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E’ politica o solo maschilismo?

Critiche sguaiate alla Cogo, e alla Chiodi, battutacce su Iva Berasi... Ma a ben vedere, il loro principale difetto è di non essere degli uomini.

Leggo sull’Adige di martedì 14 settembre di un velenoso attacco del consigliere Nerio Giovanazzi nei confronti della Presidente della Regione Margherita Cogo. "Non è preparata. Forse pensa ancora di essere a Tione". E conoscendo di persona Giovanazzi ed il linguaggio che abitualmente utilizza, posso anche supporre che i cronisti abbiano volutamente tralasciato di riportare per intero, alla lettera, i suoi commenti ed improperi.

Quanto accaduto potrebbe facilmente essere archiviato come la solita baruffa della politica regionale. Uno squallore cui ormai, ringraziando Atz, Boso, Taverna e quant’altri, ci siamo dovuti tristemente abituare. In questo caso, però, non sono riuscito a rimanere indifferente. D’accordo, Margherita Cogo avrà un caratteraccio. E probabilmente, essendosi ritrovata a fare il Presidente della Regione già alla sua prima esperienza da consigliere regionale, non avrà ancora dimestichezza con il linguaggio da iniziati e con le tattiche (da bottega) del nostro mondo politico. Ma da qui a sentirsi tacciare di incompetenza da uno come Giovanazzi ne dovrebbe passare!

Il predecessore di Margherita Cogo, Tarcisio Grandi (di cui Giovanazzi è stato per lungo tempo un fedele gregario), è, per esempio, un abilissimo politico, ma quanto a competenze direi che sono grosso modo circoscritte alla materia della raccolta (clientelare?) dei voti di preferenza. Per non parlare del fatto che i suoi cinque anni alla Presidenza della Regione sono stati, grazie al suo impegno, un fallimento quasi totale.

Più in generale, negli ultimi anni, tra Regione e Provincia, abbiamo visto ricoprire cariche prestigiose ed importantissime da consiglieri con gravi problemi di conoscenza della lingua italiana, per non parlare della banale mancanza di bon ton a tavola. Altri avevano seri problemi comportamentali. Altri ancora addirittura di priapismo. E lo stesso Giovanazzi, quando è stato assessore regionale agli enti locali e poi assessore provinciale ai lavori pubblici, non si è certo dimostrato un Ciampi.

Non voglio in alcun modo fare della retorica sulla incapacità della nostra classe politica, poiché questa è nient’altro che quella che noi cittadini abbiamo voluto. E sin quando si continuerà ad applicare il vetusto sistema delle preferenze (che ormai resiste solo da noi), è inevitabile che politici si diventi solo per elezione e non anche per selezione.

Ciò che mi interessa sottolineare è che, in questo non felice panorama, Margherita Cogo, pur con la sua ancor troppo breve esperienza, svetta per intelligenza, capacità e disinteressata passione politica. Per quale motivo, allora, a lei sono rivolte accuse sempre risparmiate ad altri, che invece - vedi lo stesso Giovanazzi - le avrebbero meritate?

Mi sono interrogato per qualche giorno per trovare una risposta. E ho raggiunto questo verdetto: perché è una donna. Mi sono anche detto che se proprio io, che donna non sono e che di questioni femminili non mi sono mai occupato, sono arrivato a questa conclusione, allora significa che dev’essere proprio così. E se così è, allora il caso specifico travalica le vicende personali di Margherita Cogo e diventa un problema politico, sul quale è opportuno riflettere.

Nel mio stesso partito, i Ds, mi è capitato in passato di sentire commenti, tanto acidi quanto squallidi, su Wanda Chiodi, il cui indiscutibile successo politico sarebbe da ricondurre non già alla sua capacità, ma, di volta in volta, ai suoi collaboratori, al partito, ai suoi "segreti" consiglieri. Come se il creare attorno a sé uno staff qualificato, il rapportarsi costantemente col partito, il circondarsi e il confrontarsi con persone in grado di fornire consigli utili, fosse, per chi fa politica, un difetto e non una virtù. Anzi, aggiungo, "la" virtù, ossia ciò che fa la differenza tra un politico coi fiocchi ed un cafone.

