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Sanità: centro contro periferia

Problemi e demagogie di una contrapposizione. L’esigenza di razionalizzare, la facile scappatoia della centralizzazione, la protesta delle valli abbandonate. Sempre in attesa di una politica seria.

Non risulta semplice descrivere il pianeta sanità. Come si è letto in questi mesi, fare sintesi fra esigenze reali di chi vive in periferia e chi legge il tema vivendo nei fondovalle risulta esercizio quasi impraticabile. Molte persone, coinvolte nel settore più o meno direttamente (in provincia la sanità offre lavoro diretto a 7.700 lavoratori), anche in buona fede, hanno preso partito. Quasi sempre schierandosi per la scelta dell’accentramento anche perché non facilitati dalla demagogia espressa dal mondo politico, e perché il tema è stato semplificato e ridotto alla questione dei punti nascita e poi delle mammografie.

Chi scrive si definisce un partigiano della montagna, quindi sono uomo di parte e lavoro, in tutti gli ambiti sociali, per fare in modo che la montagna non venga privata di servizi al cittadino e che rimanga abitata, coltivata, vissuta nel pieno della dignità che può offrire. Nelle provincie con noi confinanti, si parli del bellunese, della Val Camonica o della Valtellina, il continuo taglio imposto ai servizi essenziali sta portando allo spopolamento della montagna, al suo impoverimento, al fallimento diffuso anche di località che fino a pochi decenni fa erano riferimento dello sviluppo: si pensi a Cortina d’Ampezzo o a Bormio.

Ma da partigiano riesco anche a leggere le esigenze reali dell’abitare le alte quote ed i doveri di evitare sperperi e garantire sicurezza nei servizi offerti.

Quello che sembra evidenziarsi, in tutti questi anni, è la mancanza di una autentica, complessiva politica sanitaria, e soprattutto - per la nostra Autonomia ancor più grave - di una seria bussola su come orientare i rapporti centro\valli. È evidente che manca un’idea di fondo, si seguono occasionali pulsioni elettoralistiche.

L’attacco alla sanità delle periferie è iniziato nel 1988 dalla Democrazia Cristiana e dall’allora assessore provinciale Erminio Lorenzini. Era sostenuto, allora come oggi, sempre da ragioni di efficienza, di efficacia e per offrire ai residenti servizi sicuri: la questione riguardava i posti letto e gli ospedali di Mezzolombardo, Ala e Borgo Valsugana. Il progetto venne stoppato dal sorgere di comitati combattivi, preparati, e dalla conseguente pesante sconfitta della Democrazia Cristiana in tanti comuni delle periferie trentine (1990).

Si arrivò ad istituire una unica Azienda sanitaria (già il termine azienda è emblematico di quanto si preparava): lentamente gli ospedali di Ala e Mezzolombardo, come doveva accadere, persero il loro ruolo storico e si iniziò un lungo depauperamento dei posti letto in tutti i nosocomi della periferia trentina, senza più lanciare proclami, senza fare riferimento a piani sanitari partecipati. L’Azienda decideva, quasi come una istituzione autonoma dalla politica, approfittando della lunga sequenza di assessori perlomeno inadeguati a sostenere un ruolo tanto strategico.

Cosa si decise? Innanzi a tutto è stata modificata la struttura dello stipendio dei medici: oggi poggia quasi più sugli indennizzi, sui progetti, su incarichi speciali e sugli obiettivi che sul reale stipendio. Ogni professionista, anche di livello infermieristico, se vuole difendere tali premi è costretto ad accettare le logiche imposte dall’azienda: se il professionista entra in contrasto con il primario, se si permette critiche alle scelte aziendali, l’anno successivo si vedrà privato di incarichi ben remunerati. In pochi anni il dibattito in azienda è stato ammutolito: anche negli ultimi tempi l’Azienda è intervenuta direttamente con sue circolari per impedire ai dipendenti di esprimere pubblicamente i loro pareri o avanzare critiche. Nel più assordante silenzio delle forze sindacali, tutte.

