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Itas: ci hanno scippato la Mutua

Di Benedetto si prende la Mutua, Isa e tutto il Trentino se la sono fatta soffiare. Troppo disattenti, o forse troppo furbi. Un'ultima, esile speranza: il Tribunale...

Raffaele Agrusti

Si era levata alta la protesta contro la nomina di Raffaele Agrusti a direttore generale di Itas. E ce n’era ben donde. Agrusti è uomo di sicura esperienza nel campo – manager di Assicurazioni Generali – ma proprio dalla compagnia triestina se ne era andato con uno strascico di liti giudiziarie e di indagini per ostacoli alla vigilanza. Procedimenti peraltro risoltisi tutti positivamente, ma forse non era il caso di affidare Itas a un direttore generale su cui ci sono alcune nubi, quando il precedente lo si è dovuto allontanare per accuse di gravi, diffuse irregolarità. Ma non era tutto: Agrusti infatti proviene da Pordenone, come il presidente di Itas Di Benedetto; non solo, ma suo fratello Michelangelo venne condannato a due anni e mezzo (in primo grado, prescritto in secondo) nella stesso procedimento giudiziario che vide agli arresti lo stesso Di Benedetto. Ora, a parte il fatto che a suo tempo non era forse (usiamo un eufemismo) il caso di eleggere presidente della Mutua una persona con un passato decisamente burrascoso come Di Benedetto, meno che mai era il caso che adesso si circondasse di uomini provenienti da quell’ambito territoriale e culturale.

Anche perché proprio Di Benedetto all’ultima assemblea di Itas aveva volutamente creato una contrapposizione tra i trentini dipinti come lenti ed arretrati che si attardano dietro a scandaletti, messi di fronte al resto d’Italia innovativo e dinamico; e per di più aveva in cantiere una modifica statutaria per permettere lo spostamento della sede legale, lontana dalla stantia Trento.

In questo quadro era chiaro il significato della nomina di Agrusti: cementare un vertice extra-trentino, di disinvolti amici d’infanzia.

Di qui il comunicato di protesta, della stragrande maggioranza dei delegati trentini capitanati dall’innovatrice della cooperazione Marina Mattarei, che poneva dei paletti rigidissimi alla nuova nomina: da vararsi con votazione unanime del cda, riferita a una persona di specchiata trasparenza con un curriculum senza macchie (e tra “le macchie” erano espressamente indicati proprio i trascorsi di Agrusti). Anche i sindacati condividevano il No robusto ad Agrusti, la cui nomina, nel cda del 19 maggio, non passava.

Tre giorni dopo, il 22 maggio, Di Benedetto usciva sui giornali con il vestito dell’agnellino: “cerchiamo una soluzione condivisa… sarà una decisione collegiale… terremo conto dei contributi come quelli degli amici delegati…” Gli “amici” delegati apprezzavano: “Buoni segnali dal cda”. Che difatti lo stesso giorno votava, a maggioranza (contrari i due trentini Ilaria Vescovi e Danilo Zanoni) Agrusti, imposto senza se e senza ma da Di Benedetto. E il Trentino? Gli si dava il premiuccio di consolazione, la vicepresidenza ad Alessandro Molinari, trentino di nascita, ma di cui è facile intuire il destino se solo osasse infastidire la corazzata Di Benedetto-Agrusti.

Ora è logico prevedere che i due di Pordenone possano rivedere il regolamento e lo Statuto per meglio blindare il meccanismo di nomina dei delegati, e spostarlo definitivamente nelle mani degli agenti veneti e lombardi, controllatissimi dalla presidenza. Poi prolungare il mandato di Di Benedetto, che possa svolgerne un quarto e un quinto, fino a compiere 80 anni, poi si vedrà. Infine spostare la sede da Trento, ormai infida.

A tale proposito, il nostro riveste i panni dell’agnello, il 24 maggio si sente in dovere di assicurare: “Itas non lascerà mai Trento”.

