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In Fassa si fa autocritica

Ma ancora non si riesce a uscire dalle politiche del passato con proposte concrete

Si è conclusa in valle di Fassa la concertazione nella costruzione del Piano preliminare territoriale del Comun General. Un piano partito all’ultimo secondo utile proprio nella prima comunità di valle nata in Trentino, un piano che fornisce solo linee di indirizzo, e che nel breve futuro, con un nuovo gruppo dirigente, dovrà essere concretizzato con la stesura di piani stralcio specifici.

La discussione è stata concentrata in un solo mese di lavoro, ma ha ribadito, con sorpresa, la presenza di una società civile che ha saputo approfondire l’autocritica sugli errori del passato (non solo le seconde case) e ha dimostrato la volontà di percorrere strade nuove per lo sviluppo, il lavoro, i giovani. Non era scontato che ciò accadesse in una valle che ha affidato al turismo ogni prospettiva economica. Così si sono sentite affermazioni secche: “Il territorio ce lo siamo mangiato”. “Non solo recupero, ma anche rinunce”. “Fare dei passi indietro”. “Un sistema che implode”...

In positivo ci si indirizza a recuperare un’idea di valle investendo nel lavoro, strutturando una formazione che sia la base dello sviluppo, per i lavoratori come per gli imprenditori. Parole strategiche come responsabilità, limite, qualità, filiere e sinergie fra economie diverse non sono solo slogan quando vengono condivise all’unanimità e divengono base strutturale per la pianificazione del futuro.

Non è casuale che si siano individuate tre emergenze in piano stralcio: l’ambito fluviale dell’Avisio, il piano del turismo e la rete delle riserve naturali (anche in questo caso si arriva comunque ultimi). Come non è stato casuale che argomenti concreti come la presenza di oltre 60.000 posti letto che non si riescono a riempire, le stagioni sempre più brevi e quindi lavori precari, la mancanza di prospettive di lavoro intellettuale per i giovani, si siano intrecciate con i problemi sociali: i servizi carenti, i temi dei giovani e dell’assistenza, la formazione scolastica, il valore della cultura e della lingua ladina slegata dal folclore ad uso turistico.

Mentre vanno riconosciute queste interessanti novità, non si possono tacere i limiti emersi, causati probabilmente dall’incapacità di affrontare con progetti concreti l’uscita da criticità che per anni hanno costruito un pensiero unico.

Il primo problema è istituzionale: le altre comunità di valle hanno costruito piani territoriali reali e completi, non si sono limitate alla stesura veloce di un piano preliminare, di una scatola che brilla ma rischia di rimanere priva di ricadute concrete. L’altro limite è emerso nell’ultima riunione, non appena su alcuni temi si è andati nel concreto. Ad esempio, sulla moratoria alla costruzione delle centraline idroelettriche, che in Fassa interessano ormai ogni affluente dell’Avisio, sicché i corsi d’acqua sono stati portati a un quasi totale esaurimento della risorsa e della biodiversità. Eppure sulla moratoria sono emersi dubbi. Come del resto la discussione sul valore del bosco è stata superficiale: ci si lamenta del troppo bosco, dei rivi coperti da vegetazione “disordinata” e per ordine si intende la banale pulizia assoluta.

Un altro passaggio, ben più preoccupante, ha riguardato la proposta di chiusura ad ore dei passi dolomitici, specie di quelli attorno al giro del Sella. Quasi all’unanimità si è preferito scegliere il pedaggio (ma su nessun passo delle Alpi il pedaggio ha limitato il traffico privato), bloccati dai soliti timori che ricadono sui rifugi in quota e sui negozi sui passi e sulla necessità delle provincie di fare cassa, perché non hanno più nulla da investire nella manutenzione stradale. Non si è voluto nemmeno proporre una mediazione sulla riduzione delle ore della chiusura.

Da questi limiti risulta evidente che la proposta dell’ambientalismo locale di fare di Fassa un distretto culturale ancorato a Dolomiti Unesco rimarrà una pia illusione. Al di là della capacità critica, non è ancora presente, né fra gli amministratori, né fra gli operatori economici, la volontà di invertire la cultura che ha portato Fassa nel vicolo di uno sviluppo senza limiti. Se su temi tanto semplici si è assistito a simili scivoloni, proviamo a immaginare cosa accadrà fra qualche mese quando si discuterà nel concreto di aree sciabili, di rifugi e strade in quota, di riconversione degli alberghi e seconde case dismesse.

Ma nonostante i limiti conclusivi del dibattito, si deve prendere atto che la valle discute con coraggio e ha compreso l’origine degli errori che hanno portato al consumo del paesaggio e della vera ricchezza di questo territorio: la bellezza, un bene comune da trasmettere alle generazioni future. Non è un passaggio di poco conto.