Contemporaneamente negli ospedali delle periferie (Borgo Valsugana, Tione e Cavalese) non venivano sostituiti i medici o i primari che andavano in pensione: si sono create figure a scavalco, gli spazi vuoti sono stati sostituiti da medici che provengono anche da fuori provincia, con costi per l’azienda consistenti, visto che bisogna pagare indennizzi superiori e trasferte. In questo modo al paziente di valle è venuto a mancare il medico di fiducia, un punto di riferimento, anche emotivo, passaggio non trascurabile quando si è malati.

In definitiva, quando la gente non protestava si è perseguita surretiziamente una centralizzazione per asfissia, salvo tornare indietro con iniziative casuali quando si è innescata la protesta.

Le liste di attesa, problema ormai più che decennale, sono diventate sempre più insostenibili: qualunque visita specialistica o cura ha tempi di attesa che si attestano su periodicità mensili, in qualche caso quasi annuali (riabilitazione, oculistica). Pur con parziali miglioramenti grazie alle prenotazioni on line, tali disagi hanno indotto il paziente, anche con patologie non proprio semplici, a chiedere servizi a pagamento.

Queste scelte di lungo periodo attuate dall’Azienda Sanitaria hanno portato i residenti della vallate a perdere fiducia nell’offerta sanitaria dei nosocomi periferici: i costi dei viaggi e dei servizi a pagamento sono stati scaricati sulle famiglie, i disagi per i parenti di tanti pazienti non fanno che aumentare, si pensi solo ai costi sostenuti per i lunghi viaggi, permessi dal lavoro, pranzi e parcheggi, visite ed ora anche esami privati.

Siamo così giunti alla situazione odierna. In cui questa dinamica contorta, questa serie di scelte screditanti, si intersecano con nuovi oggettivi problemi: la nuova carenza di risorse da una parte, dall’altra una medicina che fa continui progressi, ma attraverso l’utilizzo di macchinari sempre più costosi e complessi.

In questa situazione la politica ha ulteriormente vacillato. Di fronte alle proteste per le continue chiusure e centralizzazioni, prontamente cavalcate dai demagoghi, si è subito innescato il movimento contrario, l’opposizione a qualsiasi razionalizzazione. Esemplare il caso dei nuovi costosi macchinari per la mammografia: venuto a galla a seguito dell’infuocato dibattito sui punti nascita, si propone (Upt e opposizioni con il Patt a seguire) che bisogna dare una mammografia d’avanguardia per ogni valle (e perchè non una protonterapia?) e si demonizza l’assessora Borgonovo che replica, giustamente “è il paese di Bengodi”! (e non solo, è evidente che un centro dove si leggono 5 lastre alla settimana, è meno qualificato di uno dove se ne leggono 200).

Non abbiamo ancora parlato della situazione muraria delle strutture. A Trento si devono fare i conti con la megalomania dellaiana, un nuovo ospedale (preventivati costi superiori ai 230 milioni per i muri, più tutte le nuove attrezzature) peraltro bloccato da contenziosi al TAR, mentre al Santa Chiara si sono contemporaneamente spesi, nel volgere di pochi anni, 80 milioni in ristrutturazioni e ampliamenti. Ad Arco l’ospedale è nuovo, è costato cifre indicibili e il territorio dispone di un ospedale a Tione distante 40 Km e altri due, Rovereto e Trento distribuiti in altri 40 Km. Distanze che imporrebbero qualche ragionamento.

Cavalese

Nell’ospedale di Tione si sono spesi oltre 18 milioni di euro, ma il settore fondamentale da ristrutturare, il Pronto Soccorso, è oggi invivibile sia per chi vi lavora che per i pazienti.

Anche a Cavalese si sono spesi denari pubblici, ma dal 2005 i cantieri della ristrutturazione sono fermi e dei 13 milioni promessi negli anni 2000 si è visto quasi nulla. Reparti strategici come Pronto Soccorso, Laboratorio Analisi, Riabilitazione sono oggi impresentabili sia negli spazi che nella agibilità e sicurezza: sarebbe interessante invitare gli ispettori del lavoro, che sono dipendenti dell’Azienda Sanitaria, ad effettuare i doverosi controlli, ma è evidente la stridente contraddizione del ruolo fra controllori e controllati.