Ecco, adesso siamo sicuri.

Lo scandalo Itas ha quindi rivelato una dinamica già in atto: l’appropriazione della Mutua da parte di una persona. Il quale, partito come agente, poi come rappresentante degli agenti, è arrivato a Presidente, ed ora, di fatto, si è costruito un proprio, personalissimo potere, basato sul controllo degli agenti sparsi nel territorio nazionale. Ricordiamo infatti come lo strampalato Statuto della Mutua stabilisca che l’organo supremo, l’Assemblea Generale, sia formato da delegati (192) eletti dai 700.000 soci (gli assicurati) attraverso delle assemblee di base. Di qui il ruolo preminente degli agenti Itas, che non possono diventare delegati, ma organizzano e indirizzano le assemblee di base che per Statuto, sono convocate non mediante lettera, ma semplice avviso in Agenzia 15 giorni prima. E quale socio, che è un semplice assicurato, a Vicenza o a Tortona, passa dall’assicurazione ogni dieci giorni? Chiaramente nessuno: insomma, fuori dal Trentino, dove di Itas non è che si discuta sui giornali, delle assemblee viene a conoscenza solo chi ne viene avvisato dagli agenti. La società, ingranditasi territorialmente, è in mano a loro, e a chi ora li controlla, ossia Giovanni Di Benedetto.

Il Trentino ha perso la sua Mutua.

Come controprova, vediamo le reazioni dei giornali alla vicenda. L’Adige, stranamente, ha avuto una posizione neutra, il suo direttore Giovannetti, in genere penna acuminata, di Itas non si è occupato, i titoli sono stati neutri o perfino soddisfatti dell’esito “Itas, Di Benedetto va in gol con Agrusti”, affiancato da un box: “Gli agenti: direttivo soddisfatto. ‘Un primo passo fondamentale’”. Nessun accenno alle peripezie giudiziarie di Di Benedetto.

Il Corriere del Trentino invece il passato non encomiabile del presidentissimo lo ha tirato fuori, ha dato voce ai delegati trentini (“L’ira dei delegati: ‘Sconfortati ed indignati’”), ed ha sempre seguito la vicenda con puntualità e anche preoccupazione.

Più estremo il Trentino. In genere cauto e felpato, le pagine dell’Economia rigonfie di veline, su Itas si è scatenato, con commenti durissimi, spiattellando non solo le vicende non commendevoli di Di Benedetto, ma anche quelle del fratello di Agrusti, proposte nello stesso giorno in due diversi articoli, caso mai il lettore distratto non capisse. Bene, il Trentino come QT, o come il Fatto quotidiano? Alberto Faustini come Marco Travaglio? Sarebbe un’interessante evoluzione.

Noi invece la leggiamo in relazione al caso specifico, e ai giochi di potere in corso. Il Trentino, come noto, vede tra i proprietari Isa, la potentissima finanziaria vescovile.

Giovanni Di Benedetto

E è proprio Isa, a risultare sconfitta dalla scalata di Di Benedetto. Isa e Itas infatti hanno in questi anni costituito un binomio inscindibile. Per un certo periodo anche con Fondazione Caritro – che però da circa un anno si è sganciata – sono state i veri “poteri forti” della provincia, che con le loro scelte condizionavano la politica urbanistica (vedi quartiere Le Albere) e la politica tout court. Avevano – hanno ancora – profondi intrecci societari, come ha spiegato Gianfranco de Bertolini nel suo libro “L’affare ex-Michelin”: nel corso degli anni si sono scambiati amministratori, oggi lo stesso Di Benedetto è anche nel cda di Isa, e Isa (soprattutto attraverso Ilaria Vescovi) è rappresentata nel cda di Itas. Erano le due finanziarie del Trentino, espressione entrambi del mondo cattolico, agivano sempre di conserva.

