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Ma non è una cosa seria...

Con questo articolo ha inizio una rubrica intitolata “Politichetta”. L’intento di queste analisi sarà quello di smascherare la cattiva politica nonché di “tradurre” per il lettore il profluvio di buone intenzioni di cui i nostri rappresentanti inondano i giornali. Il potere gronda di “lacrime e sangue” di machiavellica e foscoliana memoria, ma pure di vanità e vuoto. Se la politica trentina cancella i contenuti, basandosi esclusivamente su personalismi, cordate, posizionamenti, candidature, poltrone, ci tocca parlare di questo. Certo non è un bello spettacolo, è appunto “politichetta”.

Di chi è la colpa di questa situazione? Ovviamente dei giornalisti (e naturalmente noi tra i primi). Questa è la difesa della casta. Chi critica è disfattista, non fa bene all’autonomia. Occorre invece incensare sempre chi sta al potere. Parlare pochissimo delle scelte che mobilitano milioni su milioni di euro, nascondere gli angoli polverosi, evidenziare le cose che funzionano. Perché altrimenti si fa il gioco dei “populisti”.

E invece no, occorre riportare sulla terra i nostri politici. Farlo anche strattonandoli, gridando le cose che non vogliono sentirsi dire. Questo il compito dell’opinione pubblica libera e democratica.

Disconnessi dalla realtà

In queste ore si stanno decidendo le candidature per il congresso del PD trentino previsto per il 29 maggio 2016. Il termine ultimo per depositare le candidature a segretario è il 4 aprile. L’elemento nuovo sembrerebbe essere la proposta di “Generazione PD”, il gruppo dei “giovani” che ha lanciato Elisabetta Bozzarelli, già segretaria cittadina di Trento. Staremo a vedere. Il problema è sempre lo stesso: nuovi tentativi, nuovi volti, metodi e modi di ragionare identici a quelli di sempre.

Questi rampolli, sicuramente di belle speranze ma di solito del tutto ignari delle questioni concrete sul tappeto, non possono, non riescono o non vogliono dare valutazioni precise sull’operato dei propri amministratori. Educati a stendere cervellotici documenti, incentrati su geometrie interne, equilibrismi, e “regole” (vero totem che nasconde il vuoto), rischiano di incartarsi nel politichese o essere bruciati dalle nefaste influenze dell’attuale dirigenza. Probabilmente Alessio Manica (capogruppo in Provincia), Bruno Dorigatti (presidente del Consiglio provinciale) e addirittura il sempiterno Roberto Pinter, già vicepresidente in Provincia, li appoggeranno, ma solo per motivi di schieramento e di cordata. Gli assessori Ferrari e Zeni stanno per ora alla finestra, ma le loro simpatie vanno in questa direzione.

Il nome “forte” del gruppo avverso (quello per intenderci che raggruppa la maggior parte degli altri capi bastone) è il vicepresidente della giunta provinciale Alessandro Olivi. I giornali sono stati riempiti da sue interviste di questo tenore: bisogna rilanciare il PD, l’azione di governo non è stata efficace, dobbiamo superare i dissidi interni, sono disposto a “sacrificarmi” per la causa, candidandomi alla segreteria.

Ma come? Sei il vice presidente della Giunta, sei il massimo esponente del partito al governo, eri tu che dovevi dare al PD maggiore visibilità, eri tu che dovevi dare la prova del protagonismo dei democratici: se l’azione amministrativa non funziona, la colpa è anche tua, soprattutto tua.

E cosa si propone invece Olivi? Di prendere le redini del partito per “rilanciarlo”. Un’assurdità. Eppure personaggi intelligenti e scaltri, come i parlamentari Nicoletti e Tonini, danno corda a questa proposta, ringraziando il “generoso” Alessandro.

Questa cordata è abbastanza eterogenea e annovera nelle sue fila personaggi diversi tra loro come la vecchia volpe on. Gigi Olivieri, il sindaco di Trento Alessandro Andreatta, e pure il consigliere provinciale Mattia Civico, già nella robusta pattuglia degli ex semi-eretici “kessleriani”, ora improvvisamente convertitosi al valore dell’unità dei democratici. Un’unità che potrebbe essere rappresentata dal pacifico Italo Gilmozzi, una figura senza troppe pretese, ma comunque in grado di calmare gli animi con il solito sistema del “vogliamoci bene” senza disturbare i manovratori. E Olivi e gli altri potranno comodamente predicare e illudere standosene seduti in poltrona.

Ma qualsiasi nome si proporrà o verrà proposto, non potrà cambiare di un millimetro la situazione. Sono quasi vent’anni ormai che la sinistra, attraverso le sue varie sigle, e adesso il PD, annunciano rilanci, nuove fasi, assunzioni di responsabilità, ruoli guida… salvo poi adagiarsi nel sottogoverno. Troppo poco è affermare: “La riconferma di Rossi non è scontata”. Perché? Cosa farebbe il PD se avesse il presidente della Giunta? Ci sono stati errori? Quali programmi vanno cambiati?

Nulla di tutto questo; parlare di cose concrete è troppo faticoso. Meglio l’aria fritta del politichese più stretto.

