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QT n. 3, marzo 2023 Cover story

“Respira, sei in Trentino” No, grazie

Secondo amministratori e tecnici provinciali, l’aria in Trentino è buona. Legambiente, però, ci mette fra i peggiori d’Italia. Com’è possibile?

Aldo Colombo

La storia della comunicazione è piena di slogan che poi, come un boomerang, si ritorcono clamorosamente contro chi li ha diffusi, perché oggi siamo tutti social e basta poco perché un meme denigratorio diventi virale. “Respira, sei in Trentino”, gridato ai quattro venti da Trentino Marketing nel 2021 per dare il via alla ripresa turistica dopo il periodo più duro della pandemia, è già diventato uno di questi slogan-boomerang, un chiaro esempio di comunicazione non solo impropria, ma anche dannosa. In Trentino, infatti, c’è poco da star tranquilli, quando si respira. I motivi originano dai soliti problemi: riscaldamento domestico inefficiente e traffico veicolare eccessivo. E domani potrebbero avere anche una terza matrice, dal nome più inquietante: inceneritore.

Sono tre gli inquinanti atmosferici che oggi, ovunque e non solo in Trentino, destano le maggiori preoccupazioni rispetto ai limiti fissati a tutela della salute umana dalla normativa nazionale, ovvero dal Decreto Legislativo n. 150 del 2010: polveri (fini e ultrafini), biossido di azoto e ozono. Secondo i dati dell’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente (APPA), che monitora la concentrazione in atmosfera di tali inquinanti, in Trentino va quasi tutto bene e per il meglio, e la qualità dell’aria non è un problema particolarmente preoccupante. Ma non è esattamente così.

Troppo ozono d’estate

L’ozono (simbolo chimico: O3) è un inquinante cosiddetto secondario che si forma tipicamente d’estate, in presenza d’intenso irraggiamento solare ed elevate temperature, in grado di innescare la reazione di inquinanti primari detti precursori (ossidi di azoto, idrocarburi e composti organici volatili). Pertanto non esistono emissioni dirette di ozono ed esso non è riconducibile, se non in misura residuale e non quantificabile, alle emissioni locali degli inquinanti precursori. L’APPA spiega che, per via di queste caratteristiche, non è sostanzialmente possibile pianificare alcuna azione locale per ridurre la sua concentrazione in atmosfera, che risente di dinamiche globali. Tradotto: per ridurre l’ozono deve agire qualcun altro, non la Provincia. Chi? Lo Stato? Il bacino padano? Non si sa, e intanto nessuno fa niente.

Così che ai tempi del surriscaldamento climatico ogni estate o quasi, ormai, ci ritroviamo anche in Trentino ben al di sopra del valore obiettivo fissato dalla normativa, ovvero una concentrazione media massima giornaliera pari a 120 µg/m3 (microgrammi per metro cubo), da non superare per più di 25 volte all’anno, e che invece nell’estate 2021 (ultimo dato disponibile nel momento in cui scriviamo) è stata superata 34 volte in Rotaliana, 41 a Trento e 61 a Riva del Garda. Un bel problema, se è vero che un’aria satura di ozono non va assolutamente respirata a pieni polmoni come vuole lo slogan di Trentino Marketing: concentrazioni particolarmente elevate di ozono, infatti, possono portare ad alterazioni delle funzioni respiratorie, a un aumento della frequenza degli attacchi asmatici, all’insorgere di malattie dell’apparato respiratorio e al peggioramento di patologie, già in atto, di tipo respiratorio e cardiaco.

Polveri sotto controllo?

L’alibi dell’inquinante globale e non locale cade per quanto riguarda gli altri due, polveri e ossidi di azoto, che risentono invece pienamente, in modo diretto e immediato, di ciò che accade sul territorio.

