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“(S)legati” e “Un alt(r)o Everest”

Due intense storie di amicizia e di montagna

“(S)legati”

Due storie di amicizia e di passione per la montagna, strettamente correlate nei temi ma profondamente diverse. Si possono definire così, in sintesi, “Un alt(r)o Everest” e “(S)legati”, produzioni ATIR Teatro Ringhiera in scena l’una al Teatro di Pergine l’11 ottobre, l’altra la sera dopo al Teatro di Meano. Un doppio, intenso appuntamento organizzato da ariaTeatro in collaborazione con la SAT. Per comodità espositiva e giustizia artistica è preferibile privilegiare l’ordine cronologico di creazione all’ordine di visione.

L’avventura di cui si vuole parlare parte infatti da “(S)legati”, uno spettacolo con oltre 220 repliche all’attivo (qualcosa vorrà dire), quello che ha dato il nome alla compagnia, il capostipite del filone di narrazione di montagna dell’affiatatissima coppia Mattia Fabris-Jacopo Bicocchi.

Ispirato al best seller “La morte sospesa”, “(S)legati” racconta l’incredibile storia degli alpinisti Joe Simpson e Simon Yates, i primi al mondo a tentare la scalata dalla parete ovest del Siula Grande, nelle Ande peruviane. Un sogno ambizioso che, dopo estenuante fatica, si realizza. Raggiunta la vetta (6536 metri), è il momento della discesa.

Qui però la vita fa lo sgambetto: scendendo lungo una ripida parete innevata, Joe perde l’appoggio e si rompe una gamba. Un terribile incidente che a quota 5800 significa morte praticamente certa. Simon cerca allora di calare il compagno alla base con laboriose manovre di corda, finché la parete è interrotta da uno strapiombo. Simon non riesce a issare l’amico e rischia di venire anche lui trascinato nel vuoto. Rimane un’unica via d’uscita, una scelta tragica ma obbligata: recidere la corda. Un gesto all’apparenza mortifero, che però alla fine si rivela salvifico, dato che, pur miracolosamente, sia Simon che Joe sopravvivono.

Fabris (Yates) e Bicocchi (Simpson) sanno trasportare lo spettatore in alta quota, rendendo tangibili l’adrenalina, la gioia, il dolore fisico, il terrore, la sofferenza, il senso di abbandono, l’immensa forza d’animo. Il tutto senza nient’altro che una corda (emblema di un legame di fiducia estrema, reciproca, interdipendente e metafora delle relazioni umane), l’abbigliamento da scalata (la giacca diventa coperta per la notte, le scarpe le estremità della tenda del campo base), le loro voci e i loro corpi (rappresentare Joe dolorante sospeso sul precipizio richiede uno sforzo notevole).

Bastano questi pochi elementi, uniti alle musiche di Sandra Zoccolan e ai poetici giochi di luce, per creare uno spettacolo capace di evocare immagini, provocare emozioni forti e universali e tenere con il fiato sospeso.

Un alt(r)o Everest” nasce dall’onda lunga di “(S)legati”, simile ma complementare. È un’altra storia vera, quella poco nota di Jim Davidson e Mike Price, due amici che decidono di scalare quella montagna che in America deve affrontare chiunque voglia definirsi alpinista: il monte Rainier. Ci sono i preparativi, la partenza, la scalata, la conquista dell’ambita vetta. Sulla via del ritorno però un ponte di neve nascosto crolla sotto i loro piedi. Un salto nel vuoto di 25 metri è fatale per Mike, lasciando Jim solo in fondo al crepaccio. Devastato dalla perdita del compagno, il superstite deve scegliere: o la morte per ipotermia o un’arrampicata lungo una parete verticale di ghiaccio. Jim sceglie la seconda opzione e affronta una prova di resilienza che lo cambierà per sempre.

È un punto di non ritorno, un cammino impensato dentro la profondità del legame tra i due amici. Jim si sottopone alla sfida anche e soprattutto per onorare lo sfortunato Mike, che continua ad essere per lui una presenza viva attraverso un dialogo intimo e incessante, che nello spettacolo prende forma di lettera. L’amicizia vera non si dissolve nemmeno quando la vita separa.

Anche stavolta Fabris (Price) e Bicocchi (Davidson) agiscono con enorme bravura in una scena essenziale ed evocativa. Gli unici oggetti di scena sono due sedie scomponibili e ricomponibili (al pari della scena, opera di Maria Spazzi), che a seconda delle necessità si trasformano in poltrone da american pub, sedili d’auto o strumenti di sostegno per la scalata.

Dopo una parte iniziale che francamente non entusiasma, la pièce decolla quando entra nel vivo del dramma, quando dialoghi e monologhi attraversano i profondi abissi dell’animo umano. Momenti, questi, dove il tasso poetico si innalza, anche grazie ai giochi di luce di Alessandro Verazzi e all’apparato musicale di Sandra Zoccolan e Silvia Laureati.

Due storie affini ma diverse, l’una complementare all’altra, si diceva.

(S)legati” racconta di una separazione che porta i protagonisti a considerarsi vicendevolmente morti, nel momento più drammatico non una cordata ma due singoli, salvo poi ritrovarsi entrambi salvi. “Un alt(r)o Everest”, invece, presenta un legame che nemmeno la precoce scomparsa di uno dei due componenti spezza, così forte da resistere al dolore per la perdita, tanto che a lungo si pensano i personaggi ambedue vivi. Due esiti sospesi tra vita e morte. Due facce diverse di esperienze al limite. Due storie che, partendo dalla montagna, offrono lo spunto per riflettere su salite e discese, successi e fallimenti, sfide e limiti, scelte e imprevisti che la vita ci pone davanti.

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