la sensazione che a rallentare sino all’esaurimento questa vicenda vi siano state decisioni politiche forse legate a ragioni bassamente elettoralistiche e forse anche di carattere economico - e sia ben chiaro non finanziarie relative ai costi dell’intervento” - afferma ancora Dallafior, che sembra alludere al potere economico di Isa e a quello elettorale del Vescovo). Noi non abbiamo certezze. I fatti però parlano: l’inerzia della Commissione assomiglia a un boicottaggio, con i commissari e lo stesso presidente che si mettono ad arzigogolare su nuove strampalate localizzazioni (il Palazzo delle Poste!).

E il potere politico? Avrebbe potuto dare un energico scossone all’inconcludente Commissione Urbanistica, ma nulla ha fatto allora per velocizzare la soluzione razionale; mentre ora si sta spendendo - come vedremo - per far passare a tempi di record quella strampalata.

Il progetto del Centro Congressi di Renzo Piano: da sinistra a destra il cinema e l'auditorium supertecnologici, da trasformare in biblioteca, e l'albergo a quattro stelle (non coinvolto, ancora, nell'operazione).

Una visione dell’Università che si smonta

Strampalata la biblioteca prevista ora alle Albere? Certo, e per molteplici motivi. Anzitutto, come abbiamo visto, per la localizzazione: in un colpo solo si passa da un meditato progetto urbanistico, perseguito negli anni, allo sparpagliamento: il nuovo edificio risulta collocato distante da tutto il contesto universitario, che invece si era finora coerentemente raggruppato in due poli, quello scientifico in collina, quello umanistico in città lungo via Verdi. Si infliggeranno a studiosi e studenti spostamenti del tutto inutili e si allenterà quel senso di comunità che sempre la contiguità promuove.

Ma c’è molto di più. Il Centro Congressi o Polo multimediale era stato progettato da Renzo Piano secondo caratteristiche conseguenti alla conclamata (anche se confusa) finalità: quindi un auditorium da 400 posti (ma in città, non ce ne sono abbastanza?) ipertecnologico, con pavimento appoggiato su pistoni, ad altezza e inclinazioni variabili (era solo un anno fa, e si spendeva alla grande), in più una sala cinematografica naturalmente all’avanguardia, sale e salette per riunioni, ecc. Il tutto in due blocchi, collegati da una passerella. (Adiacente poi viene realizzato un albergo a quattro stelle, non interessato al cambio di destinazione, che rimane alla società Le Albere).

Trasformare questa realizzazione, praticamente già terminata, in biblioteca, non è semplice. Renzo Piano, evidentemente da tempo allertato, si dà da fare, ma anche lui fa quel che può. Elimina tutti gli sbalzi, aggiunge nuovi spazi. Scoperchia l’auditorium, un cubo ovviamente tutto chiuso, per farvi pervenire la luce attraverso il tetto trasformato in lucernario. Prevede rinforzi strutturali, perché una biblioteca a più piani che deve sorreggere utenti e scaffali pesa molto di più di un auditorium, che è uno spazio vuoto. Utilizza anche uno dei piani interrati, prima più logicamente destinato a parcheggio.

Ma i conti finali sono quelli che sono: Botta aveva progettato una biblioteca per 500.000 volumi a scaffale aperto (era una delle caratteristiche salienti, i libri non confinati in locali deposito, ma accessibili, ordinati per aree di interesse, in maniera da fornire con immediatezza all’occhio dell’utente una ampia gamma di volumi consimili), alle Albere ci saranno ancora i 500.000 volumi, non è chiaro quanti a scaffale aperto; i metri quadri passano da 12.000 a 9.000, dei quali veramente utilizzabili 8.000 per Botta, 7.000 per Piano (ma una parte è nell’interrato, cosa come vedremo di difficile praticabilità); e soprattutto i posti di consultazione informatizzati passano da 900 a 400.

C’è poi il problema dell’interrato. Adibirlo a uso biblioteca vuol dire eliminare posti macchina, andando sotto gli standard previsti dal regolamento comunale. Proprio i posti macchina a piazzale Sanseverino erano stati uno dei motivi di contenzioso tra Commissione urbanistica e Università; prevediamo che per la localizzazione alle Albere, augustamente supportata, la Commissione non farà soverchi rilievi. Ma c’è un altro ostacolo, più ostico da aggirare: la Commissione aveva imposto a Botta di non utilizzare l’interrato per il deposito libri, in quanto Sanseverino è situato sulla falda freatica del contiguo Adige, e quindi a forte rischio di allagamento. La localizzazione alle Albere risente pari pari dell’identico problema: che si fa? Lo si ignora? Si mettono i libri ai piani alti e gli studenti sottoterra? Si parla di progetti da Ingegneria di speciali guaine protettive impermeabili: come mai queste mirabolanti soluzioni saltano fuori solo ora e non per Sanseverino? E ad edificio praticamente ultimato, per cui un’impermeabilizzazione dalla falda risulterebbe, oltre che improbabile, anche estremamente costosa?