Le polveri fini e ultrafini (dette anche PM10 e PM2,5, ovvero “particular matter”, di diametro pari rispettivamente a 10 e 2,5 millimicron, molto meno del diametro di un capello) sono un inquinante che, informa APPA, da anni è sotto controllo. I limiti fissati dalla normativa nazionale, ossia 40 µg/m3 di concentrazione media annua per il PM10 e 25 per il PM2,5, sono in effetti rispettati in tutte le stazioni di monitoraggio trentine ininterrottamente dal 2006: nelle due stazioni di monitoraggio più critiche per questo inquinante, ovvero Trento e Borgo Valsugana, sono stati registrati nel 2021 rispettivamente 23 e 24 µg/m3 per il PM10, 14 e 16 µg/m3 per il PM2,5.

Che questo inquinante sia sotto controllo dobbiamo augurarcelo davvero tutti, perché le polveri, emesse soprattutto dal riscaldamento domestico e in particolare da quello a legna (84% delle emissioni totali di PM10 in Trentino, 87% di PM2,5), possono diventare un autentico killer: date le loro infinitesime dimensioni, una volta inspirate penetrano nell’apparato respiratorio e possono causare danni sia a breve termine (effetti acuti come irritazione dei polmoni, broncocostrizione, tosse e mancanza di respiro, diminuzione della capacità polmonare, bronchite cronica), sia a lungo termine (effetti cronici, tumori).

Biossido di azoto appena sotto il limite,

e solo grazie al lockdown

Meno rosea, ammette APPA, la situazione riguardo al biossido di azoto, ma comunque, precisa sempre APPA, rispettosa dei limiti normativi e in via di miglioramento.

Il biossido di azoto (simbolo chimico: NO2) è un altro cliente assai pericoloso per il nostro organismo: generato da una reazione degli ossidi di azoto (NOx), emessi soprattutto dal trasporto su strada (51% delle emissioni totali in Trentino), il biossido di azoto esercita il suo effetto ossidante e irritante principalmente sugli occhi, sulle mucose e sui polmoni, risultando responsabile di specifiche patologie a carico dell’apparato respiratorio (bronchiti, allergie, irritazioni, edemi polmonari che possono portare anche al decesso).

La normativa nazionale fissa anche per il biossido di azoto un limite di 40 µg/m3 di concentrazione media annua, che il Trentino, nella stazione di monitoraggio più critica per questo inquinante, ossia quella collocata in via Bolzano a Trento, rispetta a fatica solo da due anni, non casualmente quelli durante i quali le misure di contrasto alla pandemia hanno ridotto il traffico veicolare: nel 2020 sono stati registrati 36 µg/m3, nel 2021 38, mentre in precedenza il dato era sempre stato superiore al limite di 40.

Non preoccupatevi, siamo tra i peggiori d’Italia

Già così, rimanendo al quadro tracciato da APPA, la situazione, in realtà, non ci sembra così buona. Ma c’è di più. E di peggio.

Trento tra le 12 peggiori città d’Italia”, hanno titolato con molta enfasi le testate locali quando il 30 gennaio 2023 è uscito, come ogni anno, il report “Mal’aria di città” di Legambiente. Com’è stato possibile passare dalla situazione non preoccupante descritta da APPA all’essere inclusi nel novero dei peggiori d’Italia? Semplice. Nei suoi report, APPA (come del resto, va detto, qualunque Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente e lo stesso Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - ISPRA) tiene in considerazione i limiti fissati ben 13 anni fa dalla normativa nazionale, mentre Legambiente, con una scelta che appare molto più logica e opportuna, considera i limiti inseriti nella proposta di nuova Direttiva europea sulla qualità dell’aria pubblicata nel 2022, che dovremo rispettare dal 2030 e che a loro volta si ispirano ai livelli raccomandati nel 2021 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sulla base delle nuove evidenze scientifiche.