Anche la Chiodi, insomma, paga il prezzo di essere una donna, e lo paga addirittura all’interno del suo partito, che dovrebbe essere il più sensibile a questi argomenti.

Eva bene: accettiamo pure il fatto che né la Cogo né la Chiodi sono all’altezza di D’Alema e Veltroni: di sicuro nulla hanno da invidiare a molti personaggi che hanno avuto gran successo nella politica locale ed anche nazionale. Loro due, però, è come se fossero costantemente sotto esame. Il problema, credo, è che la cultura dominante tende ancora ad adottare due distinte griglie di giudizio per valutare le capacità di un politico, a seconda che l’esaminando sia di sesso maschile o femminile. E si tratta, purtroppo, di un problema che interessa in misura non troppo difforme tutti i partiti.

Ciò che si perdona facilmente ad un uomo, non si può assolutamente perdonare ad una donna. Se un politico/uomo dice una stupidaggine, questa è interpretata semplicemente come una - magari non condivisibile ma sempre autorevole -opinione politica. Se lo stesso incidente capita invece ad un politico/donna, allora la reazione tipica, quasi inconscia, è: "Cosa ci fai qui? Torna a casa a curare i bambini, ché quello è il tuo posto". Oppure, peggio ancora: "Pensa a farti bella, che la politica non è una cosa che fa per te".

Diciamoci la verità: quante battute abbiamo sentito sull’aspetto fisico di Rosy Bindi? Nemmeno fossimo governati da belloni del calibro di Tom Cruise! E quante leggende circolano sulle calze autoreggenti di Iva Berasi? Possibile che i suoi progetti siano giudicati con un occhio alla sua relazione e l’altro alla sua minigonna?

Per fare carriera in politica, ad un uomo è semplicemente richiesto di essere una persona normale, talvolta nemmeno quello. E come a tutte le persone normali, gli si concede di sbagliare, di prendere ogni tanto dei granchi, di svegliarsi a volte di malumore.

A una donna, invece, è richiesto sempre di essere eccellente, di essere una prima della classe, di essere infallibile. Ed anche in questi casi, il massimo giudizio cui può aspirare è di essere considerata un politico nella media. A meno che non rinunci a se stessa, ossia ad essere una donna. Come nel caso della Tatcher o della Albright, le cui capacità, qui in Italia, si valutano con strumenti di misura da osteria: "Ha due palle così!".

Se questa cultura permea anche i partiti al loro interno, finanche nella selezione dei candidati, non dobbiamo sorprenderci se poi sono così poche le donne che accedono alle stanze dei bottoni. Le donne devono già fare i conti con la difficoltà di conciliare la vita familiare coi tempi della politica, tempi dettati da chi, a casa, ha magari una moglie che si sobbarca da sola le faccende domestiche. Se poi, oltre a questo, quando partecipano a riunioni che finiscono alle due di notte, devono pure avere il timore di essere irrise dalla maggioranza di maschietti e finiscono quindi per limitare, per timidezza, i loro interventi, allora è inutile fingere che la politica non ponga ostacoli alle donne.

È’ una grave perdita, per noi tutti. Non solo perché, scegliendo tra un insieme di persone dimezzato, ci impediamo da soli di avere una classe politica doppiamente capace. Ma soprattutto perché - lo dimostrano le poche che ce l’hanno fatta - le donne possono portare alla politica un contributo di idee e di punti di vista che solo loro possono avere. E siccome la società che la politica deve governare è composta in pari misura da uomini e da donne, quelle idee e quei punti di vista sarebbero quanto mai necessari.

Vogliamo fare un immediato, per quanto frivolo, esempio? Proprio le battutacce sulla Berasi, che si ostina a non rinunciare ad essere donna, dimostrano quanto la nostra politica gestita dagli uomini sia ancora conservatrice e bacchettona, molto lontana dal comune sentire della società.

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