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QT n. 9, settembre 2018 Monitor: Danza

“Oriente occidente”

Un festival che ridisegna la propria d’identità

“Meguri”

Giunto alla sua 38a edizione, Oriente Occidente parte da lontano per giungere ad esplorare i confini geopolitici e le contraddizioni sociali della contemporaneità. L’edizione 2018 si è aperta già agli inizi di agosto con un significativo prologo ideato per celebrare il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, ambientato in tre luoghi simbolo del conflitto: la Campana dei Caduti di Rovereto, la stazione di Trento e il Sacrario militare del Tonale. A piedi nudi, progetto di ‘danza di comunità’ affidato alla sapiente regia del coreografo d’origine israeliana Sharon Fridman, ha coinvolto una sessantina di volontari che hanno potuto assistere da vicino alla genesi di un’intensa performance incentrata sul potere salvifico delle donne che durante il conflitto presero in mano le redini di un’umanità annientata dal senso di perdita e di sconfitta per traghettarla verso un nuovo inizio. Ai lutti del passato se n’è purtroppo aggiunto uno più recente, quello del co-direttore artistico del Festival Paolo Manfrini, omaggiato da un lungo applauso nella serata di apertura ufficiale.

Ma come nello spettacolo di Fridman, il dolore non può essere motivo di arresto bensì di rinascita e innovazione, seppur portata avanti nel solco di un’importante eredità. Come ai suoi inizi, Oriente Occidente è tornato a rivolgere lo sguardo verso est, percorrendo coreograficamente le strade della “Nuova via della seta” che dall’Europa conducono verso l’Asia. È un Oriente in bilico fra tradizione e sperimentazione quello tratteggiato dagli spettacoli proposti al Festival, saldamente legati a un’estetica connotata da un’inconfondibile cifra di pulizia ed essenzialità formale, in cui s’inserisce però qualche segnale di cambiamento, come l’uso massiccio delle nuove tecnologie nella performance Intensional particle del danzatore giapponese Hiroaki Umeda o quello spregiudicato del colore fluo nella coreografia Let me change your name della sud-coreana Eun-Me Ahn, tutta giocata sul tema di un’identità di genere in continua mutazione grazie ai veloci cambi/scambi di costumi tra i danzatori. Riflessione in linea con le problematiche dell’attualità ma nient’affatto scontata per un paese ancora legato a codici di comportamento antichi come la Corea del Sud. D’indubbio fascino ipnotico, anche se saldamente ancorati al porto sicuro di una tradizione millenaria, Meguri di Ushio Amagatsu, figura emblematica del Butoh giapponese, e From in della coreografa cinese Xie Xin: magniloquente spettacolo sulla mutevole bellezza della natura e dell’ordine cosmico il primo; intima riflessione sui sentimenti che si sprigionano dall’interiorità dell’individuo trasformandosi sulla scena in un sinuoso e ininterrotto fluire di movimenti il secondo.

Dalla purezza astratta dell’Oriente alla caotica complessità dell’Occidente il passo è breve e ben sintetizzato dal coraggioso progetto Excelsior del giovane coreografo Salvo Lombardo che, partendo dalla rivisitazione di un titolo cardine del repertorio italiano di fine Ottocento, si è interrogato sull’eredità e le derive contemporanee delle idee nazionaliste e moderniste dell’epoca in un lavoro denso di spunti critici e forti messaggi sociali, che faticano un po’ ad emergere dall’impetuoso magma di suoni e immagini che caratterizzano la messa in scena.

“Let me change your name”

Altrettanto disincantata ma decisamente più coerente Pasionaria della compagnia spagnola diretta da Marcos Morau, visionaria rappresentazione di un’umanità alienata e anestetizzata che si muove e si scontra in maniera meccanica e scoordinata nel sottoscala di un anonimo condominio di un futuro neanche troppo lontano. La completa mancanza di passione e compassione dell’individuo, sottolineata dalle note grevi di Bach, trova un efficace contraltare nel frenetico affastellarsi di emozioni che muovono i danzatori della Compagnia Abbondanza/Bertoni, in un pezzo ispirato dalle note di una pietra miliare della storia del jazz: l’album Pithecanthropus Erectus di Charles Mingus. La nudità degli interpreti esibita in maniera diretta, senza anacronistici pudori e pregiudizi, ne svela la verità di corpi umani aggrappati alle proprie origini animali, alla ricerca di una nuova identità che nell’inesorabile catena evolutiva spezza l’assioma uomo-macchina per ricondurlo verso la natura. L’alienazione del quotidiano e lo smascheramento degli archetipi della miseria umana sono anche alla base dei lavori dell’Associazione KÖrper e dalla C&C Company e, come implicitamente già suggerito dalla performance A piedi nudi, l’atto stesso della svestizione simboleggia la necessità di una cesura e di una evoluzione.

Le diverse anime che da sempre convivono nella cornice del Festival hanno trovato in questa edizione un giusto equilibrio: dalla dimensione più tradizionale, amata dagli spettatori delle rappresentazioni teatrali ‘classiche’ (tra le quali possiamo solo citare per mancanza di spazio le affascinanti coreografie di apertura: Siren del coreogafo svedese Pontus Lindberg e Sogno, una notte di mezza estate dell’italiano Davide Valrosso), a quella più sperimentale e coinvolgente, ben esemplificata dallo spettacolo/gioco interattivo per bambini Leaders/Kids del collettivo Piratejenny e alla serata danzante Balerhaus organizzata da Sanpapié e Teatro della Contraddizione, passando per la danza acrobatica che ridisegna gli spazi cittadini e quella che tenta di coinvolgere direttamente il pubblico nella creazione di coreografie di comunità (Una città per ballare), fino ad arrivare alla ricostruzione filologica di pezzi della storia della danza come Erodiade. Fame di vento, coreografia creata nel 1993 da Julie Ann Anzilotti in collaborazione con l’artista Alighiero Boetti, ideatore delle scenografie, ripresentata in un riallestimento site specific nelle sale del Mart.

Molto frequentata anche quest’anno la sezione di approfondimento sociologico-letterario, Linguaggi, che insieme agli incontri con i coreografi e ai workshop con le compagnie partecipanti, permette di addentrarsi maggiormente nel perché dei presupposti e delle scelte che rendono Oriente Occidente una vera occasione di riflessione interetnica e interculturale. Con un unico piccolo appunto: le diverse identità e i diversi pubblici del Festival sembrano a volte correre su binari paralleli ma che non si intersecano mai, mentre sarebbe auspicabile, nel segno della tanto agognata inclusione, una maggiore commistione di generi e persone.