Nell’ultimo decennio, infatti, nuovi studi epidemiologici hanno registrato effetti sanitari avversi in presenza di livelli d’inquinamento atmosferico molto più bassi di quelli precedentemente studiati. Rispetto agli obsoleti limiti fissati dal legislatore italiano nel 2010 (che a sua volta ha recepito una Direttiva europea del 2008), i livelli raccomandati dall’OMS nel 2021 sono quindi più in linea con le nuove acquisizioni scientifiche e decisamente più ambiziosi, risultando in quasi tutti i casi ben più che dimezzati.

Per quanto riguarda l’ozono, infatti, l’OMS raccomanda di passare da un valore di 120 µg/m3 a 100 (idem la proposta di nuova Direttiva europea, come obiettivo a lungo termine), per le polveri fini da 40 a 15 (20 la nuova Direttiva), per quelle ultrafini da 25 a 5 (10 la nuova Direttiva) e per il biossido di azoto da 40 a 10 (20 la nuova Direttiva). Insomma, un altro mondo. Ed è rispetto a tale mondo che Legambiente, nel suo report annuale, ha fatto le sue considerazioni, estremamente preoccupate e preoccupanti (a dire il vero, ed è una magra consolazione, non solo per il Trentino, ma per tutta Italia).

In particolare, l’inserimento di Trento nel blocco delle 12 peggiori città d’Italia riguarda il biossido di azoto, che come visto è già al limite nel quadro normativo attuale e sfora clamorosamente tanto il valore raccomandato dall’OMS quanto il prossimo limite europeo. Ma le cose non vanno molto meglio nemmeno per gli altri inquinanti: rapportato tanto ai nuovi valori raccomandati dell’OMS quanto ai prossimi limiti europei, il già critico ozono in Trentino lo diventa ancora di più, mentre le polveri, le temibili polveri, passerebbero di colpo dall’essere sotto controllo all’essere fuori limite anch’esse.

“Respira, sei in Trentino”, quindi? Anche no, grazie.

Risposte insufficienti e inadeguate

Di fronte a un simile quadro, il decisore politico dovrebbe provvedere con urgenza ad attuare misure drastiche per ridurre rapidamente le emissioni degli inquinanti atmosferici. Quali? Legambiente, nel suo report, le ha ricordate una volta di più: passaggio dalle zone a traffico limitato alle zone a zero emissioni, ovvero limitazioni permanenti alla circolazione dei veicoli più inquinanti; riconversione energetica delle abitazioni verso il traguardo emissioni zero; potenziamento del trasporto pubblico attraverso la quadruplicazione dell’offerta e la promozione di abbonamenti integrati; incentivazione della mobilità elettrica condivisa e potenziamento della rete ciclabile; creazione di uno spazio pubblico urbano a misura d’uomo, incremento della sicurezza stradale e riduzione dei limiti di velocità; triplicazione degli autobus elettrici; istituzione di distretti con sistema di distribuzione merci a zero emissioni.

Sono misure risapute, solo che non le si attua mai con la dovuta decisione e sistematicità. E il Trentino non fa eccezione. Esiste un piano provinciale di tutela della qualità dell’aria approvato dalla Giunta nel 2018, che però appare inadeguato e andrebbe aggiornato quanto prima, rendendolo decisamente più ambizioso. Sul fronte del riscaldamento domestico, considerato l’uso elevato delle stufe a legna sul nostro territorio, l’attuazione di tale piano ha puntato soprattutto, in questi ultimi anni, a favorire una migliore manutenzione degli impianti (corsi di formazione per fumisti e spazzacamini) e a sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza di bruciare correttamente la legna (campagne ed eventi informativi). Evidentemente, non basta. Sul fronte dei trasporti, poi, l’unica cosa fatta, nell’ambito di un progetto europeo partecipato anche dall’A22 (BrennerLEC), è stato sensibilizzare gli automobilisti sull’importanza di ridurre volontariamente la velocità in autostrada a 100 chilometri all’ora, evidenziandone i benefici ambientali ed economici. Evidentemente, non basta assolutamente nemmeno qui.