Oggi la situazione resa ingovernabile dai precedenti assessori (da Magnani (UPT), passando per Andreolli (PD) fino all’astuto presidente Ugo Rossi (PATT), ricade su un assessore del PD, Donata Borgonovo Re. L’assessora ha girato le nostre valli, ha strutturato una operazione ascolto che mai era stata sostenuta nella nostra provincia, che le hanno permesso di conoscere anche in particolari qui non accennati le criticità presenti nei territori. Ma anche lei alla fine decide con la logica del cittadino, e per di più si trova a gestire una situazione ormai consolidata: la mancanza di un vero piano della salute che armonizzi esigenze e priorità, la presenza di una Azienda scatola chiusa, che non diffonde dati scorporati sulle patologie nelle valli, ente privo di trasparenza, anche interna. Mentre il PD tramite la sua energica assessora prova a rimettere in ordine contabilità e servizi, i suoi alleati l’attaccano, anche direttamente.

Gli altri due alleati, UPT e PATT, invece navigano sereni. Tramite i loro sindaci sostengono le petizioni, riversano ogni responsabilità delle decisioni sulla assessora, alimentano la demagogia.

Puntano la raccolta di firme quasi esclusivamente sui punti nascita e sugli esami di mammografia, passaggi sensibili nell’opinione pubblica e nell’elettorato. Dimenticano le loro responsabilità anche recenti, i lunghi silenzi mantenuti mentre l’azienda sanitaria ha indebolito, anche sul piano della credibilità, gli ospedali di periferia. Un esempio: nel suo feudo elettorale, la valle di Fiemme, l’assessore provinciale Mauro Gilmozzi, mentre stanno demolendo i servizi essenziali che l’ospedale dovrebbe offrire, dal laboratorio, a radiologia alla riabilitazione, mentre da vent’anni si promette una ortopedia-traumatologia di eccellenza, con i cantieri aperti ma fermi da un decennio, in assemblee pubbliche propone il rifacimento dell’ospedale. 33 milioni i costi dice lui, senza specificare dove trovarli. Ed in valle di Non Panizza e Rossi, eredi e seguaci dei passati feudatari, accentrano competenze, imponendo primariati agli altri ospedali.

Gli ospedali periferici: un disservizio?

Rovereto

In conclusione, può esistere una sanità trentina razionale, economica, e che non abbandoni le valli?

Secondo noi sì, se si opera con coerenza e trasparenza. Innanzitutto chiariamo: non può più esistere-resistere una sanità diffusa a macchia di leopardo sul territorio. Ospedali ad esempio come quello di Ala o Mezzolombardo oggi non hanno più senso, e Borgo può diventare un Pronto Soccorso molto specializzato, niente altro.

La razionalizzazione deve potersi svolgere su tre direttrici. Innanzitutto due ospedali centrali (Trento e Rovereto) che forniscono tutti i servizi più le specializzazioni ma anche tra questi con l’accortezza di non avere doppioni almeno sulle chirurgie importanti. Così per la mammografia: si centralizza, non ha senso alcuna altra opzione.

Poi però cliniche specialistiche possono, anzi devono, essere collocate in valle. Ad esempio, proprio traumatologia a Cavalese: non quella che comporta politraumi con sospette conseguenze in vari organi, dove l’infortunato deve direttamente andare con l’ottimo servizio di elicotteri a Trento o Rovereto, ma quella del trauma localizzato. E lì ha senso puntare su specializzazioni di alto livello. Valli come Fiemme e Fassa, come la Rendena o Non e Sole, non offrono un servizio solo ai residenti, ma anche ai turisti, bacini di utenti che per lunghi periodi superano le 100.000 presenze. E per una specialistica molto mirata può benissimo esserci un pendolarismo inverso, dalla valle dell’Adige a quelle laterali.

