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Estroteatro: “Comeunalama”

Ricordando Fausto e Iaio

Tratto dal testo di Roberto Scarpetti, il lavoro narra dei giovanissimi Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (detto Iaio), assassinati per mano neofascista, a Milano, il 17 marzo del 1978. Fausto Tinelli, nato e sepolto a Trento, riconosciuto, assieme a Lorenzo Iannucci, vittima del terrorismo, muore e rinasce continuamente in scena.

“Viva l’Italia”

Si aggira, con la camicia insanguinata, da morto tra i vivi e da vivo tra i morti dalle coscienze spente. Si sdraia e si alza, Fausto, passando dalla morte alla vita e viceversa in ossessivi flashback che ripetono le centinaia di morti di quegli anni. Egli interagisce quasi fusionalmente con Angela, la madre di Lorenzo, simbolo di tutte quelle madri che hanno perduto i propri figli; si muove nelle coscienze del giornalista dell’Unità Mauro Brutto, morto (ufficialmente per un incidente stradale, che probabilmente non fu tale) pochi mesi dopo le sue indagini volte a smontare le false piste che venivano date in pasto ai giornalisti; si aggira nella coscienza del commissario che a causa della sua testardaggine nel voler seguire la matrice neofascista romana dell’assassinio, viene trasferito in una città del sud.

César Brie mette in scena la condivisione di un lutto: quello di una società che ha perso la sua generazione migliore; quello di un mondo di madri che hanno perduto i propri figli, a causa dei terrorismi (di destra, di sinistra e dello Stato) e quello di uno Stato che non ha saputo fare giustizia.

I suoni scelti dal regista penetrano nella testa: le registrazioni di Radio Popolare che riprendono quella notte dal vivo, la voce di Danila, che interviene per radio poco dopo la morte del figlio Fausto. Le sirene. Un brivido corre lungo la schiena e dentro le coscienze del pubblico. Un brivido amplificato dall’uso magistrale di uno spazio scenico popolato da pochi oggetti: la proiezioni del muro di via Mancinelli e di video dell’epoca; l’uso di una cassa, al cui interno si svolgono scene da commissariato e da redazione giornalistica e sulla cui superficie avvengono scene cimiteriali, da bar, da treno; l’uso di teli che veicolano spazi psichici ed emotivi, fino a divenire il sudario in cui Angela, lentamente, si avvolge per poi addormentarsi\morire sulle ginocchia di Fausto.

Le ginocchia di Fausto accolgono anche il sonno del suo carnefice durante il viaggio di ritorno verso Roma, in treno. Un carnefice di cui César Brie esegue una lettura pulita, non falsata da ideologismi: un sottoproletario borgataro vittima non giustificata di un sistema che lo ha burattinizzato.

Brie è senza dubbio un maestro del teatro contemporaneo e di lui si è detto molto. Dal suo lavoro traspare la poesia, e la forza che si cela in un uomo, prima ancora che in un regista, che sa perfettamente di cosa sta parlando giacché lo ha vissuto. Elegante e spietata, la sua regia ci sorprende con inserti fortemente ironici in cui piangendo si ride.

Uno spettacolo perfetto. Il migliore della stagione del Comunale di Pergine, che ha chiuso con un rilancio al territorio e alla città di Trento proponendo un lavoro che narra di Fausto Tinelli, un ragazzo di Trento morto perché credeva che un mondo diverso fosse possibile.

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