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QT n. 7, 4 aprile 1998 Servizi

La Chiesa, l’antisemitismo, la Shoah

Le molte luci - e qualche ombra residua - del documento vaticano sui rapporti fra cristiani ed ebrei.

Diego Quaglioni

Dedichiamo le quattro pagine che seguono ai recente documento con cui la Chiesa ha rievocato il dramma della Shoah e il pregiudizio antisemita dei cattolici. Un argomento importante, anche per Trento, che è stata segnata da un episodio feroce di antisemitismo, per di più per secoli santificato dalia Chiesa (il famoso caso del Simonino). Sull'argomento interviene il prof. Diego Quaglioni, docente di Storia delle Dottrine Politiche presso la facoltà trentina di Giurisprudenza, e, in un'intervista, il dott. Federico Steinhaus, presidente della Comunità ebraica di Merano.

"Il secolo attuale è stato testimone di un'indicibile tragedia, M. che non potrà mai essere dimenticata: il tentativo del regime nazista di sterminare il popolo ebraico, con la conseguente uccisione di milioni di ebrei. Uomini e donne, vecchi e giovani, bambini e infanti, solo perché di origine ebraica, furono perseguitati e deportati. Alcuni furono uccisi immediatamente, alcuni furono umiliati, maltrattati, torturati e privati completamente della loro dignità umana, e infine uccisi. Pochissimi di quanti furono internati nei campi di concentramento sopravvissero, e i superstiti rimasero terrorizzati per tutta la vita. Questa fu la Shoah: uno dei principali drammi della storia di questo secolo, un fatto, che ci riguarda ancora oggi".

Così si legge nel recentissimo documento dal titolo "Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah", redatto dalla Commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo presieduta dal cardinale Edward Cassidy.

Il documento era atteso, dopo il discorso di Giovanni Paolo II all'incontro di studio dell'ottobre 1997 sulle "Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano". Fu il pontefice, in quella occasione, a denunciare i "sentimenti di ostilità " nei confronti del popolo ebraico, "per troppo tempo " nutriti "nel mondo cristiano": parole dalle quali era lecito intendere, a più di trent'anni dalla dichiarazione "Nostra aetate " del Concilio Vaticano II (1965), che non solo l'antisemitismo non può più vantare nessuna legittimazione teologica, ma anche che la Chiesa è ormai pronta a riflettere sul rapporto fra l'antisemitismo del nostro tempo ed il pregiudizio antiebraico di radice teologica, così a lungo diffuso e alimentato da "erronee interpretazioni" nel mondo cristiano.

Il documento non delude sul piano della riflessione teologica. Esso riconosce che la memoria del-1'"'orribile genocidio" non può trovare indifferente la Chiesa "in ragione dei suoi legami strettissimi di parentela spirituale con il popolo ebraico e del ricordo che essa nutre delle ingiustizie del passato ".

Richiamandosi al discorso del pontefice in occasione dell'incontro dell'aprile 1986 con gli ebrei romani, il documento afferma che "la relazione della Chiesa con il popolo ebraico è diversa da quella che condivide con ogni altra religione", e chiede ai cattolici "di rinnovare la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede". Di qui il "profondo rammarico" della Chiesa "per le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca", vero atto di pentimento indicato con l'espressione ebraica teshuva (penitenza), "impegno vincolante " affinchè "ai semi infetti dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo" non sia mai più consentito "di mettere radice nel cuore dell'uomo".

Diverso sembra invece il giudizio da darsi sul contributo che il documento offre sul piano storico (da questo punto di vista occorre anzi dire che gli elementi di reticenza sono tali da indebolire il pur rilevante profilo teologico, non solo a causa dell'ambiguità intorno alle responsabilità di papa Pio XII). Si riconosce infatti che la storia delle relazioni fra ebrei e cristiani "è una storia tormentata"', ma suona imbarazzata ed eufemistica l'ammissione che "in effetti il bilancio di queste relazioni durante i due millenni è stato piuttosto negativo ". Si afferma inoltre, col pontefice, che "non c'è futuro senza memoria" e che la storia stessa è "memoria futuri"; ma si attenua poi il significato di tali proposizioni quando si aggiunge che l'enormità del crimine consumato contro gli ebrei non può essere pienamente misurata "attraverso i soli criteri ordinali della ricerca storica ". La "memoria morale e religiosa" non è cosa diversa dalla memoria storica, cioè dalla testimonianza della verità di fatto "nell'istante del perìcolo", come diceva Walter Benjamin; ed è appunto "il fatto che la Shoah abbia avuto luogo in Europa, cioè in paesi di lunga civilizzazione cristiana", a porre la questione "della relazione tra la persecuzione nazista e gli atteggiamenti dei cristiani, lungo i secoli, nei confronti degli ebrei". Il documento ha ragione quando afferma che "non si può ignorare la differenza che esiste tra l'antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l'unità del genere umano e l'uguale dignità di tutte le razze e di tutti i popoli, e i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali, purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli"; ma non era su questa innegabile differenza che la commissione era chiamata a pronunciarsi: era invece sul nesso tra antigiudaismo ed antisemitismo che ci si attendeva una riflessione nuova e consapevole dei contributi della storiografia contemporanea.