La si può girare come si vuole: la biblioteca alle Albere sarà un’altra cosa, praticamente un ripiego.

“Sarà una biblioteca di ricerca, i posti sono molti meno - ammette la rettrice Daria de Pretis - Per le sale studio troveremo altre localizzazioni, e l’apertura alla città sarà commisurata con il fatto che è un posto più piccolo”.

Il progetto insomma cambia alla radice: non più un luogo simbolo, aperto 24 ore su 24 in quanto punto di incontro e simbiosi tra un’Università aperta e una città vocata alla cultura. Sarà più mestamente un luogo per studiosi, arroccati, a prescindere dalla loro volontà, a distanza di sicurezza. È tutto un progetto di Università e di città che si affloscia.

“Di questi tempi, con pochi soldi, le cose anzitutto bisogna farle, senza inseguire obiettivi di difficile realizzazione. E bisogna essere simbolici anche nella manifestazione della sobrietà - replica la rettrice - Non penso che la città apprezzerebbe spese fuori misura”.

Questione di soldi?

Al centro, l'edificio più alto: l'auditorium di cui si sta completando la copertura in cemento armato, poi da rimuovere per sostituire con un lucernario nella trasformazione in biblioteca.

Ecco, i soldi. Questo sembra il problema. Premesso che per Isa i soldi si trovano sempre, per la Biblioteca a un certo momento sono spariti.

“Ribadisco che nessuno ha mai parlato di problemi finanziari se non in queste settimane - afferma Marco Dallafior - L’Università negli ultimi 10 anni non ha mai neppure accennato a difficoltà finanziarie e men che meno lo ha fatto il Comune”.

La biblioteca di Botta, quando era stata progettata, sarebbe costata 45 milioni, lievitati poi a 55. L’ufficio tecnico dell’Università ha calcolato che, con i prezzi pagati per la nuova sede di Lettere, costerebbe 70 milioni.

Ma qui è intervenuto lo stesso Botta: “L’Università vuole spendere di meno? Basta che me lo chieda, il progetto lo posso rivedere. Ma nessuno mi ha mai chiesto alcunché”.

La cosa è ancora più strana se pensiamo al costo finale del progetto delle Albere. I 30 milioni finora stanziati sono per il Centro Congressi/auditorium. I lavori di riconversione non saranno pochi e saranno tutt’altro che gratis. Si dovrà distruggere e ricostruire, aggiungere, cambiare, rinforzare.

Alle Albere hanno mangiato la foglia. E si sono ben guardati dall’interrompere o anche dal sospendere lavori che poi dovranno essere rifatti. Anzi. In questi giorni stanno ricoprendo con cemento armato l’auditorium. Oltre una grata di acciaio, un primo solaio, uno strato di lamiera ondulata, si sta realizzando l’ultima parte della copertura. Che poi, nella trasformazione in biblioteca, dovrà essere completamente rimossa per realizzare il lucernario. Si costruisce in fretta, per poi distruggere. Paga Pantalone.

Insomma, il conto finale sarà molto superiore ai 30 milioni. Per avere una struttura più modesta, con finalità ridotte, in un posto meno adatto.

In conclusione, il costo della biblioteca di Botta sembra proprio un falso problema. È che quei soldi dovevano essere dirottati alle Albere, e l’Università - questo la rettrice non lo dice, ma lo scriviamo noi - è stata brutalmente messa alle strette: volete la biblioteca? O alle Albere o niente.

Pessimo questo inizio dell’Università provincializzata. E più in generale altrettanto pessima la gestione politica della prima tra le follie dellaiane ad essere venuta al pettine.

Le azioni Isa

In questi giorni, a lato della questione biblioteca, è stato posto il tema di un conflitto di interessi della rettrice. Sottovoce da tanti, specie in Università, apertamente dal candidato di Rifondazione Comunista alle elezioni provinciali Ezio Casagranda, anche con un esposto alla Procura.

La rettrice Daria de Pretis possiede azioni Isa, la finanziaria della Curia perennemente coinvolta in rapporti con gli enti pubblici, e in particolare comproprietaria del complesso delle Albere? L’okay della rettrice alla biblioteca alle Albere non potrebbe essere condizionato da questo interesse? Abbiamo posto la domanda all’interessata.

“Rispondo volentieri, così chiarisco - risponde de Pretis - Avevo azioni Isa per 17.000 euro. Le ho vendute alcuni mesi fa, quando a Bolzano era stato sollevato il problema di un mio possibile conflitto di interessi per una consulenza”.

Abbiamo posto la stessa domanda al marito, Giovanni Kessler, oggi commissario europeo all’Anticontraffazione, ma prima consigliere, anzi Presidente del Consiglio provinciale. “Sì, il problema era stato posto più volte - ci risponde - Ne avevo un pacchetto ed ho provveduto a venderlo. Per fugare qualsiasi sospetto”