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L’ospedale sotto tiro

Per giustificare il NOT si sputtana il Santa Chiara. Quanto è in regola il vecchio ospedale testé ristrutturato? E quale, in tempi di crisi, il senso del Nuovo Ospedale?

Il NOT secondo il progetto vincitore di Impregilo, poi cassato dal TAR.

“Io sono convinto che non si possa andare avanti ancora a lungo col vecchio ospedale. Credo che non vi sia un impianto a norma sul piano elettrico, dell’antincendio, sul piano sismico e antifulmini. Penso che se fossimo una casa privata ci avrebbero già chiuso.”

Con questa frase, che fa venire i brividi alla schiena, il primario di Oncologia dott. Enzo Galligioni liquida l’attuale nosocomio provinciale, il Santa Chiara. È L’Adige dell’1 dicembre, che titola “Subito il nuovo ospedale”. Sparando alzo zero sul vecchio.

Infatti Galligioni ci va giù duro: “Oggi c’è un grosso problema di sicurezza sia per i pazienti che per gli operatori. È una questione importante che può anche trasformarsi in certi casi in motivo di contenzioso medico-legale”. E risolvere con una ristrutturazione? “Per tamponare la situazione ci vorrebbero 130 milioni ma senza riuscire a mettere tutto a norma”.

Il giorno dopo Ugo Rossi appoggia Galligioni: “Quella che racconta il professor Galligioni è la verità. E per fortuna che c’era qualcuno che sosteneva che non serviva un nuovo ospedale”. E poi va al cuore dell’argomento, messo nel titolo: “Subito il Not, ma il ricorso frena tutto”. Da cui si incomincia a capire che il punto vero è il ricorso al Tar di cui si sta aspettando la sentenza. E infatti la campagna stampa de L’Adige è all’uopo confezionata: una pagina di attacchi al Santa Chiara a sinistra, a fronte un’altra con le mille meraviglie del Nuovo Ospedale.

Ma la pesantissima delegittimazione dell’attuale ospedale, anzi, diciamola tutta, l’autentico sputtanamento, non poteva passare indenne: ma come, mandiamo gli ammalati in una struttura che cade a pezzi? Che “se fosse una casa privata sarebbe già chiusa”? Reagisce il presidente Giuseppe Zumiani e il Direttivo dell’Ordine dei Medici: “La preoccupazione (per gli interventi di Galligioni e Rossi ndr) è grande ancor più della sorpresa. A nostro parere urgono risposte da parte delle istituzioni, se non ci saranno intervenga la magistratura”.

A questo punto, mentre i sindacati “chiedono di non creare allarmismi che preoccupino i pazienti”, arriva il contrordine. Sempre su L’Adige il 14 dicembre Rossi contraddice Galligioni e sé stesso: “Operarsi al Santa Chiara è sicuro”. “I problemi” che prima erano di normativa, di sicurezza, ora “sono di spazi” E “i pazienti sono garantiti”. Meno male.

La campagna stampa, dicevamo, è stata orchestrata alla vigilia della sentenza del Tar sull’appalto del Nuovo Ospedale. Della serie: attenzione giudici amministrativi, mettetevi la mano sul cuore, se bocciate la gara d’appalto e ritardate il Not, vi assumete la responsabilità di mandare avanti un ospedale fatiscente, in cui il malato è costantemente a rischio.

I giudici però non si sono fatti impressionare. E giunto il giorno del giudizio hanno fatto strame della gara: che viene annullata per “l’illegittima composizione della commissione tecnica di gara”; e vengono escluse la vincente Impregilo e la quarta arrivata CMB.

“Questa sentenza, evidentemente dovuta a una inadeguata gestione dell’appalto, è gravissima per l’Autonomia - ci dice Diego Mosna - Per la perdita di credibilità; per i ritardi che ne conseguiranno; per il rischio di pagare ingenti penali, il 10% degli 1,7 miliardi dell’appalto, se alla Corte dei Conti o alla Cassazione dovessero vincere le imprese ora escluse”.

La ristrutturazione interrotta

Il Santa Chiara ristrutturato secondo il progetto Aymonino.

Fallita, e con pesanti perdite, l’irresponsabile campagna pro-Not e anti-Santa Chiara, rimane aperto il problema iniziale: quanto è sicuro, quanto è adeguato l’attuale ospedale? Da cui segue il dilemma di fondo: ha senso, in tempi grami, spendere tanti soldi per un Nuovo ospedale?