E oltre la specialistica, i Pronto Soccorso degli ospedali di valle, soprattutto quelle turistiche, devono essere adeguati alle reali esigenze, sia negli spazi che nella disponibilità di personale. Insomma, questi ospedali non potranno offrire quanto si trova in un ospedale centrale, dove ragioni di costi, di efficacia del servizio, impongono gli accentramenti delle patologie complesse. Ma ad ognuno di essi andrà assegnata una sua forte specializzazione.

Questo in un’ottica che va oltre la pur necessaria efficacia della politica sanitaria. Perché deve essere contrastata, e in positivo, l’attuale deriva, che comporta perdita di alte e specifiche professionalità, mancanza di prospettive qualificate per i giovani, perché i laboratori diventano centri di prelievo, le radiologie hanno bisogno solo dei tecnici, la riabilitazione viene tutta delegata alle strutture private ecc.

Infine la deospedalizzazione. Qui stiamo parlando solo di ospedali, quando in realtà la sanità è molto più ampia, e tutta la prevenzione e le cure post ospedaliere, che dovrebbero essere decisive (pensiamo ad esempio proprio alla maternità, dalla preparazione al parto all’importantissimo periodo post partum) sono necessariamente ancorate al territorio, e dovrebbero avere ben altra centralità. Già ci sono concreti progetti per sviluppare questa nuova, doverosa centralità. Parliamo ad esempio della Casa della Salute, ideata dalla sinistra di Fiemme, ma già operativa in alcune regioni italiane: non è l’accorpamento degli ambulatori sparsi sul territorio come intesa da Rossi o Gilmozzi, bensì un centro che fornisce servizi al territorio, legando la struttura ospedaliera alla medicina di base. Si tratta di una struttura adeguata che ospita malati non gravi, o che affrontano lunghe riabilitazioni, sia traumatologiche che cardiache o di altre patologie, servizi ai malati di Alzheimer o disagi psicologici. Liberando gli ospedali da inutili e costosi ricoveri.

Da tempo in Trentino si sperpera nell’acquisto di macchinari ad altissima tecnologia. Come protonterapia, 130 milioni di euro che forse saranno una scommessa vinta, ma per ora sono stati spesi senza aver allacciato accordi con le regioni limitrofe, senza avere ottenuto preventivamente l’autorizzazione ministeriale, e soprattutto, a 10 mesi dalla consegna e collaudo della macchina, senza aver acquisito le capacità di utilizzarla. Vi sono comparti che hanno acquistato macchine non disponendo ancora di operatori capaci di farle funzionare. E per giustificare tali ingenti spese si tagliano i servizi nelle valli per portare più referti, più analisi possibili, più radiografie a Trento. Altro che risparmi, prima si soddisfano i desideri dei primari. E poi i costi della sanità vengono riversati sul cittadino che si ammala e sui suoi parenti. Anche perché, grazie ad insostenibili liste di attesa, lo si costringe a ricorrere a visite private o a ricoveri in cliniche private o esterne alla provincia di Trento. Sono questi i veri problemi che si devono affrontare, uscendo dalla demagogia localista e invocando, in provincia come nelle comunità di valle, una strategia vera e complessiva.

Non abbiamo parlato del ruolo dei sindacati. Dove si trovano, cosa fanno e perché mantengono un silenzio tanto preoccupante su un tema così delicato? Sono privi anch’essi di una strategia? O meglio non riescono a cogliere i reali bisogni delle popolazioni, non sanno leggere le esigenze dei territori e quindi sono incapaci di proporre nuova socialità?

Non è demagogia nemmeno chiedere all’ente pubblico perché opere che risultano insostenibili, sia nella costruzione che nella gestione, vengano ancora finanziate. Pensiamo al collegamento sciistico San Martino - Passo Rolle (65 milioni), ai debiti degli impianti di Folgaria e altre località, agli investimenti effettuati in scatole vuote e fallite come la cantina di Lavis, o perché in Trentino non sia ancora stata sostenuta la tassa di soggiorno nell’ambito turistico. Risorse gettate o rifiutate, preferendo tagliare in servizi essenziali per la popolazione, come l’assistenza sociale, la salute e prevenzione e la gestione del territorio.