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Quale tonca?

La nuova formula utilizzata nelle ultime Feste Vigiliane non sembra convincere tutti, molti sono affezionati alla tradizione.

Non nascondo una qualche perplessità nel dedicare una intera pagina al dibattito, breve ma intenso, sviluppatosi attorno alla “tonca” delle Feste Vigiliane di quest’anno. Figurarsi, coi tempi che corrono, con i guai che ci assediano! Ma insomma, due futili interrogativi mi stuzzicavano.

Primo: lo spettacolo di quest’anno, con la decisione di processare, anziché un personaggio con nome e cognome, un peccato mortale (l’accidia, che avrebbe “trasformato lentamente dei fieri montanari in un popolo di pigroni”), e poi l’evento nel suo insieme, hanno soddisfatto e divertito gli spettatori?

L’Adige non ha dubbi e scrive a più riprese: “La tonca delude i trentini... Una formula che non ha conquistato il pubblico: la gente trattiene gli applausi... Tra gli spettatori serpeggia una certa delusione. Anche la messinscena è meno coinvolgente... Mancano anche i giannizzeri, alla fine sono i vigili del fuoco a calare in acqua il condannato... Insomma, dai pareri raccolti, il verdetto del pubblico trentino non è stato dei migliori”. E anche sul Corriere abbiamo letto soprattutto critiche.

Ma gli organizzatori e gli attori sono di altro avviso: “Decine e decine di spettatori sono venuti a complimentarsi e ci hanno ringraziato per aver portato una ventata di aria nuova. Siamo riusciti a intercettare un pubblico nuovo, fatto di giovani che erano alla ricerca di una proposta diversa”.

Conclusione: non se ne esce, è come voler sapere quanta gente c’era a un corteo di protesta, e i manifestanti ti dicono mille e la Questura cento.

Poi - seconda questione - il vero tema del contrasto, cioè la nuova formula, con la scelta di un peccato anziché di un peccatore; e un peccato, poi (l’accidia, cioè l’abulia, l’apatia, la pigrizia), che non vediamo come possa venir considerato una specificità trentina. Una scelta che ha comportato la scomparsa della satira politica, fin qui elemento più appetitoso di questo evento.

Di fronte alle critiche, definite “molto pretestuose e pesanti”, il direttore del Centro Santa Chiara dice che occorreva superare il “concetto del capro espiatorio. Puntare il dito contro una persona per assolvere il resto della comunità ci pareva ingiusto”. Quanto al regista e agli attori del Tribunale di penitenza, non si limitano a respingere i rilievi critici: fanno una entusiastica mini-recensione del proprio lavoro: “Abbiamo messo in scena uno spettacolo intelligente, critico, con un linguaggio nuovo e una formula teatrale di alto livello artistico che, pur rimanendo nel solco della tradizione, ha permesso di avviare un cambiamento... È vero non sono stati fatti nomi né cognomi, ma lo spettacolo era pervaso di satira, a tutto tondo. Tante le esternazioni e i rimandi relativi allo scenario politico provinciale, ma anche nazionale. Forse raccontati in maniera meno immediata, tramite un linguaggio, quello teatrale, che richiede un po’ più di attenzione. Abbiamo voluto alzare un po’ il livello di consapevolezza, avviando una riflessione collettiva”.

Avendo letto il testo ma non assistito allo spettacolo, mi è difficile valutarne l’efficacia. Ma di sicuro di satira non c’è ombra: deprecare i “più che contestabili contributi a fondo perduto e i poco lungimiranti investimenti pubblici” e l’insofferenza della popolazione nei confronti degli “studenti indisciplinati e rumorosi, gli stessi studenti che però fanno tanto comodo, che creano indotto ma ai quali tanto poco viene offerto”, o dire che “di chiacchieroni populisti ce ne sono già troppi in giro” non è mica satira: sono semplicemente delle ovvietà politicamente corrette. La satira è per definizione cattiva, personalizzata, se occorre anche un po’ sbracata. È quella antica di Pasquino e del Belli, non quella del Bagaglino. Non c’entra con l’umorismo, con le battute più o meno divertenti, di cui qua e là nel copione c’è traccia.

E poi c’è una questione di principio: “Le Feste Vigiliane - nota l’assessore comunale alla Cultura - hanno determinati eventi nei confronti dei quali i trentini hanno una chiara aspettativa: la zatterata, la sfida dei Ciusi e Gobj, e la satira politica e la tonca. Sono capisaldi che non vanno toccati, altrimenti si snatura la programmazione di un evento che si attende per un anno”. E Andrea Castelli, ideatore e interprete per 15 anni del “Tribunale”, concorda: “Le feste popolari devono rimanere tali, senza la presunzione di elevarsi in senso culturale”.

Rinnovare una formula che fin qui aveva funzionato è rischioso. I responsabili se ne facciano una ragione; ma se proprio sono convinti, allarghino pure la loro azione anche ad altri eventi: ad esempio, perché, nella disfida di Ciusi e Gobj, non sostituire il pentolone della polenta con un forno a legna, magari gestito da un pizzaiolo egiziano?

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