Per rispondere dobbiamo fare un passo indietro, tornando all’ultima ristrutturazione del Santa Chiara.

Su progetto dell’arch. Carlo Aymonino, nel 2002 si era dato il via a una ristrutturazione radicale del nosocomio: per assorbire Ortopedia trasferita da Villa Igea, ma anche - leggiamo dai documenti - per riorganizzare ambulatori, sale operatorie, area diagnostica, laboratori di analisi, piastra per elisoccorso, servizi dalle cucine alla lavanderia, adeguamento alle normative socio-sanitarie e di sicurezza, nuovi parcheggi, nonché ristrutturazione dell’area degenze per migliorare la ricettività alberghiera.

Un lavoro imponente, del valore di 31 milioni lievitati poi a 37.

Lavoro non pienamente completato. Forse già allora si puntava invece sul NOT.

L’ospedale “da terzo mondo”

Il NOT secondo il progetto vincitore di Impregilo, poi cassato dal TAR.

Appurato tutto questo, in quali condizioni si trova oggi il Santa Chiara? Perché i visitatori che giungono da fuori provincia, medici inclusi, trasecolano quando vengono a sapere che quella è una struttura che, per gli standard trentini, sarebbe da rottamare: “Non ci possono semplicemente credere - mi dice un medico - Come trentini, con la nostra Autonomia ci facciamo la pessima figura dei privilegiati spreconi”.

“È da terzo mondo avere ancora stanze da sei letti, e con il bagno sul corridoio - hanno dichiarato a chi scrive diversi assessori alla Sanità, ultimo Ugo Rossi. Quando ho fatto loro presente che a me è capitato di essere ricoverato per uno sfondamento del cranio al neurochirurgico di Verona, in una stanza appunto a sei letti, e di avere, una volta dimesso, cinque nuovi amici, mi si è risposto allargando le braccia: “le persone non sono tutte uguali”. Certo, ma l’ente pubblico, quando fornisce servizi, deve stare dietro alla parte capricciosa dell’utenza?

“Beh, il discorso della sistemazione alberghiera è secondario nella decisione sul nuovo ospedale” ci dice Luciano Flor, direttore generale dell’Azienda Sanitaria - prioritarie sono le esigenze organizzative”.

Una soluzione “troppo economica”?

Il fatto è che, con lo stop alla ristrutturazione, alcune parti dell’Ospedale non sono state adeguatamente rinnovate (secondo e quarto piano delle degenze, parte del terzo e del quinto). Andrebbero aggiornati gli impianti, come pure il blocco operatorio. La ristrutturazione effettuata è costata 70 milioni, parcheggi compresi. Adesso che si fa? C’è bisogno di intervenire ancora? Si aspetta il NOT? Si completa la ristrutturazione e si lascia perdere il NOT?

A Luciano Flor poniamo delle domande specifiche: innanzitutto, il Santa Chiara, è a norma antincendio?

“Le norme del 2002 sono particolarmente complesse e difficili da ottemperare in un edificio già costruito (e infatti è in corso una loro revisione). Comunque, tutte le parti rinnovate sono a norma. Sulle parti non rinnovate abbiamo uno studio che ha valutato quali lavori eseguire, scaglionati nel tempo e secondo un ordine di priorità: il tutto per un costo di 30 milioni. Ne stiamo ora realizzando le parti più urgenti, a iniziare dai giro scale”.

L’antisismico?

Il Santa Chiara

“Anche qui le parti nuove non hanno alcun problema. Il resto lo abbiamo sottoposto a prove di staticità, molto severe - in base ad esse abbiamo chiuso l’Ospedale di Mezzolombardo - Ne è risultato che il Santa Chiara non è a rischio crollo. Una effettiva messa a norma invece, dovendo agire sulle fondamenta, sarebbe molto onerosa, decisamente più della parte antincendio.”

Da altre fonti abbiamo appreso valutazioni che in parte si discostano da quelle del Direttore: la messa a norma elettrica e antincendio, gli aggiornamenti degli impianti e del blocco operatorio, ma anche la trasformazione delle stanze da 6 a 4 letti con bagno, costerebbero 30 milioni.