È la stessa dinamica che avevamo visto ai tempi di Dellai, e poi ancora nel dopo Dellai. Cosa non andava nel governo dellaiano, cosa andava cambiato, in nome di quale continuità o discontinuità si rivendicava la guida della Provincia? Domande inevase, risposte sempre rasoterra, tendenti allo zero assoluto. Allora si pensava per via della subalternità al potente alleato; oggi Rossi è meno potente, è chiaro che lo si vorrebbe scalzare, ma ancora non si sa dire in nome di cosa. E allora nasce il sospetto: non si dice niente perché non si sa dire niente.

Il fatto è che i dirigenti del partito sono disconnessi dalla realtà. Avulsi completamente dai problemi concreti, i ragionamenti alchemici di onorevoli, assessori, consiglieri provinciali, giovani e meno giovani, portaborse di secondo rango, tutti incentrati su accordi, alleanze, cordate, escono dai confini della logica. “Tutto ciò che è reale, è razionale”. Hegel insegna: tutto quello che accade ha una sua logica, una sua spiegazione chiara e coerente; ma una logica comprensibile soltanto a loro.

Se togliamo questa coltre di fumo, appare la vera questione. Che ancora non riguarda il Trentino – figurarsi! – bensì, come sempre, gli affaracci loro. A dividere, e ferocemente, è la onnipresente questione delle candidature, per Roma quando si terranno le politiche, per Trento per le provinciali 2018. È triste constatare che tutto questo affaticarsi congressuale ruota intorno alle poltrone, o meglio, alla griglia di partenza per conquistare le poltrone. Il resto è contorno.

Cronache marziane

Ciò ovviamente avviene in maniera quasi identica negli altri partiti. L’UPT riesce a fare persino peggio. Le cronache marziane da quel partito sono le seguenti. Dellai, per salvare se stesso dopo il fallimento della sua legislatura romana (partito con velleità da ministro o da presidente della Camera, è oggi un isolato, peregrinante tra gruppuscoli di cui nessuno ricorda i nomi), lancia una “nuova” iniziativa, varando l’ennesima inutile Associazione culturale: qualcuno gli crede ancora, forse ce la farà a ottenere una candidatura. L’assessore TizianoMellarini vince il congresso e subito è costretto a cambiare retroattivamente lo statuto del partito pur di stare in sella: obiettivo Roma o in subordine una nuova corsa per le provinciali, con un partito nuovo però. Si parla di un rassemblement “civico” con a capo l’assessore Carlo Daldoss (l’unico della Giunta Rossi ad avere riscosso significativi apprezzamenti, non accasato in alcun partito e per questo particolarmente corteggiato) e con la presenza del sindaco di Rovereto Valduga junior e di qualche altro sindaco “né di destra, né di sinistra”. Idem per l’assessore MauroGilmozzi, anch’egli alla ricerca di una riconferma. Intanto, in un clima surreale, il partito cerca di darsi una struttura, si parla di formazione, partecipazione. Qualche ingenuo ci crede. O forse tutti sono già in campagna elettorale.

La lotta sorda tra Dellai e Mellarini si ripercuote sul comune di Trento. La giunta Andreatta bis, gracilissima prima ancora di nascere, è oggi in balia dei mal di pancia del CCD (tranquilli, Casini non c’entra, è la sigla di “Cantiere Civico Democratico”, l’ultima matrioska di Dellai) e i dispetti di Panetta e Castelli (già assessori non riconfermati) e grandi elettori del segretario Mellarini. “Occorre il rimpasto!” gridano dall’UPT. Perché? Qualche dissidio su cose concrete? Ma no! Bisogna invece “rispecchiare nella composizione della giunta comunale” i nuovi equilibri interni al partito. Siamo tornati ai tempi di De Mita. La politichetta genera mostri, anzi mostriciattoli.

Il dibattito dunque verte su una sola disciplina: la geometria. Chi e quanto Tizio è più vicino a Caio e quanto è lontano da Sempronio. Il dramma PD è: Rossi vorrà costruire una coalizione centrista? Era lo spauracchio dei tempi di Dellai. A Roma c’era il mostro Berlusconi e allora tutti, per carità di patria, seguivano i diktat del leader Lorenzo. Oggi Rossi è molto più debole e potrebbe tentare avventure rischiose. Ma anche il suo partito è una groviera. La surreale vicenda del presidente per un giorno Carlo Pedergnana, rovinato da foto, giovanili e giovaniliste, che lo ritraggono in equivoche pose fasciste (saluto romano e bacio a un santino del Duce, vedi a pag. 49 “Sfogliando s’impara”) e difeso dal segretario Panizza (“Tutta colpa della macchina del fango”) indicano una cosa sola: nel PATT non si crede più a niente, tutto fa brodo. Se a questo aggiungiamo l’occupazione militare (non costituita da “militari di carriera”, ma da reclute dell’ultima ora) di ogni possibile spazio burocratico e luogo di potere della galassia provinciale, si comprende la totale inadeguatezza del personale politico, per il quale politica e poltrona sono la stessa parola. Tolto il sottopotere rimangono gli Schützen e il “saluto al duce”. Il paradosso, forse il ridicolo.