Ora Itas se ne va. Diciamolo brutalmente: il Trentino si è lasciato scippare la sua Mutua, costruita attraverso anni di lavoro. E Isa si è lasciata scippare il partner, che ne amplificava la potenza a dismisura.

E attenzione, Itas non se ne sta andando via perché scalata da un paperone che ci ha messo i soldi; ma perché conquistata da un politicante di Pordenone, di non limpidissima fama, che ha saputo mettere nel sacco quelli che a Trento si credevano i più furbi e potenti.

Perché il punto è questo: come hanno fatto i trentini, come ha fatto Isa, a piazzare al vertice della Mutua un uomo con il passato di Di Benedetto? E a fidarsene ciecamente, almeno fino all’assemblea del mese scorso quando, troppo tardi, l’uomo simbolo di Isa, Giorgio Franceschi, lo ha inopinatamente attaccato frontalmente?

A nostro avviso è la sconfitta dei troppo furbi. Di quelli che mettono in secondo-terzo-quarto piano la questione etica. Salvo poi accorgersi, ma troppo tardi, che senza etica si va a rotoli. E arrivano a sperare che una persona perbene come Marina Mattarei, che altrimenti mai filerebbero, riesca a coagulare un movimento che contrasti, sul piano della dignità, l’avanzata del politicante friulano. Ma anche Mattarei, e non per colpa sua, forse è arrivata troppo tardi.

C’è poi il versante giudiziario, la spinosa questione Grassi-Gnesetti che ha scoperchiato il pentolone. In essa Di Benedetto ha fatto il pesce in barile: non sapevo, sono parte lesa ecc. E contemporaneamente ha cercato, fino all’ultimo di non scoprire Grassi. Anche in questi giorni: quando, dopo la sentenza con cui il giudice del lavoro dà al 50 % ragione a Gnesetti (obbliga Itas al pagamento di 22 mensilità, ma non al reintegro) e quindi sostanzialmente ne avvalla la ricostruzione dei fatti, l’avvocato di Itas (di Itas, non di Grassi) in un comunicato del 13 maggio sostiene invece che della Gnesetti sono state accertate “le scorribande in negozi di lusso per ben 388.000 euro nel solo 2013… una enorme appropriazione di oggetti di lusso, accessori griffati e costosi beni di abbigliamento, che negli anni aveva comperato per sé in numerosi negozi, facendoli pagare ad Itas con vari artifici”. Ora questa ricostruzione, che fa risalire alla sola Gnesetti, ladra compulsiva (ma dove li avrà stivati tutti quei beni di lusso?) la responsabilità degli acquisti griffati, è non solo fantasiosa, non solo contro le evidenze della magistratura che difatti ha chiamato in correo Grassi, ma pone una domanda: come mai l’avvocato di Itas, cioè Itas, continua a coprire in questa maniera il licenziato Grassi?

Questa strategia però cambia bruscamente il 18 maggio, quando Di Benedetto – finalmente! – querela Grassi. Come mai? Come mai così tardi? Anche perché con la querela Di Benedetto si trova scoperto di fronte all’ex-direttore, il cui avvocato risponde con frasi vagamente minacciose: “Fino ad oggi siamo rimasti silenziosi per il bene della società” e poi giù diversi riferimenti alle continue coperture e riconoscimenti di correttezza ricevuti da parte di Itas, la cui valutazione “è sempre stata ben diversa da quella che invece emerge oggi. Prendiamo atto di questa novità”.

In poche parole, anche il ruolo di Di Benedetto in tutta la questione, non è per niente chiaro. E ci pare di capire dalle sue mosse, che lui non sia tranquillo come invece ostenta.

Insomma, un alt a Di Benedetto potrebbe venire dal Tribunale.

Siamo alle solite: la società non riesce a gestirsi, e si aggrappa, ultima dea, alla magistratura. E meno male che la magistratura c’è, e ispira abbastanza fiducia. Ma le cose, così, non vanno bene.