Non è possibile non rilevare vaste lacune sul ruolo del pregiudizio antiebraico: nemmeno un cenno è dedicato all'età intermedia e alle norme antiebraiche della Chiesa, frutto, ma anche veicolo di quella "mentalità prevalente ", che secondo il documento "lungo i secoli ha penalizzato le minoranze e quanti erano in qualche modo 'differenti'"; nemmeno un cenno agli effetti della predicazione antiebraica su quella stessa "mentalità", o sul sostegno accordato, fino a tempi recenti, a quel mito dell'omicidio rituale, che proprio a Trento nel 1475 diede vita ad un terribile processo e al culto del Simonino; nemmeno un cenno, infine, all'erezione dei ghetti e al consolidamento degli stereotipi dell'antigiudaismo in età moderna.

Più importante e lucida è invece la sezione dedicata al razzismo, base pseudo-scientifica dell'antisemitismo e della propaganda nazista, condannati dalla Chiesa in modo inequivoco (l'enciclica "Mit brennender Sorge " di Pio XI è del 14 marzo 1937).

Limpido è a questo proposito il giudizio del documento: "Fu questa ideologia estrema che divenne la base delle misure intraprese, prima per sradicare gli ebrei dalle loro case e poi per sterminarli. La Shoah fu l'opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad apparsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri". Nonostante ciò, il documento avverte che "ci si deve chiedere se la persecuzione del nazismo nei confronti degli ebrei non sia stata facilitata dai pregiudizi antigiudaici presenti nelle menti e nei cuori di alcuni cristiani". Qui il giudizio si fa più articolato, e pur sottolineando il coraggio di molti fedeli, riconosce che la resistenza spirituale e l'azione concreta di altri "non fu quella che ci si sarebbe potuto aspettare da discepoli di Cristo ".

L'importanza del documento è innegabile, e nessuna banalizzazione può ridurlo ad un'operazione tardiva di parziale ammissione di responsabilità da parte della Chiesa. È anzi di grande significato che sia proprio la Chiesa a dimostrare, sia pure in modo ancora parziale, che non si può essere dimentichi dell'immane tragedia causata dall'apparizione infernale del potere totale.

Questa fu la Shoah, la catastrofe: più di un crimine enorme, essa fu, per usare le parole di Hannah Arendt, la manifestazione del male radicale nel contesto di un sistema politico in cui tutti gli uomini erano diventati egualmente superflui. Quanto il documento ricorda è una verità di fatto, che nessun revisionismo storico potrà mai cancellare o banalizzare; ed è auspicabile che un'ulteriore riflessione possa svolgersi in seno alla commissione mista, cattolico-ebraica, chiamata a rispondere alle domande ancora aperte sulla Shoah.

L'epistola pontificia del 12 marzo 1998, che accompagna il documento, contiene l'auspicio della costruzione "di un mondo di autentico rispetto per la vita e la dignità di ogni essere umano, poiché tutti sono stati creati a immagine e somiglianzà di Dio". Potrebbe apparire, al lettore inconsapevole, che queste parole non esprimano altro che una generica aspirazione, di antica radice teologica, ad un umanismo universalistico; invece esse ci richiamano, antiteticamente, all'essenza del totalitarismo nazista responsabile della catastrofe del nostro secolo: la negazione sistematica del principio giudaico-cristiano della comune origine di tutti gli uomini; negazione che è, anche per ogni coscienza laica, la negazione stessa della ragione e del principio di umanità.

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