Delle azioni proposte da Legambiente, nella pianificazione provinciale non c’è praticamente traccia. Di questo passo, ci vorranno decenni prima di poter respirare aria pulita, come già vorrebbe Trentino Marketing nel suo mondo fatato e patinato. E intanto di inquinamento atmosferico si continua a morire, in Trentino come altrove: “In Europa - ha evidenziato Legambiente presentando il suo report - è la prima causa di morte prematura dovuta a fattori ambientali, e l’Italia registra un triste primato con più di 52.000 decessi annui da PM2,5, pari a un quinto di quelli rilevati in tutto il continente”.

La casa va a fuoco? Ecco altra benzina.

Fare qualcosa per migliorare la situazione è forse chiedere troppo ai nostri amministratori. Ma evitare per lo meno di peggiorarla sarebbe il minimo. E invece? Invece, in Trentino, stiamo per fare proprio questo. Come? Piazzando un inceneritore di rifiuti urbani nel cuore del territorio provinciale.

La vicenda è nota, e su Questotrentino ne abbiamo già parlato e ne parliamo anche in questo numero (vedi articolo seguente). La Giunta provinciale (senza incontrare resistenza degna di nota dalle opposizioni) sta tirando avanti imperterrita verso questa decisione, che entro giugno dovrebbe essere ufficializzata. I motivi per rigettare l’incenerimento come soluzione al problema dei rifiuti sono tanti. Qui ci soffermeremo esclusivamente sui motivi relativi al tema che stiamo affrontando: la qualità dell’aria.

Un inceneritore, evidentemente, emette svariati inquinanti atmosferici. Quali? Oltre soprattutto a diossine e furani, cloro, zolfo, monossido di carbonio, idrocarburi e altre sostanze derivanti da combustione incompleta o poco omogenea, ci sono anche i due inquinanti che causano i maggiori problemi alla qualità dell’aria: le polveri e gli ossidi di azoto.

I paladini dell’incenerimento dei rifiuti oggi si prodigano nel sottolineare che le emissioni di un inceneritore di ultima generazione sono assai inferiori a quelle generate dalle altre fonti inquinanti. I dati presenti in letteratura, ad esempio, informano che un inceneritore di ultima generazione ha un fattore di emissione di polveri fini 1.600 volte inferiore a quello di una stufa a legna, e un fattore di emissione di ossidi di azoto 11 volte inferiore a quello di un’autovettura a benzina, 51 volte inferiore a quello di un’autovettura a diesel e 100 volte inferiore a quello di un mezzo pesante. Così che solo lo 0,02% delle polveri fini emesse in Italia è imputabile agli inceneritori, contro il 54% imputabile al riscaldamento civile, mentre basterebbe ridurre per 3 mesi il limite di velocità a 100 chilometri all’ora sull’A22 per compensare le emissioni annue di ossidi di azoto di un inceneritore.

Non mettiamo in dubbio questi dati e li prendiamo senz’altro per buoni. Ma il punto è un altro. Per quanto relativamente poco possa inquinare un inceneritore, per quanto sia di ultima generazione e all’avanguardia tecnologica, sempre di inquinamento si tratta. E per quanto il contributo di un inceneritore all’inquinamento possa essere limitato, sempre di aumentare l’inquinamento parliamo. E ne parliamo in un territorio, il Trentino, e la valle dell’Adige in particolare (dove l’inceneritore verrebbe costruito), orograficamente occluso e poco ventilato, già messo a dura prova, come visto, in fatto di qualità dell’aria, tra riscaldamento domestico altamente emissivo e traffico urbano ed autostradale elevato e oltretutto in crescita.

Insomma, si tratterebbe di usare, come sempre, il buon senso. Quello del mitico pater familias. Se una casa va a fuoco, meglio provare a spegnerlo o buttare altra benzina? Il pater familias non avrebbe dubbi. I nostri amministratori nemmeno. Ma, purtroppo per noi, in senso opposto.