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Arriva il politologo

Sergio Fabbrini

Al fuoco di sbarramento contro la commissione d’inchiesta sulla Gomorra trentina, viene a portare il suo contributo anche Sergio Fabbrini, ordinario di Scienze politiche, nonché direttore della Scuola di Studi internazionali. In un lungo intervento su L’Adige nel numero della vigilia di Natale il brillante politologo fornisce una legittimazione ideologica alla discutibile prassi giornalistica di cui abbiamo parlato sopra. Se nelle cronache politiche dei giorni prima la commissione d’indagine sgradita a Dellai era cassata in quanto figlia delle beghe tra Kessler e Pacher, nello scritto dello studioso essa viene bocciata in quanto espressione di una cultura politica inadeguata. Infatti, secondo Fabbrini, non è compito della maggioranza criticare, stimolare, controllare, il governo; e non è neanche compito del potere legislativo controllare quello che fa l’esecutivo. Se pretende di farlo, crea solo una deleteria confusione. Il controllo spetta invece all’opposizione (che non avendo i numeri, potrà solo agitarsi inutilmente, diciamo noi); i consiglieri di maggioranza non servono a niente, debbono approvare quello che gli suggerisce la giunta e godersi tranquilli le ricche prebende.

Questa visione istituzionale risulta francamente nuova e inaspettata: le ultime riforme istituzionali (cui proprio Fabbrini aveva collaborato) avevano sancito il ruolo di contrappeso del Consiglio rispetto a una Giunta cui venivano rafforzati i poteri, al punto che i consiglieri che vengono nominati assessori sono costretti a dimettersi dal Consiglio, perché altrimenti verrebbero a trovarsi in conflitto nel doppio ruolo di controllati e controllori. Non solo: poco più di un mese fa, a risultati elettorali appena acquisiti, lo stesso Dellai aveva promesso una legislatura in cui sarebbe stato enfatizzato il ruolo del Consiglio, e al suo interno, quello della maggioranza, in contrapposizione a una visione della Giunta pigliatutto facilmente leggibile come arrogante e autoreferente.

Di questi buoni propositi, si vede quello che resta dopo solo un mese.

Ma soprattutto spiace e preoccupa vedere il ruolo che si stanno ritagliando organi di stampa e opinionisti. E l’incultura politica che ne consegue.