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QT n. 5, maggio 2024 L’editoriale

La strategia della cattiveria

Suscita una certa impressione la vicenda dei minori immigrati, ospitati a San Vito di Pergine e lì lasciati a vegetare. A fronte delle intemperanze e problematicità di alcuni, il presidente Fugatti ha deciso di trasferirli – tutti – in container nella Residenza Fersina a Trento.

L’animato dibattito che si è subito sollevato ha chiarito alcuni punti. L’accoglienza di minori non accompagnati ha ottime possibilità di ottenere una positiva integrazione se i ragazzi, catapultati da un continente all’altro, vengono seguiti, istruiti, avviati a un lavoro. All’interno di questi ci sarà comunque una piccolissima minoranza che ha altre opzioni in testa e creerà problemi: si tratta di separarli dagli altri e fargli pagare le conseguenze delle loro azioni.

La politica di Maurizio Fugatti invece è chiarissima: ha dichiarato finita l’accoglienza diffusa e concentrato gli immigrati – giovani e meno giovani - a Trento; ha soppresso i fondi per l’insegnamento dell’italiano e altre attività; ha fatto seguire la teoria giustificativa: “Dell’accoglienza in Trentino è meglio non parlare, perché questo fa da richiamo”; anzi, per essere sicuri del risultato, l’accoglienza è meglio non praticarla. Naturalmente perché “serve il rispetto delle regole, e la consapevolezza che devono essere fatte rispettare”. Un circuito vizioso: si sabota l’integrazione, e quando qualche giovane fa stupidaggini, si coglie la palla al balzo (“Bisogna far rispettare le regole!”) per mettere tutto il gruppo in condizioni ancor più problematiche, ammassandolo (naturalmente a Trento) e tagliando il più possibile i servizi.

Una cinica disumanità, che difatti viene esplicitamente disapprovata dal Commissario (uscente) del governo Filippo Santarelli, che ribadisce come l’integrazione non possa essere ridotta a una questione di ordine pubblico: “Si deve consentire a questi giovani di inserirsi in termini opportuni nel nostro territorio”. Buonista anche il Commissario?

Il tutto aggravato da due fatti: le motivazioni magari cattivelle ma razionali per cui non si vogliono creare problemi occupazionali ai trentini doc, non esistono, anzi, industriali, agricoltori, esercenti sono alla costante ricerca di forza lavoro. E manca anche, clamorosamente, la postura da Presidente della provincia tutta: Fugatti fa il capopolo delle valli, o meglio, degli xenofobi delle valli, e prima crea il problema – toglie l’assistenza all’immigrazione – e poi lo scarica sul capoluogo, colpevole di non votarlo.

Probabilmente quanto scriviamo è già noto ai nostri lettori. Eppure si pone un problema di fondo: come mai la strategia di Fugatti – inventarsi un nemico e condurre contro di esso una campagna a tamburo battente – ha avuto un sicuro successo? Prima nel contrasto agli immigrati, poi agli orsi, ora ancora agli immigrati. D’accordo, i successi elettorali leghisti hanno avuto anche altre motivazioni, più politiche: nel 2018 la comprensibile stanchezza verso l’era dellaiana e post-dellaiana, nel 2023 il vuoto spinto delle opposizioni e il loro mancato radicamento nelle valli. Eppure, come mai le strategie del rancore e dell’odio non sottraggono consenso alle motivazioni politiche, ma anzi ne aggiungono, fino ad essere preminenti e vincenti? Cosa c’è, nel profondo, che non va?

Lo diciamo sinceramente: non sappiamo rispondere, se non a grandi linee. Le usuali, trite litanie ci sembrano particolarmente furovianti: il Covid (nel 2018?) i social (a Trento non li usano?), la crisi (ma quale crisi, nelle zone turistiche, che continuano ad aumentare i fatturati? in barba a chi proclamava che l’orso faceva scappare i turisti?).

Più probabilmente si tratta di una cultura del risentimento. Di chi, a torto o a ragione, si sente emarginato e torteggiato. Clamoroso in questo senso un intervento sul Corriere di un consigliere provinciale del centrodestra ladino, che rivendica il diritto ai costosissimi punti nascita di valle, perché, anche se gestiti da équipe giocoforza meno competenti (per il bassissimo numero di casi trattati) queste sono “pronte a deviare nell’ospedale di città tutte le situazioni che anche lontanamente fanno presupporre un pericolo”. Ma allora, a cosa serve, che garanzie può dare, un ospedale che deve alzare le mani di fronte alla più piccola complicazione? E’ l’inno all’inefficienza, pegno da pagare a un malinteso orgoglio localista.

Di questo abbiamo trattato nel numero scorso nella nostra recensione al bel libro di Marco Niro “Il predatore”, su cui nel prossimo numero ospiteremo altri interventi.

Però attenzione: la cultura del risentimento e dell’odio non esiste solo nelle nostre valli. Nel paese intero, come in Europa, ci sono altri torteggiati, reali o presunti, che aspettano di trovare il pifferaio giusto, che li sappia incanalare verso mete radiose.

Il problema dovrebbe essere eliminare o perlomeno ridurre i torti veri; e accrescere la cultura, potente antidoto ai pifferai. E’ questa la direzione in cui stiamo andando?

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