Soluzione che ha però, a nostro avviso, un grave difetto: è troppo economica, taglierebbe l’erba sotto i piedi al megaprogetto del NOT.

Verso il rischio privatizzazione

Il NOT appunto, bisogna proprio farlo? Ricordiamo che - anche prima dello stop imposto dal TAR - erano sorte gravi perplessità, ben espresse da diverse fonti, tra cui un articolato documento di Rifondazione Comunista. Sostanzialmente il punto è che il NOT, nei progetti della Pat, si dovrebbe fare con la finanza di progetto: meccanismo per cui poi l’impresa costruttrice riceverebbe il proprio tornaconto nella gestione dell’ospedale, e per 25 anni. Una gestione praticamente completa, di tutti gli ospedali trentini, e non solo di attività importanti eppur accessorie come mensa, pulizie, riscaldamento, ma anche gestione e addirittura rinnovo (una sola volta in 25 anni!) delle attrezzature scientifiche. Dopo le famigerate esperienze delle privatizzazioni dei servizi, dalle Poste alle Ferrovie, viene la pelle d’oca a pensare all’ospedale privatizzato.

E questi non sono timori vaghi o ideologici: a Mestre e Pordenone ci sono esperienze concrete, e tutte negative. Di più, c’è stata un’indagine da parte di una Commissione parlamentare sui buchi di bilancio di alcune aziende sanitarie provocati proprio dalla finanza di progetto. Eccone le sconcertanti conclusioni: «A fronte dell’immediato vantaggio della partecipazione del privato, è necessario sottolineare l’enorme svantaggio di impegnare per un gran numero di anni la pubblica amministrazione nei confronti di un fornitore di servizi (che diventa poco condizionabile in relazione alla qualità offerta), con costi unitari superiori a quelli di mercato (proprio per consentire al privato di recuperare, con gli interessi, l’impegno assunto); la parziale deroga alle norme della concorrenza e della normativa sugli appalti; un complessivo maggior esborso per la pubblica amministrazione».

Insomma, per puntare sul contenitore, si finisce con il trascurare la qualità delle prestazioni. Ci si rende conto che è questa la posta in gioco?

“Prima di rispondere sulla finanza di progetto, voglio parlare delle motivazioni del Nuovo Ospedale - ci dice Luciano Flor - Il problema del Santa Chiara è organizzativo: ha cinque aree di terapie intensive localizzate in cinque posizioni diverse; le radiologie in tre posizioni; il pronto soccorso è pienamente efficiente ma separato dal resto dell’ospedale. Il fatto è che a forza di aggiunte, di modifiche organizzative, di nuove aree, l’ospedale ha perso il suo baricentro.”

Il Direttore entra anche sul discorso dei costi: “La gestione del Santa Chiara, tutto compreso, dalle attrezzature agli stipendi dei medici, costa ogni anno 280-290 milioni. Il NOT è stato messo a base d’asta a 290 milioni. È pienamente logico spendere per una nuova struttura, che permette una organizzazione di gran lunga migliore, quanto si spende in un anno per la gestione della vecchia”.

Però il Project financing è per un importo di 1,7 miliardi.

“Perché oltre alla costruzione prevede la gestione, e per 25 anni, dei servizi (pulizie, riscaldamento, gestione macchine ecc) di tutti gli ospedali del Trentino. E per questa gestione oggi spendiamo 50 milioni all’anno. E allora facciamo due conti: 290 milioni per la costruzione, più 50 milioni x 25 anni”.

E così consegniamo la sanità, mani e piedi legati, a un’azienda tipo Impregilo.

“Possiamo avere non 100, ma 101 riserve sulla finanza di progetto. Però, oggi, è l’unico metodo che permette la realizzazione di opere complesse, altrimenti non se ne esce dai contenziosi, le perizie, le richieste di variante... La finanza di progetto è uno strumento che funziona se lo si sa gestire, quello è il punto. Se si sa controllare.”

Appunto. La Pat e l’Azienda Sanitaria sono sicure di essere così brave da fare meglio che nel reso d’Italia?

Dall’esito della gara d’appalto non sembrerebbe. Senza voler essere troppo negativi, diciamo che si corre un grosso rischio: consegnare il sistema ospedaliero trentino nelle mani dell’Impregilo di turno. E tutto questo per avere un ospedale (teoricamente) meglio organizzato. Il gioco vale la candela?