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Politica fiscale?

“Fisco, contribuente, giustizia” è stato il titolo di una tavola rotonda promossa dal consigliere provinciale Filippo Degasperi del Movimento 5 Stelle a Trento, nell’ampia sala della Regione.

Il tema è evidentemente centrale. Nella società occidentale come si è andata delineando negli ultimi decenni, le disparità sociali si sono via via accentuate: una dinamica accettata finché anche i ceti popolari vedevano migliorare la propria posizione; non lo è più ora, quando i ricchi continuano a diventare più ricchi, mentre i non ricchi hanno iniziato a impoverirsi e a temere per il proprio futuro. La distribuzione della ricchezza è quindi diventato il tema vero. Al cui interno però – come diceva chi scrive nel presentare il dibattito, di cui era moderatore – difficilmente si riconosce l’importanza della fiscalità: il liberismo degli anni ’80 (quello promosso da Reagan e Tatcher per intenderci) ha stravinto, spegnendo perfino il ricordo di quando, negli anni ’60, i profitti dei ricconi venivano tassati, negli occidentalissimi Stati Uniti e Inghilterra, al 90% e oltre.

Bene, in tale situazione economica, sociale e culturale, come si situa il Movimento 5 Stelle, che evidentemente organizza eventi come quello di cui parliamo, senz’altro come momento di propaganda, ma anche di crescita, per attrezzarsi a governare?

Diciamo subito che il focus dell’iniziativa era, parzialmente, diverso: più che stabilire chi debba pagare le tasse, e quanto, si discuteva di come, con quale equità, vengono riscosse. Alla mia domanda “Ma insomma, non si capisce: volete che si paghino più o meno tasse?” la risposta era “Vogliamo che si paghino meglio”.

Che è un po’ sfuggire il problema. Ma anche metterne a fuoco i presupposti: se non riesci a stabilire chi è ricco e chi non lo è, è inutile parlare di politica fiscale.

Infatti i relatori – avvocati fiscalisti, ma soprattutto i dirigenti nazionali di Dirpubblica, sindacato dei pubblici dipendenti e dirigenti – dipingevano un quadro decisamente preoccupante. Che possiamo così sintetizzare: da una parte ci sono tutta una serie di ricche realtà – perché potenti, perché protette, perché furbescamente attrezzate con studi fiscali e conti esteri – che pagano molto ma molto meno di quanto dovrebbero. Di fronte ad esse lo Stato alza bandiera bianca: accerta mancati pagamenti per milioni, e poi “contratta” sostanziose riduzioni, e infine si accontenta di quattro spiccioli effettivamente versati.

Dall’altra parte invece lo Stato è feroce: la piccola impresa, se solo si sbaglia di 10.000 euro, ne finisce con il pagare 5 volte tanto. In conclusione di dibattito sono intervenuti alcuni imprenditori, rovinati da tale meccanismo, che hanno raccontato, e con comprensibile calore e anche animosità, le loro storie. Vicende peraltro note: quello che impressionava era che quei vissuti fossero la traduzione nella realtà sociale delle storture che prima gli stessi dirigenti statali avevano denunciato.

E non si tratta solo – cosa che peraltro è eclatante – di mancanza di equità, la multinazionale che non paga e l’artigiano che viene fatto fallire; si tratta anche di masochismo, di sabotaggio dell’economia nazionale “stiamo tagliando il ramo su cui stiamo seduti”: spingere la piccola impresa al fallimento, non porta certo a maggiori introiti. E, ripetiamolo, erano gli stessi dirigenti e sindacalisti del settore a denunciare questa deriva.

I relatori affrontavano anche le cause di fondo e i possibili rimedi: una legislazione meno contraddittoria (e meno furbesca, vedi la finta soppressione di Equitalia); un’organizzazione gerarchica più definita e meno soggetta alle intrusioni della politica; e soprattutto un ritorno ai concorsi statali per le posizioni dirigenti, che oggi sarebbero ricoperte da persone che come merito hanno soprattutto l’appartenenza politica.

Noi non sappiamo se questa analisi sia completa e se possa effettivamente portare a un cambio di passo nella gestione della raccolta dei tributi. E, come dicevamo in apertura, ci sembra solo una parte del più ampio problema della politica fiscale. Parimenti ci sembravano molto ottimistiche le aspettative che i relatori esplicitamente riponevano in un cambiamento che avrebbero potuto operare i 5 Stelle al governo. Ma indubbiamente va riconosciuto che il dibattito è stato decisamente interessante, positivo e propositivo. Complimenti.